Il Management orziero e poggiero. Ennesime metafore veliche per l’autoformazione del manager

L’abusata metafora della vela nel mondo del management rischia di far perdere spessore ad un ambito ricco di simboli e significati che può far leva sulla riflessione personale e la possibilità di raffrontarsi con stimoli cognitivi ed esperienziali importanti.

 

Il termine Management deriva dal francese antico Manège, in quanto arte del “maneggio” termine proprio dell’equitazione probabilmente derivante dall’italiano “maneggiare” e quindi dal latino “manus”, “mano”. La “guida”, la “conduzione” del nobile animale è quindi paragonata attualmente alla conduzione di qualsiasi mezzo di trasporto, così come, metaforicamente, di un’organizzazione.

È pacifico considerare che la guida implichi il comando per indicare il percorso da seguire, la meta da raggiungere e gli obiettivi da condividere con i propri compagni di viaggio. Applicando la metafora del comando nautico, è pertanto possibile giocare facilmente con tutte le espressioni figurate che riguardano il movimento, l’andatura, il confronto con i mezzi tecnici, il linguaggio specifico, gli imprevisti, piuttosto che la divisione di ruoli e compiti nella situazione dell’ “andar per mare”.

Vorrei soffermarmi solo su un paio di essi che riguardano la “rotta”, che riassumono, sul piano teorico, la figura del manager come conduttore di un gruppo di lavoro o di un’azienda in un contesto turbolento e articolato come quello del mercato attuale.

A causa della conformazione geoide del pianeta Terra che complica non poco il carteggio nautico, le rotte nella navigazione possono essere costruite nella forma ortodromica o lossodromica. L’ortodromia è il percorso più breve ma che non può essere seguito con la bussola, mentre la lossodromia è il percorso più facile perché può essere seguito con la bussola di bordo, sebbene sia più lungo rispetto alla rotta ortodromica tra due punti (la navigazione infatti si svolge per lossodromia per percorsi inferiori alle 500-600 miglia).

Il management che cerca pertanto percorsi e obiettivi a lungo termine (come una traversata atlantica) tendono ad essere poco efficaci, in quanto costretti a ragionare “lossodromicamente” attraverso gli strumenti che possiedono (la bussola di bordo) e poco adatti a vision troppo lontane nel tempo e nello spazio.

La scelta di una rotta, inoltre, è un aspetto delicato nella pianificazione della navigazione che, nella pratica nautica, viene stabilita secondo dei criteri essenziali: la sicurezza, la brevità e la facilità.

Sicurezza

La sicurezza impone di passare lontano dai pericoli distribuiti in mare o sulla costa e si tratta di un criterio determinante per la scelta di una rotta rispetto alle altre possibili.

Il manager che non applica processi sicuri nella pratica organizzativa non è probabilmente un buon manager. La propensione al rischio è pur sempre un’azione calcolata, confortata da dati e manifestazioni tangibili delle idee perseguite.

Brevità.

La brevità è importante in quanto la rotta più breve è anche la più economica. Inutile soffermarsi sull’importanza del fattore tempo nella pratica organizzativa, così come il valore intrinseco in termini economici che esso possiede. È giusto perseguire decisioni rapide e soluzioni immediate nel management, fatto salvo però il principio precedente, legato alle scelte equilibrate e dotate di senso.

Facilità.

Il criterio della facilità indica che la rotta più facile è quella che può essere seguita con la bussola, attraverso un percorso lossodromico. Ottimizzare le proprie forze e sfruttare gli strumenti a disposizione deve essere una predisposizione naturale del manager che, sebbene abbia scelto obiettivi organizzativi sicuri e redditizi, deve misurarsi con le risorse a disposizione per raggiungerli.

Il Manager può e deve raccogliere sfide importanti soprattutto con sé stesso, per comunicare all’ “equipaggio” le giuste indicazioni e scegliere il “vento” migliore. Un manager “orziero” tenderà a cercare l’ “abbrivio” migliore, inseguendo il vento per una “portanza” di maggiore effetto, cercando di mantenere il più possibile la prora verso la meta di arrivo, mentre un manager “poggiero” tenderà ad allontanarsi dal “vento”, senza contrastarlo, magari cercando vie alternative e nuove per raggiungere il punto di arrivo.

Non ci sono soluzioni univoche, del resto chi va per mare sa bene quante variabili entrino in gioco nella dinamica nautica. L’istinto e il buon senso sembrano allinearsi, in “acque” basate su considerazioni relative, imprevedibilità delle condizioni “meteo” e irresponsabilità degli altri naviganti…

Ancora una volta la pratica autoformativa genererà effetti determinanti, basati sulla riflessione iniziale (la scelta della rotta), sulla motivazione propria e del proprio equipaggio (indispensabile il clima positivo in barca), sulla direzione (definizione del viaggio, verifica delle attrezzature, monitoraggio e tempi di percorrenza, etc.) fino all’autonomia e alla padronanza del comando dell’imbarcazione.

L’insostenibile leggerezza dello Zen

Verso la fine del XIX secolo lo scambio culturale che i Paesi occidentali hanno avuto con l’Oriente si è fatto particolarmente ricco, generando mode e tormentoni nell’intellighenzia e spesso influenzando il pensiero filosofico. Lo Zen (禅) assume una posizione di riguardo in tal senso, rafforzando la sua presenza in particolare durante il movimento beat americano negli anni ’60. La tradizione Zen nasce nella religione induista per sfociare durante i secoli nel buddhismo con diverse forme e scuole, differenziandosi in particolare tra il ceppo cinese e quello giapponese.

Non sono mai stato particolarmente attratto dal fascino esotico di queste dottrine, né soprattutto dai seguaci occidentali che spesso ne traviano i significati o vi speculano sopra.

Come spesso accade, le traduzioni culturali di continenti lontani rischiano lo scimmiottamento da parte degli occidentali, che non hanno gli strumenti per comprenderne il vero senso.

È risaputo che l’obiettivo e il contenuto delle dottrine Zen è comunque la realizzazione del Satori(悟), che diversamente dal nirvana (rimasto particolarmente impresso, ad esempio, nel pensiero di Schopenhauer) si prospetta come una partecipazione attiva e consapevole al mondo piuttosto che una rinuncia completa al mondo attraverso il distacco da esso.

« Satori, in termini psicologici, è un oltre i confini dell’Io. Da un punto di vista logico è scorgere la sintesi dell’affermazione e della negazione, in termini metafisici è afferrare intuitivamente che l’essere è il divenire e il divenire è l’essere. » (Daisetz T. Suzuki, dall’introduzione del libro Lo zen e il tiro con l’arco)

Il termine deriva dal giapponese “rendersi conto” e sottintende un risveglio spirituale, dove non si coglie più la differenza tra il soggetto che prende consapevolezza e l’oggetto di osservazione. Come descrive Herrigel (in un saggio su sé stesso come ennesimo occidentale folgorato dalla cultura orientale) nel volume appena citato il soggetto “Si” mira, “Si” colpisce e “Si” estranea mescolandosi con l’obiettivo dell’arciere nel suo tiro. Il pensiero che si distacca dalle operazioni e permette un’efficacia potente nell’attività che si conduce è davvero tipica nel pensiero orientale. La ripetitività (mantra) e la riduzione dell’emotività permettono una crescita determinante nell’arte insegnata da un maestro (di vita più che di tecnica).

Seppur con un po’ di riluttanza sono costretto a scorgere delle metafore intriganti nella cultura orientale. Il distacco, la solitudine con sé stessi, la riflessione interiore, la costruzione di un percorso di crescita sono tutte parole chiave dell’accezione auto-formativa dell’apprendimento.

Ciò che mi discosta è la stridente dissonanza con la pratica quotidiana e il tumulto delle ansie occidentali legate al materiale, al capitale, all’individuale. Temo che anche il più caparbio shōgun non saprebbe resistere ai ritmi di vita forsennati e psicopatici della vita occidentale postmoderna.

Per questo mi sento di definire questo rapporto con l’approccio zen come non sostenibile sebbene leggero. Come il classico di Kundera, il concetto paradossale è espresso tra il contrasto dell’evanescenza della vita, fatta di scelte spesso sfuggenti e superficiali e la chiara necessità di trovare nella vita stessa delle risposte sul senso dell’esistenza. Ciò che si verifica una volta sola è come se non fosse mai accaduto – Ein Mal ist kein Mal – una volta è nessuna volta e, come direbbe Sartre, se mi è dato scegliere, il fatto di non poter discernere si traduce in una non scelta – e perseguire un apprendimento zen nella vita occidentale non può che rimanere una breve, seppur piacevole, parentesi all’interno di un periodo complesso e articolato di parafrasi dell’esistenza.

Inoltre, il presupposto dell’apprendere rimane comunque l’insufficienza di una capacità oltre che la tensione ad acquisirla. Si apprende tanto più quanto siamo motivati estrinsecamente ed intrinsecamente allo stesso tempo. Possiamo pertanto essere molto motivati ad imparare l’antica arte del tiro con l’arco se non siamo motivati a fare il “vuoto” dentro di noi per raccogliere il mistero dello zen, direbbe Herrigel, ma tantomeno non acquisiremo come effettuare il tiro correttamente se non abbiamo un obiettivo a cui tendere. L’obiettivo esterno deve tramutarsi in interno e non il contrario. Altrimenti la logica diventa assolutamente occidentale: esternare le tensioni interiori, possibilmente piegando gli eventi e le persone a proprio favore è una logica tremendamente “coloniale” dell’esistenza.

Tali presupposti ricordano il paradosso del barbiere di Russell, raccontato magistralmente in questo passo da Quine:

Per alcune decadi invero, gli studi sui fondamenti della matematica sono stati turbati e notevolmente stimolati dalla considerazione di due paradossi, uno proposto da Bertrand Russell nel 1901, e l’altro da Kurt Gödel nel 1931. Come primo passo su questo terreno accidentato consideriamo un altro paradosso: quello del barbiere del villaggio. [...] In un certo villaggio c’è un uomo, così dice il paradosso, che è un barbiere; questo barbiere sbarba tutti, e soltanto, quegli uomini che non si sanno sbarbare da soli. Quesito: il barbiere sbarba se stesso? Ogni uomo in questo villaggio è sbarbato dal barbiere se, e solo se, non si sa sbarbare da solo. In particolare, quindi, il barbiere sbarba se stesso se, e solo se, non sa sbarbarsi. Siamo in difficoltà se affermiamo che il barbiere si sbarba, e altrettanto se affermiamo il contrario. (W. V. O. Quine, I paradossi, in A. Pasquinelli (a cura), Il neopositivismo, Torino, UTET, 1969)

In entrambi i casi abbiamo vi sono due contraddizioni che non permettono lo scioglimento del paradosso. L’insostenibile leggerezza dello zen sarà sempre in contrasto con la sete di sapere di mediterranea memoria: “né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre, né ‘l debito amore /lo qual dovea Penelopé far lieta,/ vincer potero dentro a me l’ardore /ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, / e de li vizi umani e del valore” (Dante, Inferno, Canto XXVI, v. 94-99).

38 stratagemmi per darsi ragione

25 settembre 2010 Lascia un commento

Il gustoso saggio di Schopenhauer Die Kunst, Recht zu Behalten, riportato nella versione italiana come L’arte di ottenere ragione è una lettura che ritorna sempre utile e che impressiona sempre per il dettaglio con cui vengono raccontate le strategie di “dialettica eristica”, sempre attuali a livello di dibattito e disputa che quotidinamente è possibile visionare: dai luoghi di lavoro, al viaggio nei mezzi pubblici, alle querelle politiche trasmesse in Tv, e via dicendo.

La retorica, l’arte del “parlar bene” (come dice Roland Barthes), affascina sia per la sua complessità, sia per la sua ricaduta sui vantaggi personali che si possono avere nella comunicazione con i nostri “coinquilini di vita”, nelle relazioni che stabiliamo con essi.  Non appare utile soffermarsi a commentare le 38 strategie del filosofo di Danzica, sebbene realmente utili allo sviluppo di uno stile comunicativo assertivo, se utilizzate correttamente, se non per rivisitarne la lettura, ancora una volta, in un’ottica di autoformazione.

In particolare leggere e intellegere il prontuario della discussione nell’ottica della “disputa con sé stessi”, significa rapportare tali tattiche nei rapporti allo specchio, in quelle fasi di riflessione e auto-motivazione che necessariamente affrontiamo tutti (con tempi e modalità molto differenti).

Per quanto apparentemente sulla scia delle ”istruzioni per rendersi infelici” su cui mi sono soffermato precedentemente, è possibile ricavare numerosi consigli per affrontare sé stessi in una sorta di dibattito interiore fortemente collegato a momenti di decision making, ovvero scelte dicotomiche e necessarie.

Parafrasando Schopenhauer, pertanto, raccogliamo le seguenti indicazioni:

1.    Ampliamento: interpretare le proprie affermazioni nel modo più generale possibile, restringendo quelle in opposizione.

2.    Omonimia: estendere le proprie affermazioni presentate a se stessi a qualcosa che, oltre al nome uguale, non ha nulla in comune con l’argomento in questione.

3.    Generalizzazione: trattare le proprie affermazioni con valore relativo come se avesse un valore assoluto.

4.    Occultamento: presentare le premesse alla propria conclusione una alla volta, in modo che il sé le ammetta senza accorgersene.

5.    False proposizioni: usare tesi false ma vere ad hominem, sfruttando i preconcetti e i propri pregiudizi.

6.    Dissimulazione di petitio principii: postulare ciò che si dovrebbe dimostrare.

7.    Metodo socratico o erotematico: porre domande adeguate a se stessi e ricavare la verità dell’affermazione dalle proprie stesse ammissioni.

8.    Provocazione: autosuscitare la propria ira per confondersi.

9.    Confusione: porsi domande in un ordine diverso da quello nel quale ci si sarebbe aspettato in un primo momento.

10. Ritorsione delle proprie negazioni: se intenzionalmente ci si risponde in modo negativo a tutte le domande, chiedersi il contrario della tesi di cui ci si vuole servire.

11. Generalizzazione dell’inferenza: se si accetta la verità di fatti particolari dare per scontato che si abbia accettato anche l’universale relativo.

12. Metaforizzare: scegliere sempre metafore e similitudini favorevoli alla propria affermazione, introducendo nella definizione ciò che si vuole provare in seguito.

13. Presentare l’ opposto della propria tesi: presentare l’opposto delle proprie tesi in modo denigratorio, per far sì che si sia costretti a rifiutarlo.

14. Dichiararsi la vittoria: dopo che  si ha risposto a molte domande senza peraltro giungere alla conclusione desiderata, dichiararsi vittoria con una buona dose di faccia tosta.

15. Usare tesi apparentemente assurde: se la propria tesi è paradossale e non la si riesce a dimostrare, proporsi una tesi giusta ma non evidente; se si rifiuta pensare ad absurdum e trionfare.

16. Argomenti Ad Hominem: cercare contraddizioni nelle proprie affermazioni.

17. Usare sottili distinzioni: se si incalza con un controprova, occorre trovare una sottile distinzione se la cosa consente un doppio significato.

18. Mutatio controversiae: se c’è il rischio che si possa avere ragione, spostare l’argomento di riflessione su altre questioni.

19. Generalizzazione: se ci si sente sollecitati ad esprimere un’opinione su un particolare, estrapolare l’universale ed opporsi a questo.

20. Trarre conclusioni: se si ha concesso parte delle premesse, trarre la conclusione anche se le premesse sono incomplete.

21. Controargomentazione: se si fa uso di un argomento solo apparente o sofistico, liquidarlo usando un controargomento altrettanto sofistico o apparente.

22. Petitio principii: rigettare le proprie premesse come petitio principii.

23. Esagerazione: spingersi ad esagerare con le proprie affermazioni e quindi confutarle.

24. Forzare la consequenzialità: trarre a forza dalle  proprie affermazioni, con false deduzioni, tesi che non vi siano contenute (apagoge).

25. Istanza o Exemplum in contrarium: l’apagoge si demolisce presentando un unico caso per cui il principio non è valido.

26. Retorsio argumenti: l’argomento che si vuole usare a proprio vantaggio viene usato meglio contro se stessi.

27. Sfruttare l’ira dell’avversario: se di fronte a un certo argomento ci si adira, insistere su quell’argomento, poiché è facilmente il punto debole del proprio ragionamento.

28. Argumentum ad auditores: funziona meglio quando da persona colta si disputa con il sè incolto. Avanzarsi un’obiezione non valida ma “spettacolare”, che richieda, per essere smentita, una lunga e noiosa disquisizione.

29. Diversione: qualora si fosse sul punto di vincersi cambiare completamente argomento e proseguire come se fosse pertinente alla questione e costituisse un argomento contro se stessi.

30. Argumentum ad verecundiam: invece che di motivazioni ci si appelli ad autorità rispettate da sé stessi.

31. Dichiarazione di incompetenza: dichiararsi incompetenti per insinuarsi il dubbio che le proprie affermazioni siano una cosa insensata.

32. Denigrazione: per accantonare, o almeno rendere sospetta, una propria affermazione ricondurla ad una categoria odiata.

33. “Vero in teoria, falso in pratica”: ammettere con questo sofisma le ragioni e tuttavia negarne le conseguenze.

34. Incalzarsi: se ci si dimostra evasivi riguardo ad un argomento, incalzarsi su quell’argomento, poiché facilmente sarà uno dei propri punti deboli.

35. Argumentum ab utili: anziché agire sull’intelletto con il ragionamento, agire sulla volontà con motivazioni, dimostrandosi che la propria opinione, se vera, non può che recarci che qualche danno.

36. Sproloquiare: rimanere sconcertati e sbigottiti da sproloqui interiori privi di senso.

37. Spacciare un argumentum ad hominem per uno ad rem: se si sceglie una cattiva prova a sostegno del propria argomento confutare la prova e passare questa confutazione come una confutazione all’intero argomento.

38. Argumentum ad personam: come ultima risorsa diventare offensivi, oltraggiosi e grossolani con se stessi.

Alcune affermazioni sembreranno paradossali quanto la celeberrima non-pipa di Magritte (Ceci n’est pas une pipe 1928-29 olio su tela (60×81 cm) Los Angeles County Museum of Art), che eccezionalmente nell’opera utilizza il testo per giocare surrealmente con il linguaggio, tra significati e significanti…

Se questa non è una pipa, e non è possibile carpire il vero significato che l’autore ha attribuito al segno, fondamentalmente non può che accadere per un problema di allineamento sulla comunicazione.

Con noi stessi dovremmo riuscire ad evitare il paradosso della relatività ontologica [Quine la rappresenta attraverso l’esempio del coniglio – che fa pronunciare da un indigeno con l’immaginario fonema gavagai – e che può tradursi come “coniglio”, “parte non staccata di coniglio”e con “stadio di coniglio”]. Soffermarci su una scelta di significato, indicando il coniglio e sperando di farci capire come lo stiamo intendendo non è altro che una scelta, una strategia per definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, recintando significati, costruendo artificiosamente una morale.

Il paradosso della disputa con sé stessi può essere superato travalicando uno stadio di consapevolezza, di corporeità tangibile, per avventurarsi in uno spazio di narcosi dalla coscienza e dalle emozioni di sorta, permettendo in alcuni casi un forte effetto motivante o depressivo nei propri confronti. Non si deve pertanto avere paura del confronto con degli stati di “sospensione” dal giudizio piuttosto che dalla relazione con gli altri. In questo modo l’immagine di sé stessi è affrontabile, è discutibile, è dialogabile e il distacco dall’emozione come l’esercizio personale di dubitazione permetteranno un’attenta auto-analisi e un’auto-valutazione più profonda.

Il primo confronto è con sé stessi prima che con gli altri. In inglese to be right, rappresenta “avere ragione”, ma anche “essere nel giusto”. Prima di affrontare la disputa con l’altro è necessario verificare se si è nel giusto (proprio): no entity without identity (W V.O. Quine)

Così disperatamente semplice è la soluzione

24 luglio 2010 1 commento

Così disperatamente semplice è la soluzione (P. Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici, 1997)

In questo modo si conclude un  libro che mi è rimasto impresso e ha segnato in maniera così forte il mio modo di percepire il mondo. Difficilmente accade, ma questo è il caso di questo saggio di Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici, un opera di sottile ed efficace ironia, capace di guidare all’introspezione e all’autovalutazione sul proprio modo di orientarsi alla felicità… Scopro mentre scrivo che esiste anche uno spettacolo teatrale ispirato al manuale http://www.youtube.com/watch?v=__7RH5GKTd8!

Ritengo utile quindi citare questo libro come tappa autoformativa particolarmente suggestiva. Attraverso gli spunti di alcuni capitoli e di alcune citazioni dell’autore è possibile intraprendere un percorso ricco di spunti di valutazione:

Prima di tutto, sii fedele a te stesso…

Soprattutto tieni questo in mente:
sii sempre, e resta, fedele a te stesso;
ne seguirà, come la notte al giorno,
che non sarai sleale con nessuno.

(W.Shakespeare, Amleto, Atto I, scena III – Polonio a Laerte)

La coerenza con la propria identità, nel turbinio di trasformazioni e cambiamenti legati allo sviluppo umano è un elemento forte, determinante. Le radici, familiari o culturali, contrassegnano in maniera preponderante la propria felicità. Il suggerimento di Polonio risuona lontano e perduto in secoli di romanticismo cinquecentesco, pertanto l’uniformità con se stessi può essere indagata solo nell’essenza dei propri sentimenti. Nell’età adulta sono molti gli elementi dell’infanzia (tradizioni, rituali, luoghi…) che fanno percepire piccoli momenti di piacere e sollievo dal peso e dagli ostacoli della vita.

Gli elefanti scacciati

Watzlawick in questo capitolo cita la storiella dell’uomo che batteva le mani ogni dieci secondi. Interrogato sul perché di questo strano comportamento, rispose: “Per scacciare gli elefanti.” “Elefanti? Ma qui non ci sono elefanti!”. E lui: “Appunto.”.

Le paure da allontanare (spesso vere e proprie frustrazioni) sono un caratteristica comune della paranoia post-moderna. L’epoca della paura, dell’angoscia è figlia della mancanza di stabilità economica, politica, valoriale, sentimentale. Ognuno ha i propri elefanti da scacciare e i propri rituali scaramantici da compiere, in assenza di speranza, vero carburante per l’anima…

Nonostante questo, la logica pessimistica del “Sabato del Villaggio” che vede come unica felicità possibile l’attesa della sua realizzazione, forse raccoglie in sé una frustrazione anche benefica: battere le mani per “scacciare i propri elefanti” significa anche modificare il cosiddetto locus of control (l’attribuzione della causa degli eventi da parte di un individuo), raccogliendo la responsabilità della propria sorte e migliorando la propria autostima. Non solo, da sempre i pessimisti annoverano tra le proprie armi dialettiche, la condizione per cui se l’aspettativa iniziale è bassa, si può solo che rimanere successivamente piacevolmente sorpresi dei risultati ottenuti.

In una lettura proattiva questa tensione può essere raffigurata attraverso il simbolo del “sempre agognato e mai raggiunto” eppure “in qualche modo conosciuto”: il fiore azzurro:

Il ragazzo era disteso sul suo giaciglio, inquieto, e pensava: “provo il desiderio ardente di dare uno sguardo al fiore azzurro, non ho mai provato una sensazione simile, è come se avessi appena sognato o come se mi fossi assopito e trasportato in un altro mondo. Il ragazzo a poco a poco si smarrì in dolci fantasie e di addormentò e nel sogno gli apparivano regioni sconosciute e selvagge […] nel suo girovagare vide il fiore azzurro; lo osservò a lungo con una tenerezza indicibile. Alla fine volle avvicinarsi, quando il fiore iniziò all’improvviso ad agitarsi e a trasformarsi: le foglie divennero ancora più lucenti e si modellarono lungo lo stelo che diventava sempre più alto. Il suo dolce stupore crebbe fin quando, all’improvviso, lo svegliò la voce della madre e si trovò nella camera dei genitori che la luce del sole del mattino aveva già tinto d’oro. (Novalis, Enrico di Ofterdingen)

L’Enrico di Ofterdingen è un romanzo pedagogico di autoformazione in cui il protagonista sogna un fiore azzurro(die blaue blume) che gli sfugge proprio mentre sta per raggiungerlo.

Questo è il passaggio da sottolineare: il tassello mancante per “arrivare”.

Attenzione all’arrivare

Little do ye know your own blessedness for to travel hopefully is a better thing than to arrive, and the true success is to labour (R.L. Stevenson, Virginibus Puerisque)

Viaggiare speranzosi è meglio che arrivare e il vero successo è il lavoro. Stevenson (citato da Watzlawick in questo capitolo) sublima in poche parole un concetto fondamentale. L’appagamento, fonte della sensazione di benessere e sollievo che possiamo far corrispondere ad un concetto adulto di felicità, è breve. Quante volte ci sentiamo “arrivati”, soddisfatti e tiriamo un sospiro di sollievo e subito dopo ci accade un evento compensativo che percepiamo come disastroso e sfortunato?

Senza scomodare altre inclinazioni di pensiero pessimistico alla Arthur Bloch (vd. la “Legge di Murphy”), in molti casi probabilmente è la nostra percezione della soddisfazione e dell’appagamento dell’aspettativa che disattende il nostro “controllo” del mondo sull’ “allontanamento degli elefanti”. Appena smettiamo di “battere le mani”, gli elefanti ricompaiono subito…

La soluzione? Deliziarsi dei momenti di processo e non dei risultati. Lavorare sull’abbassamento delle aspettative sul mondo e lasciare sempre un “tassello” mancante che renda la tappa raggiunta un minimo frustrante, per permettersi un nuovo rilancio e uno slancio benefico per i prossimi risultati da raggiungere.

Se tu mi amassi veramente, mangeresti volentieri aglio

Ma, d’altra parte, (l’amante) non può essere soddisfatto di quella forma eminente di libertà che è l’impegno libero e volontario. Chi si accontenterebbe di un amore che si desse come pura fedeltà all’impegno preso? Chi accetterebbe di sentirsi dire: “Ti amo, perché mi sono liberamente impegnata ad amarti e perché non voglio contraddirmi: ti amo per fedeltà a me stessa”? Cosi l’amante chiede il giuramento e si irrita del giuramento. Vuole essere amato da una libertà e pretende che questa libertà come libertà non sia più libera. (J.P.Sartre, L’essere e il nulla)

Il passaggio che compie Watzlawick nei confronti dell’amore è magistrale. L’infelicità di coppia, l’attenzione all’attribuzione dei significati è fondamentale in un momento di relazione. Come viene citato in alcuni passaggi, la relazione a due non contempla l’aggettivazione di un oggetto. Distinguere il giudizio dell’oggetto (“Questa mela è grande”) dal giudizio sulla relazione (“Questa mela è più grande di quella”- dove “più grande non è una qualità dell’una né dell’altra) è la chiave di volta del ragionamento basato sull’esempio sentimentale. Documentare le innumerevoli incomprensioni collegate alla comunicazione nei rapporti tra due persone è un esercizio tautologico.

Rispetto alla logica “del tassello” di sopra affermata, immedesimarsi e provocare volontariamente alcune incomprensioni nella dinamica di relazione può diventare, in certi casi, quasi il “sale” del rapporto. Perdonate la deriva qualunquista di genere, ma in molti casi sembra che sia la donna ad individuare le imperfezioni della relazione: i “tasselli” mancanti e gli “elefanti” da scacciare appaiono sotto forma di comportamenti, parole, idee, valori e affermazioni su cui entrambi i partner devono lavorare per migliorare, modificare, trasformare… In un infinita ricerca del miglioramento continuo che paradossalmente può essere razionalizzato in un ciclo di Deming (Plan Do Check Actsic!).

Così l’autoformazione personale diventa una formazione diadica continuamente sfilacciata dalle contingenze quotidiane. La vita di coppia può quindi seguire il suo percorso, crescere e costruire un’identità condivisa, ma senza potersi mai lasciar andare.

L’ultimo passaggio da sottolineare riguarda proprio questo.

“Sii spontaneo!”

State giocando un gioco. Giocate a non giocare alcun gioco. Se io vi dimostro che state giocando, infrango le regole e voi mi punite (R.D.Laing, Nodi)

La spontaneità è un paradosso nella relazione a due. Non si può chiedere esplicitamente al partner di “essere spontaneo”. Nel momento stesso in cui lo si chiede si sta compiendo l’uccisione della spontaneità, dell’intuizione, dell’emotività.

Probabilmente non si può fare tale operazione neanche con se stessi… Se ci si dice allo specchio di “essere spontaneo”, di “essere sé stessi”, di certo stiamo attuando un’affermazione meta-imperativa particolarmente destabilizzante per l’identità.

Ci ritroviamo al punto di partenza, alla raccomandazione di Polonio sull’essere fedeli a noi stessi ed essere quindi genuini, concreti, coerenti. Ancora una volta l’identità, sfilacciata nella “lavatrice” della post-modernità, tende ad una soluzione personale disperatamente semplice.

Rivalutando il solipsismo, tra morale e ressentiment

29 giugno 2010 1 commento

Qui voglio ricordare la mia definizione dell’etica: essa è ciò per cui l’uomo diventa quello che diventa.

Søren Kierkegaard

In precedenza mi è capitato di considerare il solipsismo in un’accezione negativa, soprattutto rispetto alle dinamiche che si instaurano nei processi di conoscenza. La convinzione che tutto ciò che l’individuo percepisce venga creato dalla propria conoscenza è probabilmente una visione restrittiva, poiché l’influenza delle interdipendenze col mondo è riscontrabile in ogni processo di apprendimento personale.

Eppure, osservando il solipsismo attraverso la lente della morale, la prospettiva rischia di cambiare… Tutte le azioni che l’individuo compie fanno parte di una morale prestabilita dal proprio io, al di là delle “leggi” definite dal mondo esterno, oppure no?

Secondo la “dottrina” solipsistica le leggi da rispettare provengono direttamente dall’interno dell’individuo, e hanno una validità più genuina di tutte le regole che altri avrebbero stabilito per noi. “Solo io posso conoscere le mie esperienze” e “Solo io possiedo le mie esperienze” sono già argomenti che Wittgenstein smentisce nelle sue Philosophical Investigations (1974): non veniamo a conoscenza delle nostre esperienze, ma le abbiamo e basta, ed è impossibile per noi nasconderle. Le esperienze sono squisitamente personali ma questo non significa che ne conosciamo l’essenza.

La morale è una sorta di “guida” secondo la quale l’uomo agisce e definisce i propri comportamenti, verifica ndo, in coscienza, ciò che va fatto da ciò che non va fatto. Ma la morale viene appresa o viene scelta dall’individuo?

Una questione fondamentale sollevata spesso in filosofia e in psicologia è se la moralità costituisca un ambito di conoscenza diverso da altri aspetti della conoscenza. L.P. Nucci (2001) afferma che il nocciolo della moralità umana è l’interesse per la giustizia e il benessere umano e che i bambini non imparano soltanto le regole dalla società adulta, ma giungono a conclusioni riguardo al modo in cui particolari tipi di azione influiscono sull’armonia delle relazioni e sul benessere comune. Nonostante questo i giudizi morali dei bambini sono comunque influenzati da altre norme e valori sociali.

Il contesto in cui nasciamo è senz’altro il “brodo primordiale” di sviluppo della nostra moralità: la famiglia, gli amici di infanzia, i contesti sociali di primo approccio del proprio territorio di riferimento (scuola, sport, parrocchia, etc.) sono i primi “fornitori” di valori e comportamenti nonché i primi stimolatori del giudizio morale personale. Senza dubbio tali contesti definiscono un imprimatur importante nella personalità dell’individuo, tanto da influenzarne fortemente l’orientamento psichico e spirituale per il resto della vita.

Ma esiste anche una condizione di formazione morale adulta, che cresce e si sviluppa successivamente. La morale, o meglio “le morali”che in maniera più o meno contingente sono incontrate dall’individuo nel corso della sua vita sono molteplici e spesso lontane tra loro. L’adulto spesso tende a consolidare sempre di più i suoi valori e i suoi giudizi, fuggendo spesso la faticosa e compromettente “messa in discussione” generata dal cambiamento e dalla trasformazione.

Tutto questo deve però essere contemplato all’interno di un processo di autoformazione: riflettere, motivare, pianificare e consolidare in autonomia il proprio quadro morale fatto di valori e considerazioni sul mondo è un tassello fondamentale per l’autonomia dell’individuo.

Qual è la leva che permette all’adulto, così conservatore e ancorato alle sue convinzioni, di mettere in discussione e rimodulare “camaleonticamente” i propri giudizi morali? Il Ressentiment.

Un concetto che indica un senso risentimento e ostilità contro ciò che ognuno identifica come causa della propria frustrazione, l’assegnazione di condanna ad un elemento esterno da sé. Il senso di inferiorità che si crea in questa dinamica fa nascere un sistema di valori che rifiuta o giustifica ciò che è percepito come fonte di frustrazione del soggetto. L’ego crea un nemico, per isolarsi dal senso di colpa.

Il ressentiment è fortemente collegato alla capacità delle persone di essere più o meno reattivi a soffocare le reazioni rispetto a ciò che gli viene fatto. Oggi, vivere nella “società del risentimento” (Tomelleri, 2007) significa essere, a causa dell’individualismo e delle pressioni post-moderne ad essere tendenzialmente insoddisfatti e nevrotici.

La morale cambia, i valori non si tramandano più “di padre in figlio” e l’elaborazione del giudizio diventa sempre più personale. Il ressentiment la accende, il solipsismo la cura. L’individuo non può più accontentarsi della morale sociale pre-confezionata, ma si trova a sperimentare, costruendo, de-costruendo e ri-costruendo sé stesso e i propri valori.

È un bene o un male? :-)

Fino ad ora, sulla morale ho appreso soltanto che una cosa è morale se ti fa sentire bene dopo averla fatta, e che è immorale se ti fa star male.

Ernest Hemingway

Sulla buona solitudine e sul buon relativismo

Sebbene solitudine e relativismo siano considerati a prima vista elementi negativi, è possibile provare a riflettere su questi “topics” da una prospettiva differente. Di certo sono due termini ascrivibili come condizioni fortemente pervasive per la cultura e il clima sociale di oggi.

“La solitudine è indipendenza: l’avevo desiderata e me l’ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri”

(H. Hesse – “Il lupo della steppa”)

La solitudine abbassa la temperatura della passione? Il silenzio, l’introspezione, il distacco dal mondo e dal proprio Sé, probabilmente possono generare la sensazione di aridità e di un animo “scolorito”… La relazione con l’altro, nel bene e nel male, “dipinge” la nostra emotività a tinte forti. L’interdipendenza con le nostre comunità di riferimento (famiglia, amici, istruzione, lavoro..) è il vincolo del nostro progresso personale di cambiamento e di crescita, ma non bisogna dimenticare che la dimensione individuale e collettiva dei nostri “cammini auto formativi” deve mantenere un equilibrio significativo. Si parla di interdipendenza e non di “dipendenza”, così come di soliloquio e non di solipsismo…

Jung rispondeva a una persona che voleva assolutamente parlare con lui che la solitudine è una “fonte di guarigione che rende la vita personale degna di essere vissuta” e ancora che “ il parlare è spesso un tormento”. In molte occasioni forse ognuno di noi può confessare di aver bisogno di molti giorni di silenzio per ricoverarsi dalla “futilità delle parole”…

Dialogare con sé stessi permette di scoprire senz’altro lati sconosciuti e sopiti della nostra personalità, così come può far efficacemente riscoprire lati ben conosciuti e ben presenti alla nostra coscienza, ma che a volte vengono accantonati per seguire necessità, contingenze e urgenze del mondo, che ci “tira la giacca” fuori da noi.

La lente dell’autoformazione ci aiuta così a guardare alla solitudine come la condizione di partenza per l’attivazione di un percorso trasformativo personale genuino. Il momento con sé stessi è un passo imprescindibile per la configurazione di un qualsiasi percorso che abbia come destinatario la propria persona, la propria identità, poiché alla base della costruzione vi sono le fondamenta del Sé, i valori dell’infanzia e dell’adolescenza, i gusti, i piaceri e i sogni intimamente nostri.

Senza sconfinare nel più puro stoicismo (un modello valoriale fortemente anacronistico per i giorni nostri) è utile ricordare che Seneca definiva la solitudine “cibo per lo spirito”, e pertanto la ricerca interiore volta all’apprendimento intellettuale, fisico e spirituale non può che giovare allo sviluppo di ognuno.

Non tutti sono strutturati caratterialmente per affrontare una prova di solitudine, più o meno intensa. Viviamo fin da sempre immersi (e oggi ancora di più) in un mondo di contatti, di reti, di relazioni, di parole, di episodi con Altri e, giustamente, cercare o vivere l’isolamento non è certo una pratica alla moda. Questo è un bene per lo sviluppo sociale dell’individuo ma forse meno per il proprio sviluppo interno. La solitudine “formativa” va ricercata nel lato buono e produttivo della riflessione, della valutazione con se stessi e nella spinta all’auto-realizzazione personale.

Una tappa determinante per poter a concentrare le proprie energie verso un cammino di solitudine auto-formativa risiede nel “buon relativismo”, ovvero una modalità di pensiero che non si traduca necessariamente in atteggiamenti qualunquistici o nichilistici nella persona.

Senza approfondire un concetto largamente abusato nell’ultimo periodo, è utile individuare la dinamica che esiste in questo macro-tema filosofico, tra il passaggio dalla sostanza “oggettiva” a quella “soggettiva”.

Termini come “certo”, “sicuro”, “assoluto”, “oggettivo”, “mai”, “sempre”, etc. sono pericolosi da utilizzare, nel tempo della post-modernità. In riferimento a tutto ciò che concerne l’essere umano, che come tale è strumento di “errore”, vittima della casualità e della causalità, in un folle gioco di interdipendenze e contingenze.

Assumere questo punto di vista prepara e allerta l’individuo a molti imprevisti e stabilisce, sul piano auto-formativo, la necessità di iniziare il cammino di riflessione su sé stessi e sul mondo con un approccio critico e positivo. L’importante è vivere questa posizione con un atteggiamento costruttivo e volto al miglioramento di se stessi. Non potendo dare nulla per scontato, l’essere umano deve compiere un esercizio di proiezione verso il “bene” e il “meglio”.

“Io penso relativo”, ma l’obiettivo di crescita e miglioramento deve permanere vivo. Il relativismo può difendere dagli imprevisti e dalle delusioni del mondo, ma senz’altro può portare al “raffreddamento” di cui sopra.

Questa è la grande scommessa dell’equilibrio auto-formativo: trovare l’elemento che “relativizzi” il relativo e renda lo sguardo critico e nichilistico circoscritto ad un insieme, ad un micro-mondo.

In questo, ciò che è trascendente, la “legge morale fuori di noi” permette l’ingresso di “un cielo stellato” dentro di noi… Un esempio? La fede è senz’altro un “escamotage” importante e da tenere in considerazione…

Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?»

(Gv 18, 37-38)

Sun Tzu e l’arte della guerra interiore

Sunzi (孫子) dice:

“Un terreno può essere transitabile, insidioso, svantaggioso, angusto, scosceso o con ampie distanze”(§ X).

Come ricorda il collettivo Wu Ming nella Prefazione all’edizione Newton Compton (2010), il Bingfa, “L’arte della guerra”, è uno dei libri più citati e allo stesso tempo fraintesi, soprattutto nella letteratura manageriale di oggi. La sino-filia commista alla sino-fobia politico-economica degli ultimi tempi, crea delle strane mode in tal senso.

Citare questa opera bimillenaria può però essere interessante, se letta con la lente dell’autoapprendimento e dello sviluppo personale: in fondo, nei percorsi di vita, lavorativi, apprenditivi, relazionali e via dicendo, affrontiamo diversi terreni di self-management, più o meno scoscesi, angusti o insidiosi…

Le “nove variabili” (§ VIII)  da affrontare nella guerra interiore diventano così metafore suggestive delle lotte con sé stessi nel terreno dell’auto-sviluppo:

Non ci si accampa  in luoghi sfavorevoli.

La riflessione interiore, primo livello del percorso auto formativo, non può essere compiuta in contesti nocivi o avversi alla concentrazione e alla meditazione interiore.

Ci si congiunge con gli alleati dove le rispettive vie si incrociano.

Le fasi di osservazione e confronto sono imprescindibili nel “movimento” autoformativo.

Non si sosta in luoghi troppo isolati.

Il permanere in soste di riflessione e “deserto” interiore deve essere un tempo limitato.

Se la zona è accerchiata, si elaborano trame; di fronte alla morte, si combatte.

Di fronte agli ostacoli si deve utilizzare la progettualità e operare con responsabilità per il proprio agire apprenditivo.

Vi sono cammini che non vanno seguiti.

Gli errori vanno commessi ma anche evitati, soprattutto se gli stadi di autoderminazione del proprio percorso formativo sono stati correttamente definiti.

Vi sono eserciti che non vanno assaliti.

Si deve evitare il contrasto con l’ “Altro” che può nuocere al nostro percorso apprenditivo.

Vi sono città che non vanno attaccate.

Si deve mantenere equilibrio e moderazione nell’intraprendenza apprenditiva.

Vi sono terreni su cui non ci si affronta.

Gli ambienti (le situazioni) nocivi per la riflessione, la motivazione, la progettazione e l’autonomia apprenditiva sono da evitare.

Vi sono ordini del proprio signore che non vanno seguiti.

Per riuscire nel percorso bisogna anche sapere quando non rispettare le regole e dare spazio a creatività, intuizione e fortuna.

Ognuno di noi raccoglie le proprie forze ogni giorno, lottando con le avversità e gli ostacoli del mondo, in un esercizio auto formativo perenne. Ogni giorno, denso di difficoltà, di avversità e di tranelli inaspettati può diventare un’insostituibile occasione di crescita e di apprendimento personale.

Un generale corre cinque rischi:

se pensa di dover morire, può essere ucciso;

se è sicuro di sopravvivere, può essere catturato;

se è facile all’ira, può essere provocato;

se ha troppo senso dell’onore, può essere disonorato;

se ama troppo i suoi uomini, può essere messo in difficoltà

(§ VIII)

I rischi del “comandante di noi stessi” sono fortemente correlati con l’insicurezza o la mancata volontà di apprendere, di mettersi in gioco, di operare una “messa in discussione” delle proprie convinzioni adulte.

Il fine unico di una battaglia è la vittoria, sembra ricordare il Maestro Sun, sebbene un’interpretazione più autentica va ricercata nella profondità della cultura cinese, che va oltre l’elemento materiale dello scontro che, anzi, il perfetto guerriero cerca sempre di evitare.

Per questo mi piace immaginare il fine unico della lotta interiore come il sollievo. L’equilibrio, la perfezione della forma, la stabilità del procedere apprenditivo risiede quindi nell’appagamento, nel fabbisogno colmato, nell’auto-gratificazione per lo sforzo compiuto.

Con franchezza è giusto evidenziare, infine, che ogni processo di apprendimento non può essere regolato esclusivamente da un percorso logico, definito:

In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro, e quelle imprevedibili alla vittoria (§ VIII).

La maggiore soddisfazione viene raccolta quando il nostro ardore teso all’imparare, all’acquisire nuove conoscenze e competenze ottiene risultati inaspettati fatte con azioni rapide, silenziose ma precise.

Epoché e riproduzione vietata. Principi eidetici di autoformazione.

9 febbraio 2010 1 commento

La Reproduction interdite” è un dipinto del pittore surrealista belga René Magritte del 1937 (Olio su tela-  81.3cm× 65cm); attualmente è conservato presso il Museo “Boijmans Van Beuningen” a Rotterdam fu commissionato da un committente abituale, il poeta Edward James, ed è considerato un ritratto di James nonostante il volto del protagonista non sia dipinto… Si tratta di una delle tre opere prodotte da Magritte per la sala da ballo della casa di James a Londra (le altre due furono: “Le modèle rouge”–1937 e “La duree poignardee”-1938). Magritte dipinse nello stesso anno un altro ritratto di Edward James intitolato “Le Principe du Plaisir”, dove il protagonista era seduto di fronte ad un tavolo, con il volto ignoto poiché al suo posto è rappresentato un lampo acceso, come il flash di una macchina fotografica.

Il lavoro rappresenta un uomo in piedi di fronte ad uno specchio ma, tranne il libro sul camino che è riflesso correttamente, l’uomo può vedere solamente la sua nuca. Il libro sul camino è una copia delle “Avventure di Gordon Pym” (si può notare la dicitura in francese “Les aventures d’Arthur Gordon Pym) di Edgar Allan Poe, un  maestro del “fantastico”, uno degli autori preferiti di Magritte e a cui fece diversi riferimenti nelle sue opere.

Lo specchio rappresentato non riflette quindi il volto dell’uomo ma rimanda, in modo illogico, le sue spalle. Il riflesso dell’uomo genera un doppione di se stesso, mentre il riflesso del libro è perfettamente aderente ad una rappresentazione reale poiché presenta il riflesso del suo titolo “al rovescio”.

Un ritratto che esibisce il dorso del soggetto è un’infrazione alle regole dell’identità e del genere l’esistenza stessa del signor Edward James è in un certo senso negata. La libera interpretazione ci permette di pensare che il signor James non esiste nel dipinto ma esiste una sua immagine, così come si può immaginare che lo specchio rifletta sé stesso rivolto verso sé stesso.

Una rappresentazione del riflettere, che surrealmente diventa un divieto, un ostacolo.

Probabilmente non si può rappresentare la riflessione di una persona, semmai solo il suo riflesso…

Il primo stadio della trasformazione nell’accezione dell’@robase dell’autoformazione (cfr. Beronia, 2008) è legata al concetto di riflessione e osservazione interiore sui propri fabbisogni formativi, più o meno formali.

Rappresentare questo elemento in un’espressione artistica non può avere spunto migliore.

Ci aiuta, filosoficamente, delineare questo passaggio attraverso il principio “eidetico”, di husserliana memoria.

Eidos (εδος) significa “idea”, “immagine”, “forma”; un termine usato da Platone per fare riferimento alle “forme ideali” nella teoria delle idee.. In qualche modo l’“eidos” esprime la natura interna di una cosa: un nucleo invisibile e causa prima dell’esistenza di una cosa.

La ricerca di questa immagine interna, così intima e di difficile rappresentazione, ha bisogno di un processo diverso e originale, molto diverso da logiche pre-definite e statiche, ma di un capovolgimento dell’agire indagatorio verso sé stessi e il mondo. A questo cavillo riflessivo Husserl rimedia con l’epoché (ποχή), ossia la “sospensione”: la sospensione del giudizio (già formulata da Cartesio) è l’astensione da una determinata valutazione, nel momento in cui non sono disponibili elementi sufficienti per formulare un giudizio stesso.

Si tratta di un processo cognitivo strettamente implicato nella costruzione di giudizi etici, morali. Contrariamente al “pre-giudizio”, la sospensione del giudizio prescrive di astenersi da azioni di attribuzione morale fino al raggiungimento della necessaria quantità di informazione.

Per questo la riflessione autoformativa deve partire da un principio di epoche, costruttivo in quanto teso a raccogliere quante più informazioni possibili per poter valutare e valutarsi in modo quanto più attendibile.

In un contesto sociale o di relazione diadica con un altro “essere”, l’astensione dal giudizio permette di rimediare al fanatismo e in buona misura di evitare i conflitti legati all’incomprensione reciproca. Si tratta di una prestazione di relativismo perfettamente in linea con i tempi post-moderni, ma che può essere calibrata per una crescita interiore molto più produttiva in termini esistenziali.

Quando tutto intorno sfugge al controllo, quando gli eventi modificano il proprio piano di lettura del mondo, delle relazioni e della propria esistenza non si può che sposare dei principi abduttivi di ricerca del sé e di riflessione fenomenologica sul reale.

Nella sua finitezza l’uomo non può prevedere il futuro, né può valutare con oggettività il passato e non si può giudicare un fatto senza esserne il protagonista o un personaggio senza esserlo. Talvolta non si può giudicare neanche sé stessi, se non “riflettiamo” sulla nostra immagine… “proibita”.

Il miglioratore del mondo

Le difficoltà, i “traviamenti”, le inquietudini, gli slanci e le ombrosità dei tormentati anni della giovinezza rivivono splendidamente descritti in un significativo racconto della produzione giovanile hessiana. Nel “miglioratore del mondo” Hesse riflette con ironia partecipata e particolare finezza psicologica sul travaglio della gioventù nell’impatto con il mondo “adulto”…

Ogni periodo della vita che comporta trasformazioni e cambiamenti sembra riproporre le tensioni, i tormenti e le contraddizioni della vita giovanile, anche se i cambiamenti avvengono avanti negli anni. Gli atteggiamenti estremi e “anarchici” di Berthold, il protagonista del racconto di Hesse, che decide di lasciare il turpe mondo cittadino per seguire naturiste e pacifiste del suo periodo andando a vivere come un eremita in campagna, sono la raffigurazione esplicita delle nostre tensioni interne votate al cambiamento.

“Solo il mattino seguente, svegliandosi in un letto nuovo insolitamente morbido e ricordandosi della sera prima, si rese conto che la sua insoddisfazione per la semplice stanzetta e la sua esigenza di una maggiore comodità andavano in effetti contro la sua coscienza. Solo che non se la prese, si alzò ben riposato dal letto e pensò con eccitazione alla giornata che lo aspettava…”

Migliorare il mondo” significa, su un piano squisitamente soggettivo, migliorare la propria prospettiva e cambiare il proprio mondo: un azione che senz’altro influenza positivamente chi sta intorno, attraverso la diffusione pervasiva di buone pratiche di trasformazione.

A volte il cambiamento avviene diversamente, poiché si insinua dolcemente tra le pieghe dei nostri atteggiamenti e permette le modificazioni del nostro essere in forma incosciente, salvo poi emergere con forza tutto insieme:

“Per prima cosa si recò da un barbiere per farsi accorciare i capelli e tagliare la barba, e quando si guardò allo specchio e poi uscì in strada e sentì nel vento leggero la freschezza delle guancie rase, gli cadde completamente di dosso ogni eremitica timidezza. In fretta si recò in un grande negozio di abbigliamento, comprò un vestito alla moda e lo fece adattare il più accuratamente possibile alla sua figura, lì accanto acquistò della biancheria, cravatta, cappello, e scarpe, vide finire il suo denaro e andò in banca a prelevarne dell’altro, aggiunse al vestito un cappotto e alle scarpe delle soprascarpe di gomma, e la sera, quando tornò a casa piacevolmente stanco, trovò già tutto lì, in scatole e pacchetti ad aspettarlo.”

Mezirow delinea scientificamente le “fasi della trasformazione”, ricorrenti in ogni individuo, sebbene queste avvengano con tempi e modi differenti per ognuno di noi (Mezirow, 1991):

1)  dilemma disorientante;

2)  autoesame, sensi di colpa e di vergogna;

3)  valutazione critica degli assunti epistemologici, socioculturali e psichici;

4)  scoperta della scontentezza come processo comune ad altri;

5)  esplorazione delle opzioni che prospettano nuovi ruoli, relazioni e azioni;

6)  pianificazione di un corso d’azione;

7)  acquisizione di conoscenze e competenze utili all’implementazione dei propri piani;

8)  sperimentazione provvisoria di nuovi ruoli;

9)  familiarizzazione con i nuovi ruoli e relazioni;

10) reintegrazione nella propria vita, sulla base delle condizioni imposte dalla nuova prospettiva.

Dopo questo faticoso percorso, che associa momenti drammatici e intensi ad episodi di riflessione e sperimentazione meno emotiva, si torna forse, “piacevolmente stanchi”, ad osservare i frutti della propria evoluzione interiore e a compiacersi, per auto-gratificazione, del lavoro svolto.

Il cambiamento è un’eterna battaglia di ottimismo e speranza autogenerata. Attraverso le agitazioni utopiche e le lotte interiori si combatte verso l’equilibrismo tra la “sindrome di Pollyanna” e il “pessimismo cosmico”, tentando strade più o meno adeguate al proprio atteggiamento intrinseco.

Il “Bullish Feeling”(il toro è uno dei due animali-simbolo della finanza, il termine bullish definisce un mercato in rialzo, in opposizione al mercato bearish che tende invece al ribasso), che dalla terminologia giornalistica sta prendendo piede, rappresenta una chiave di volta importante per impostare lo “standing” interiore. Non si deve scadere nell’ottimismo delle favole, distaccato completamente dalla realtà: lo sguardo alla storia e all’esperienza personale deve essere sensatamente connesso al contesto di riferimento, evitando però di ritrovarsi in situazioni di rimpianto o di melanconia per il “tempo che fu”.

Le date, le ricorrenze hanno un valore se tali sentimenti ed espressioni comportamentali vengono fatte rivivere con una tensione “giovanile” verso il futuro. Futurismo d’azione e di contemplazione, obiettivi “raggiungibili e misurabili”, ma comunque alti.

Ritrovare la fiducia in sé stessi significa anche attribuire un po’ di fiducia nell’intangibile (non dico negli uomini, potrebbe diventare un passaggio “illusivo”), nella compensazione del Fato, o nella Provvidenza (fate voi..). È un po’ la regola che tutti gli imprenditori di successo sembrano raccontare, dove anche di fronte alle difficoltà l’unica cosa che conta è la “fede” nelle proprie capacità, la “speranza” nella buona sorte e la “carità” del lavoro umile e costante di tutti i giorni.

Non basta. A guidare la trasformazione in positivo dei malumori interni in un momento di cambiamento serve anche il supporto degli affetti, la condivisione di speranze e di obiettivi comuni verso un futuro preciso e piacevole. Un sogno lucido e una persona accanto.

“«È venuto il dottor Reichardt», disse Agnes alla madre, che porse alla mano il visitatore. Ma lei, nella luce mattutina della stanza chiara, guardò l’uomo, lesse sul viso smagrito la miseria di un anno sbagliato e difficile, e nei suoi occhi la volontà di un amore ormai chiarito. Non lasciò più il suo sguardo e, silenziosamente attratti l’uno dall’altro, si diedero ancora la mano.”

Noel

Un felice Natale a tutti i visitatori della rete..

Che il prossimo anno sia pieno di problemi, di ansie, di arrabbiature, di ostacoli e disavventure, ma che ognuno trovi le risorse dentro di sè e intorno a sè per affrontarle con energia e riuscirle a superarle, crescendo, ancora una volta, un anno di più. Buona autoformazione e…

BUONE FESTE!

I wish an happy Christmas to all the visitors of the Net..
Let’s hope that next year will be full of problems, anxieties, rages, obstacles and misadventures, but that everyone will be able to find the resources inside of him/herself and around to face them with energy and to succeed to overcome ‘em, growing, once more, one year more.
Happy self-learning and..

MERRY XMAS & HAPPY NEW YEAR!

Categories: Autoformazione
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