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Archive for the ‘autoapprendimento’ Category

Nodi gordiani. Culture annodate. Formarsi al nodo.

Tra rischi e incertezze

E’ difficile descrivere il momento attuale con distacco ed autoironia. E’ troppo facile, al contrario, dilettarsi nella ricerca di coincidenze cabalistiche post-profezia Maya: oltre ad esserci ritrovati nel 13° anno di inizio millennio, siamo da poco entrati nell’anno del Serpente (che secondo il calendario cinese rappresenta un momento di grande trasformazione), da pochi giorni la tradizione ebraica ha ricordato nella festività di Purim il “digiuno di Ester” e siamo in Quaresima.

Le stelle e la tradizione vogliono ricordarci qualcosa? No. Ci pensa l’attualità a sublimare un momento catartico mai visto, dove iniziano a traballare contemporaneamente ruoli istituzionali e simboli religiosi, certezze e incertezze iniziano a mescolarsi freneticamente in una centrifuga di momenti storici e delicati cambiamenti. Sta iniziando il futuro? O comunque un futuro diverso?

Uncertainty diventa sinonimo di normalità in un quadro socio-cultural-politico come quello attuale. Credo però sia utile fare riferimento ad una distinzione ben precisa tra rischio e incertezza “knightiana”, ovvero quell’incertezza definita dalll’economista Frank Knight (“Risk, Uncertainty, and Profit, 1921), rapportata ad un rischio il cui significato riguarda, in certi casi, una quantità suscettibile di misurazione, mentre altre volte si tratta di qualcosa che non è palesemente misurabile: un’ incertezza misurabile è molto differente da una non misurabile, poiché che in effetti non si tratta affatto di un’incertezza 🙂

Laddove il rischio è calcolabile, è possibile affrontare un momento di difficoltà e di incertezza, in quanto siamo in grado di immaginare quale sia la direzione che sta prendendo il nostro incedere.

 

In questo periodo si spendono le metafore nautiche come fossero nichelini e (siccome non costa niente) decido di spenderne un pò anch’io…

La crisi, metaforizzata in una tempesta degna di rappresentazione alla Herman Melville, non può che essere affrontata prendendo le onde “al mascone” (ultimamente Gramellini si è dilettato citando questa simbologia in tv): in un’imbarcazione il mascone è una parte dello scafo, a metà strada tra la prua (la “punta”)  e il traverso (la “metà”, il centro), dove si tende a prendere le onde in caso di mare formato a prua, per mitigare gli effetti di “beccheggio” e “rollio” che compromettono la stabilità dell’imbarcazione, oltre a generare pericolosi effetti della nausea nell’equipaggio.. Ma in navigazione si sa bene che “prendere le onde al mascone” non è che un compromesso per limitare i danni e non per risolvere il problema (il mare grosso). La nautica prescrive di prevedere le condizioni meteorologiche e di evitare di affrontare situazioni “burrascose”. Siamo quindi nel campo del rischio (più o meno calcolato se vogliamo) e non in quello dell’incertezza.

La domanda che si fa l’equipaggio di questo Paese (che invece vive un momento di incertezza) è sapere se chi è, è stato, e sarà al comando ha la più pallida idea di quale sia il modo per fuggire la tempesta, avendola o meno prevista.

Provare a leggere l’intricata situazione socio-politica attuale appare sempre più un nodo gordiano. La leggenda racconta che nella città di Gordio, in Anatolia, Re Mida dedicò il sacro carro del padre Gordio (diventato re precedentemente perché entrato in città secondo una profezia su un carro trainato da buoi) agli dei, e questo fu legato ad un palo con un intricato nodo di corniolo, rappresentando simbolicamente la ferma solidità del potere regale e politico. La profezia dell’oracolo a quel punto definiva che chi fosse stato in grado di scioglierlo sarebbe diventato imperatore dell’Asia Minore. Alessandro Magno, quando arrivò da quelle parti decise di “darci un taglio”, senza troppe perifrasi. Questo momento sembra quasi fautore di una “soluzione alessandrina”, alla contorta situazione socio-politica: netta, semplice, rapida e decisa.


Per una logica della gassa d’amante.

Tornando alla metafora nautica e ai nodi, in assenza di soluzioni decise e nette, bisognerebbe passare da una “logica del nodo gordiano” ad una “logica della gassa d’amante”.

La cultura “annodata” di un cambiamento che sembra sempre posticipare il suo avvento, deve passare per l’abbandono della logica della conservazione di una tradizione sempre più aggrovigliata da cui è difficilissimo raccapezzarsi. Sciogliere un nodo è un lavoro di pazienza e attenzione che in taluni casi non sempre sono disponibili, magari per ragioni di tempo e di sicurezza.

La tradizione nautica tramanda da sempre (forse millenni, stando al ritrovamento della barca solare di Cheope) di premunirsi con un “bowling knot” ovvero la “gassa d’amante”, un nodo semplice e sicuro che rappresenta simbolicamente la prevenzione e l’acutezza nel risolvere situazioni “intricate”… La prima menzione della gassa in uno scritto ufficiale risale alla “Grammatica del Marinaio” di J.Smith del ‘600, dove viene definito come un nodo “forte e sicuro, così ben fatto e fissato dalle briglie nell’occhiello delle vele che queste si rompono o si dividono prima che il nodo possa sciogliersi”.

Passare ad una logica della gassa d’amante significa utilizzare metodi sicuri ed efficaci per diversificate situazioni; significa imparare ad utilizzare uno strumento semplice e multi-funzione, di estrema efficacia, soprattutto in situazioni di incertezza o di tempesta.

L’approccio formativo alla “logica della gassa d’amante” passa per una capacità predittiva che assicuri di trarre giovamento dal cambiamento. Sul piano manageriale lo spunto che sembra emergere è quello della Marketing Myopia di Theodore Levitt, dove il suggerimento dato alle imprese è quello di concentrare le proprie riunioni sulle esigenze dei clienti piuttosto che sulle strategie di vendita dei prodotti. Convinzioni e compiacenza di essere in una “campana di vetro” di crescita può far perdere di vista ciò che realmente i clienti vogliono. E i clienti sono i cittadini del mondo e i cittadini di un Paese fortemente dimenticato dai manager che operano nel, e per, il patrio suolo.

Una delle ragioni per cui la miopia è così comune è che le persone sentono di non poter predire con precisione il futuro, che è una preoccupazione legittima. Ma si tratta (tornando all’inizio del discorso) di un rischio, non di un’ incertezza, laddove sia possibile utilizzare delle tecniche di predizione commerciale e un ascolto del mercato di riferimento per stimare le circostanze future nel miglior modo possibile.


Nodi autoformativi

Morale conclusiva: imparare a fare i nodi. Annodare l’apprendimento saldamente al proprio futuro, consapevoli che la prevenzione sia sempre uno scarto di rischio e un’incertezza in meno. Darci un taglio, se serve, e prepararsi al cambiamento: prima o poi arriva.

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Design “Made in Myself”

Mi imbatto nel Design. Perché utilizzato in certi contesti sembra avere un vero “cool effect”. Perché il termine è associato inconsciamente al “bello” oltre che al “ben fatto”. Forse perché è un concetto che richiama tanto quello che oggi rimane di “Eccellenza Made in Italy” (vd.http://www.academia.edu/1313023/Design_tra_invenzione_e_innovazione_Design_between_Invention_and_Innovation)

Non solo il “significante”, ma anche il significato in fondo ha una derivazione italica, in quanto il termine è latino: Designare; de-signum, ovvero “dal segno”,  “di segno”, “fuori dal segno”. Il richiamo interessante è all’uso del “segno” utilizzato per rappresentare, ideare, progettare.

Il “Design” sembra però racchiuso in una diatriba tutta odierna tra l’essere e l’apparire:

People think it’s this veneer – that the designers are handed this box and told, ‘Make it look good!’ That’s not what we think design is. It’s not just what it looks like and feels like. Design is how it works”. Steve Jobs

Apple del Design, inteso sia in senso estetico (ostentatamente user friendly) sia in senso razionale (effettivamente user friendly), ha fatto la sua bandiera e verificare che uno Steve Jobs privilegi l’importanza della componente pragmatica mi può far pensare che l’accezione “californiana” del significato sia probabilmente meno “mediterranea” di quanto pensassi.

La differenza vera forse la fa solo l’intenzione (stavolta ci torna utile l’etimologia francese desseign, ovvero “scopo”, “progetto”, “disegno”) con cui vengono rappresentate e progettate le cose.

L’INTENZIONE

A tal riguardo mi ha colpito molto questo video delle convention “TED”, connotate fortemente da uno stile “stelle e strisce”, ma comunque intriganti [probabilmente perché sono ben “disegnate”]:

John Hockenberry: “Siamo tutti designer”

http://www.ted.com/talks/lang/it/john_hockenberry_we_are_all_designers.html

Dalle frasi a effetto del giornalista sottolineo un paio di passaggi:

“C’era progettazione in tutto quel che mio padre faceva. Aveva un gruppo jazz stile Dixieland quando eravamo piccoli, ed interpretava sempre le cover di Louis Armstrong. Ogni tanto gli chiedevo, “Papà, vuoi che assomigli al disco?” Avevamo un sacco di vecchi dischi jazz in giro per casa. E lui diceva, “No, mai, John, mai. La canzone è solo un dato di fatto, è così che devi vederla. Devi renderla tua. Devi progettarla. Mostrare a tutti a cos’hai in mente“.

“La differenza è l’intenzione…L’intenzione cambia del tutto l’immagine. Scelgo di valorizzare quest’esperienza rotolante (la sedia a rotelle, ndr) con un semplice elemento di design. Agendo con un’intenzione. Trasmette la paternità di un’idea. Suggerisce che c’è qualcuno alla guida. È rassicurante; le persone ne sono attratte. A volte fanno propria quell’esperienza. Facendo una cover della melodia tragica con qualcosa di diverso, qualcosa di radicalmente diverso”.

Potremmo ripensare al mestiere di progettista come un bel connubio di tensione al “bello” e al “funzionante”, a partire dall’intenzione con cui sviluppiamo idee e rappresentiamo concetti. Un sincretismo importante di razionalità e passione, ingegneria e arte. Il progettare implica pertanto l’utilizzo dei “segni”, o proprio dei “disegni”, spesso al fine di condensare l’astrazione nell’applicazione.

L’esempio più efficace in questa esplorazione è proprio quello dell’architetto.

L’ARCHITETTURA

L’architetto è il “primo motore immobile” di un progetto, colui che il “disegno” ce l’ha in mente e conseguentemente lo rappresenta, definendone tutti gli aspetti per renderlo successivamente applicato alla realtà.

Il termine Arché come “principio apparso cronologicamente/ontologicamente per primo” è racchiuso nel significato di architettura, lo strumento che dà origine alle cose.

Potrebbe essere utile a questo punto condensare la dissertazione senza scomodare ulteriormente filosofi greci, stoici, idealisti e via dicendo, focalizzando l’importanza autoformativa che racchiude il concetto di Design, in quanto se “tutti siamo designer”, ognuno è “architetto” del proprio “design formativo”.architetto

L’architettura dell’auto-apprendimento si configura in maniera del tutto particolare attraverso il concetto di Design.

Pensare al proprio sviluppo formativo in termini di un’esperienza che sia allo stesso tempo “bella” e “ben fatta” infatti, riporta ad una progettazione analitica, puntuale ma anche piuttosto smart, come si usa dire in ambito aziendale.

Il divertimento ad auto-apprendere, il gusto di pianificare le proprie risorse personali fa riferimento ad una vera e propria scelta di stile di progettazione.

LO STILE

Tutti i grandi architetti, i grandi artisti hanno uno “stile”, o comunque sono richiamati ad un gruppo di riferimento. Fatto sta che il distinctive manner, l’elemento riconoscibile, il segno distintivo, deve essere sviluppato in ogni opera di progettazione.

Lo stesso può valere per il proprio progetto autoformativo, indipendentemente se si è fabbri, artisti o semplicemente architetti di sé stessi. Al proprio progetto di autosviluppo si può dare il “tocco” in più, la propria firma, il gusto estetico e, perché no, artistico dell’apprendere.

Questo significa generare il principio di apprendere con intenzione, disegnando il proprio progetto fatto di scopi, di obiettivi, di passi, di tempi e di responsabilità personali, senza tralasciare l’importanza del gusto e della distintività del proprio imparare.

Parafrasando nuovamente una delle riflessioni condotte finora: “L’apprendimento è probabilmente un dato di fatto. Ma devi renderlo tuo. Devi progettarlo. Mostrare a te stesso cos’hai in mente

Le cadavre exquis boira le vin nouveau. Appunti surrealisti per un’autoformazione inconscia

Al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale e senza il controllo della ragione “Il cadavere squisito berrà il vino novello”. Il gioco surrealista detto anche dei “cadaveri eccellenti” è lo spunto per riflettere sulla potenza dell’astrazione e del distacco psico-pedagogico da sé stessi.

Ragionare su sè stessi e su ciò che si sta imparando è un’operazione autovalutativa che può diventare fortemente efficace attraverso degli esercizi di “allontanamento” dal Sé.

In questo le caratteristiche e i principi del surrealismo, a partire proprio dai consigli stilati nel Manifesto di André Breton del 1924 sembrano racchiudere la forza espressiva necessari all’autoformazione dell’anima e dell’ingegno:

“Fatevi portare di che scrivere, dopo esservi sistemato nel luogo che vi sembra più favorevole alla concentrazione del vostro spirito in sé stesso. Ponetevi nello stato più passivo, o ricettivo, che potete […] Scrivete rapidamente senza un soggetto prestabilito, tanto in fretta da non trattenervi, da non avere la tentazione di rileggere. La prima frase verrà da sola”
Con un pò di azzardo pseudo-artistico proverei quindi a parafrasare il procedimento dadaista di creazione di una poesia, parafrasando Ttristan Tzara:

“Per fare autoformazione dadaista

Prendete voi stessi.
Prendete un paio di pensieri sul vostro apprendimento..
Scegliete un’idea che abbia l’importanza che voi desiderate dare al vostro nuovo apprendimento.
Ritagliatevi un momento per voi.
“Tagliare” ancora con cura ogni frammento che forma tale ideae mettere tutte le impressioni in uno spazio mentale.
Agitate dolcemente.
Tirate fuori le parole che definiscono quello che avete appreso una dopo l’altra, disponendole nell’ordine con cui le pensate.
Ripetetele coscienziosamente.
L’autovalutazione vi rassomiglierà.
Ed eccovi diventato individuo in apprendimento infinitamente originale e fornito di una sensibilità incantevole, benché, s’intende, incompresa dalla gente volgare”

Quando il presente intorno a noi diventa ignobile, tanto più dobbiamo guardare le stelle”
(Joan Mirò)

E’ plausibile che in questo momento della lettura vi troviate dispersi nel non-sense..

 

Ma l’onnipotenza dell’onirico e il “gioco disinteressato del pensiero” possono veicolare la risoluzione dei principali problemi della vita, liquidando altri meccanismi psichici, espressione ansiogena di comportamenti “de-apprenditivi”.

Senza sconfinare nel patologico, credo sia (seppur stranamente) molto efficace optare per un’autovalutazione che in qualche modo si avvicini alla “depersonalizzazione”.

Probabilmente quasi a tutti è capitato di provare dei sentimenti di “estraneità da sé” ed un senso di irrealtà, come la sensazione di guardarsi dall’esterno, di essere fuori dal proprio corpo, o meglio dell’incapacità di riconoscersi allo specchio.

La sensazione di essere scissi in una parte “osservante” ed una “partecipante” (Steinberg, Schnall, 2001) permette infatti un senso di distacco dalle proprie emozioni ed un giudizio più oggettivo su sè stessi che può essere canalizzato nella valutazione autoformativa [senza ovviamente cadere in un vero e proprio “Disturbo da Depersonalizzazione” di tipo dissociativo 😉 ]

 

Ho già esplorato precedentemente il senso del distacco da sé attraverso il tema del solipsismo, ma in questo caso è utile ragionare sulla forma dell’astrazione da sé stessi che, oltre che attraverso un buon bicchiere di vino (novello?) :-), può avvenire con una forma di “stream of consciousness” sperimentato ampiamente nella letteratura di primo novecento, come da Joyce.

Ecco che attraverso il gioco e le parole si possono elaborare pensieri “portmanteau”, in prima battuta apparentemente surreali ma al contempo estremamente profondi e genuini. Piacevoli.

Giusto per un esempio è il caso di citare quindi Fosco Maraini e il suo “Lonfo” che “non vaterca né gluisce/e molto raramente barigatta/ma quando soffia il bego a bisce bisce/sdilenca un poco e gnagio s’archipatta”  piuttosto che il suo antenato “Jabberwocky” di Lewis Carroll pubblicato nel quasi intraducibile Through the Looking-Glass, and What Alice Found There del 1871:

 

'Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.
Beware the Jabberwock, my son!
The jaws that bite, the claws that catch!
Beware the Jubjub bird, and shun
The frumious Bandersnatch!
He took his vorpal sword in hand:
Long time the manxome foe he sought
So rested he by the Tumtum tree,
And stood awhile in thought.
And as in uffish thought he stood,
The Jabberwock, with eyes of flame,
Came whiffling through the tulgey wood,
And burbled as it came!
One, two! One, two! And through and through
The vorpal blade went snicker-snack!
He left it dead, and with its head
He went galumphing back.
And hast thou slain the Jabberwock?
Come to my arms, my beamish boy!
O frabjous day! Callooh! Callay!
He chortled in his joy.
'Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.

 

Oltre la metasemantica, tornando al principio autoapprenditivo, mi preme definire un modello di autovalutazione “surrealista”, a partire dal presupposto onirico & psico-analitico, certo del fatto che

 

“I sogni non vogliono farvi dormire; al contrario, vi vogliono svegliare.” (René Magritte)

L’elaborazione che segue, in accordo con questo esperimento è pertanto del tutto surreale, istintiva e de-personalizzata.

Distinguiamo 3 passaggi successivi all’esercizio di “distacco dal sè apprenditivo”, attivato per guardare con un occhio diverso, ma con la stessa “anima”:

1) scire

SAPERE

Ovvero conoscere gli aspetti di apprendimento su cui focalizzare la propria attenzione autoformativa. L’oggetto della propria autovalutazione.

 

2) intelligere

CAPIRE

Comprendere la semantica apprenditiva. Le associazioni di parole e giudizio sul tema di apprendimento prescelto assumono una forma comprensibile, grazie al ragionamento distaccato e scevro di pregiudizi

 

3) discere

IMPARARE

Acquisire appieno il tema prescelto e padroneggiarne forma, senso e significato. Tradurre l’apprendimento “inconscio” verso la coscienza e la replicazione.

Detto questo, se non avete capito, probabilmente avete capito. Solo un ultimo suggerimento:

 

L’insostenibile leggerezza dello Zen

Verso la fine del XIX secolo lo scambio culturale che i Paesi occidentali hanno avuto con l’Oriente si è fatto particolarmente ricco, generando mode e tormentoni nell’intellighenzia e spesso influenzando il pensiero filosofico. Lo Zen (禅) assume una posizione di riguardo in tal senso, rafforzando la sua presenza in particolare durante il movimento beat americano negli anni ’60. La tradizione Zen nasce nella religione induista per sfociare durante i secoli nel buddhismo con diverse forme e scuole, differenziandosi in particolare tra il ceppo cinese e quello giapponese.

Non sono mai stato particolarmente attratto dal fascino esotico di queste dottrine, né soprattutto dai seguaci occidentali che spesso ne traviano i significati o vi speculano sopra.

Come spesso accade, le traduzioni culturali di continenti lontani rischiano lo scimmiottamento da parte degli occidentali, che non hanno gli strumenti per comprenderne il vero senso.

È risaputo che l’obiettivo e il contenuto delle dottrine Zen è comunque la realizzazione del Satori(悟), che diversamente dal nirvana (rimasto particolarmente impresso, ad esempio, nel pensiero di Schopenhauer) si prospetta come una partecipazione attiva e consapevole al mondo piuttosto che una rinuncia completa al mondo attraverso il distacco da esso.

« Satori, in termini psicologici, è un oltre i confini dell’Io. Da un punto di vista logico è scorgere la sintesi dell’affermazione e della negazione, in termini metafisici è afferrare intuitivamente che l’essere è il divenire e il divenire è l’essere. » (Daisetz T. Suzuki, dall’introduzione del libro Lo zen e il tiro con l’arco)

Il termine deriva dal giapponese “rendersi conto” e sottintende un risveglio spirituale, dove non si coglie più la differenza tra il soggetto che prende consapevolezza e l’oggetto di osservazione. Come descrive Herrigel (in un saggio su sé stesso come ennesimo occidentale folgorato dalla cultura orientale) nel volume appena citato il soggetto “Si” mira, “Si” colpisce e “Si” estranea mescolandosi con l’obiettivo dell’arciere nel suo tiro. Il pensiero che si distacca dalle operazioni e permette un’efficacia potente nell’attività che si conduce è davvero tipica nel pensiero orientale. La ripetitività (mantra) e la riduzione dell’emotività permettono una crescita determinante nell’arte insegnata da un maestro (di vita più che di tecnica).

Seppur con un po’ di riluttanza sono costretto a scorgere delle metafore intriganti nella cultura orientale. Il distacco, la solitudine con sé stessi, la riflessione interiore, la costruzione di un percorso di crescita sono tutte parole chiave dell’accezione auto-formativa dell’apprendimento.

Ciò che mi discosta è la stridente dissonanza con la pratica quotidiana e il tumulto delle ansie occidentali legate al materiale, al capitale, all’individuale. Temo che anche il più caparbio shōgun non saprebbe resistere ai ritmi di vita forsennati e psicopatici della vita occidentale postmoderna.

Per questo mi sento di definire questo rapporto con l’approccio zen come non sostenibile sebbene leggero. Come il classico di Kundera, il concetto paradossale è espresso tra il contrasto dell’evanescenza della vita, fatta di scelte spesso sfuggenti e superficiali e la chiara necessità di trovare nella vita stessa delle risposte sul senso dell’esistenza. Ciò che si verifica una volta sola è come se non fosse mai accaduto – Ein Mal ist kein Mal – una volta è nessuna volta e, come direbbe Sartre, se mi è dato scegliere, il fatto di non poter discernere si traduce in una non scelta – e perseguire un apprendimento zen nella vita occidentale non può che rimanere una breve, seppur piacevole, parentesi all’interno di un periodo complesso e articolato di parafrasi dell’esistenza.

Inoltre, il presupposto dell’apprendere rimane comunque l’insufficienza di una capacità oltre che la tensione ad acquisirla. Si apprende tanto più quanto siamo motivati estrinsecamente ed intrinsecamente allo stesso tempo. Possiamo pertanto essere molto motivati ad imparare l’antica arte del tiro con l’arco se non siamo motivati a fare il “vuoto” dentro di noi per raccogliere il mistero dello zen, direbbe Herrigel, ma tantomeno non acquisiremo come effettuare il tiro correttamente se non abbiamo un obiettivo a cui tendere. L’obiettivo esterno deve tramutarsi in interno e non il contrario. Altrimenti la logica diventa assolutamente occidentale: esternare le tensioni interiori, possibilmente piegando gli eventi e le persone a proprio favore è una logica tremendamente “coloniale” dell’esistenza.

Tali presupposti ricordano il paradosso del barbiere di Russell, raccontato magistralmente in questo passo da Quine:

Per alcune decadi invero, gli studi sui fondamenti della matematica sono stati turbati e notevolmente stimolati dalla considerazione di due paradossi, uno proposto da Bertrand Russell nel 1901, e l’altro da Kurt Gödel nel 1931. Come primo passo su questo terreno accidentato consideriamo un altro paradosso: quello del barbiere del villaggio. […] In un certo villaggio c’è un uomo, così dice il paradosso, che è un barbiere; questo barbiere sbarba tutti, e soltanto, quegli uomini che non si sanno sbarbare da soli. Quesito: il barbiere sbarba se stesso? Ogni uomo in questo villaggio è sbarbato dal barbiere se, e solo se, non si sa sbarbare da solo. In particolare, quindi, il barbiere sbarba se stesso se, e solo se, non sa sbarbarsi. Siamo in difficoltà se affermiamo che il barbiere si sbarba, e altrettanto se affermiamo il contrario. (W. V. O. Quine, I paradossi, in A. Pasquinelli (a cura), Il neopositivismo, Torino, UTET, 1969)

In entrambi i casi abbiamo vi sono due contraddizioni che non permettono lo scioglimento del paradosso. L’insostenibile leggerezza dello zen sarà sempre in contrasto con la sete di sapere di mediterranea memoria: “né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre, né ‘l debito amore /lo qual dovea Penelopé far lieta,/ vincer potero dentro a me l’ardore /ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, / e de li vizi umani e del valore” (Dante, Inferno, Canto XXVI, v. 94-99).

Così disperatamente semplice è la soluzione

24 luglio 2010 1 commento

Così disperatamente semplice è la soluzione (P. Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici, 1997)

In questo modo si conclude un  libro che mi è rimasto impresso e ha segnato in maniera così forte il mio modo di percepire il mondo. Difficilmente accade, ma questo è il caso di questo saggio di Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici, un opera di sottile ed efficace ironia, capace di guidare all’introspezione e all’autovalutazione sul proprio modo di orientarsi alla felicità… Scopro mentre scrivo che esiste anche uno spettacolo teatrale ispirato al manuale http://www.youtube.com/watch?v=__7RH5GKTd8!

Ritengo utile quindi citare questo libro come tappa autoformativa particolarmente suggestiva. Attraverso gli spunti di alcuni capitoli e di alcune citazioni dell’autore è possibile intraprendere un percorso ricco di spunti di valutazione:

Prima di tutto, sii fedele a te stesso…

Soprattutto tieni questo in mente:
sii sempre, e resta, fedele a te stesso;
ne seguirà, come la notte al giorno,
che non sarai sleale con nessuno.

(W.Shakespeare, Amleto, Atto I, scena III – Polonio a Laerte)

La coerenza con la propria identità, nel turbinio di trasformazioni e cambiamenti legati allo sviluppo umano è un elemento forte, determinante. Le radici, familiari o culturali, contrassegnano in maniera preponderante la propria felicità. Il suggerimento di Polonio risuona lontano e perduto in secoli di romanticismo cinquecentesco, pertanto l’uniformità con se stessi può essere indagata solo nell’essenza dei propri sentimenti. Nell’età adulta sono molti gli elementi dell’infanzia (tradizioni, rituali, luoghi…) che fanno percepire piccoli momenti di piacere e sollievo dal peso e dagli ostacoli della vita.

Gli elefanti scacciati

Watzlawick in questo capitolo cita la storiella dell’uomo che batteva le mani ogni dieci secondi. Interrogato sul perché di questo strano comportamento, rispose: “Per scacciare gli elefanti.” “Elefanti? Ma qui non ci sono elefanti!”. E lui: “Appunto.”.

Le paure da allontanare (spesso vere e proprie frustrazioni) sono un caratteristica comune della paranoia post-moderna. L’epoca della paura, dell’angoscia è figlia della mancanza di stabilità economica, politica, valoriale, sentimentale. Ognuno ha i propri elefanti da scacciare e i propri rituali scaramantici da compiere, in assenza di speranza, vero carburante per l’anima…

Nonostante questo, la logica pessimistica del “Sabato del Villaggio” che vede come unica felicità possibile l’attesa della sua realizzazione, forse raccoglie in sé una frustrazione anche benefica: battere le mani per “scacciare i propri elefanti” significa anche modificare il cosiddetto locus of control (l’attribuzione della causa degli eventi da parte di un individuo), raccogliendo la responsabilità della propria sorte e migliorando la propria autostima. Non solo, da sempre i pessimisti annoverano tra le proprie armi dialettiche, la condizione per cui se l’aspettativa iniziale è bassa, si può solo che rimanere successivamente piacevolmente sorpresi dei risultati ottenuti.

In una lettura proattiva questa tensione può essere raffigurata attraverso il simbolo del “sempre agognato e mai raggiunto” eppure “in qualche modo conosciuto”: il fiore azzurro:

Il ragazzo era disteso sul suo giaciglio, inquieto, e pensava: “provo il desiderio ardente di dare uno sguardo al fiore azzurro, non ho mai provato una sensazione simile, è come se avessi appena sognato o come se mi fossi assopito e trasportato in un altro mondo. Il ragazzo a poco a poco si smarrì in dolci fantasie e di addormentò e nel sogno gli apparivano regioni sconosciute e selvagge […] nel suo girovagare vide il fiore azzurro; lo osservò a lungo con una tenerezza indicibile. Alla fine volle avvicinarsi, quando il fiore iniziò all’improvviso ad agitarsi e a trasformarsi: le foglie divennero ancora più lucenti e si modellarono lungo lo stelo che diventava sempre più alto. Il suo dolce stupore crebbe fin quando, all’improvviso, lo svegliò la voce della madre e si trovò nella camera dei genitori che la luce del sole del mattino aveva già tinto d’oro. (Novalis, Enrico di Ofterdingen)

L’Enrico di Ofterdingen è un romanzo pedagogico di autoformazione in cui il protagonista sogna un fiore azzurro(die blaue blume) che gli sfugge proprio mentre sta per raggiungerlo.

Questo è il passaggio da sottolineare: il tassello mancante per “arrivare”.

Attenzione all’arrivare

Little do ye know your own blessedness for to travel hopefully is a better thing than to arrive, and the true success is to labour (R.L. Stevenson, Virginibus Puerisque)

Viaggiare speranzosi è meglio che arrivare e il vero successo è il lavoro. Stevenson (citato da Watzlawick in questo capitolo) sublima in poche parole un concetto fondamentale. L’appagamento, fonte della sensazione di benessere e sollievo che possiamo far corrispondere ad un concetto adulto di felicità, è breve. Quante volte ci sentiamo “arrivati”, soddisfatti e tiriamo un sospiro di sollievo e subito dopo ci accade un evento compensativo che percepiamo come disastroso e sfortunato?

Senza scomodare altre inclinazioni di pensiero pessimistico alla Arthur Bloch (vd. la “Legge di Murphy”), in molti casi probabilmente è la nostra percezione della soddisfazione e dell’appagamento dell’aspettativa che disattende il nostro “controllo” del mondo sull’ “allontanamento degli elefanti”. Appena smettiamo di “battere le mani”, gli elefanti ricompaiono subito…

La soluzione? Deliziarsi dei momenti di processo e non dei risultati. Lavorare sull’abbassamento delle aspettative sul mondo e lasciare sempre un “tassello” mancante che renda la tappa raggiunta un minimo frustrante, per permettersi un nuovo rilancio e uno slancio benefico per i prossimi risultati da raggiungere.

Se tu mi amassi veramente, mangeresti volentieri aglio

Ma, d’altra parte, (l’amante) non può essere soddisfatto di quella forma eminente di libertà che è l’impegno libero e volontario. Chi si accontenterebbe di un amore che si desse come pura fedeltà all’impegno preso? Chi accetterebbe di sentirsi dire: “Ti amo, perché mi sono liberamente impegnata ad amarti e perché non voglio contraddirmi: ti amo per fedeltà a me stessa”? Cosi l’amante chiede il giuramento e si irrita del giuramento. Vuole essere amato da una libertà e pretende che questa libertà come libertà non sia più libera. (J.P.Sartre, L’essere e il nulla)

Il passaggio che compie Watzlawick nei confronti dell’amore è magistrale. L’infelicità di coppia, l’attenzione all’attribuzione dei significati è fondamentale in un momento di relazione. Come viene citato in alcuni passaggi, la relazione a due non contempla l’aggettivazione di un oggetto. Distinguere il giudizio dell’oggetto (“Questa mela è grande”) dal giudizio sulla relazione (“Questa mela è più grande di quella”- dove “più grande non è una qualità dell’una né dell’altra) è la chiave di volta del ragionamento basato sull’esempio sentimentale. Documentare le innumerevoli incomprensioni collegate alla comunicazione nei rapporti tra due persone è un esercizio tautologico.

Rispetto alla logica “del tassello” di sopra affermata, immedesimarsi e provocare volontariamente alcune incomprensioni nella dinamica di relazione può diventare, in certi casi, quasi il “sale” del rapporto. Perdonate la deriva qualunquista di genere, ma in molti casi sembra che sia la donna ad individuare le imperfezioni della relazione: i “tasselli” mancanti e gli “elefanti” da scacciare appaiono sotto forma di comportamenti, parole, idee, valori e affermazioni su cui entrambi i partner devono lavorare per migliorare, modificare, trasformare… In un infinita ricerca del miglioramento continuo che paradossalmente può essere razionalizzato in un ciclo di Deming (Plan Do Check Actsic!).

Così l’autoformazione personale diventa una formazione diadica continuamente sfilacciata dalle contingenze quotidiane. La vita di coppia può quindi seguire il suo percorso, crescere e costruire un’identità condivisa, ma senza potersi mai lasciar andare.

L’ultimo passaggio da sottolineare riguarda proprio questo.

“Sii spontaneo!”

State giocando un gioco. Giocate a non giocare alcun gioco. Se io vi dimostro che state giocando, infrango le regole e voi mi punite (R.D.Laing, Nodi)

La spontaneità è un paradosso nella relazione a due. Non si può chiedere esplicitamente al partner di “essere spontaneo”. Nel momento stesso in cui lo si chiede si sta compiendo l’uccisione della spontaneità, dell’intuizione, dell’emotività.

Probabilmente non si può fare tale operazione neanche con se stessi… Se ci si dice allo specchio di “essere spontaneo”, di “essere sé stessi”, di certo stiamo attuando un’affermazione meta-imperativa particolarmente destabilizzante per l’identità.

Ci ritroviamo al punto di partenza, alla raccomandazione di Polonio sull’essere fedeli a noi stessi ed essere quindi genuini, concreti, coerenti. Ancora una volta l’identità, sfilacciata nella “lavatrice” della post-modernità, tende ad una soluzione personale disperatamente semplice.

Sulla buona solitudine e sul buon relativismo

Sebbene solitudine e relativismo siano considerati a prima vista elementi negativi, è possibile provare a riflettere su questi “topics” da una prospettiva differente. Di certo sono due termini ascrivibili come condizioni fortemente pervasive per la cultura e il clima sociale di oggi.

“La solitudine è indipendenza: l’avevo desiderata e me l’ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri”

(H. Hesse – “Il lupo della steppa”)

La solitudine abbassa la temperatura della passione? Il silenzio, l’introspezione, il distacco dal mondo e dal proprio Sé, probabilmente possono generare la sensazione di aridità e di un animo “scolorito”… La relazione con l’altro, nel bene e nel male, “dipinge” la nostra emotività a tinte forti. L’interdipendenza con le nostre comunità di riferimento (famiglia, amici, istruzione, lavoro..) è il vincolo del nostro progresso personale di cambiamento e di crescita, ma non bisogna dimenticare che la dimensione individuale e collettiva dei nostri “cammini auto formativi” deve mantenere un equilibrio significativo. Si parla di interdipendenza e non di “dipendenza”, così come di soliloquio e non di solipsismo…

Jung rispondeva a una persona che voleva assolutamente parlare con lui che la solitudine è una “fonte di guarigione che rende la vita personale degna di essere vissuta” e ancora che “ il parlare è spesso un tormento”. In molte occasioni forse ognuno di noi può confessare di aver bisogno di molti giorni di silenzio per ricoverarsi dalla “futilità delle parole”…

Dialogare con sé stessi permette di scoprire senz’altro lati sconosciuti e sopiti della nostra personalità, così come può far efficacemente riscoprire lati ben conosciuti e ben presenti alla nostra coscienza, ma che a volte vengono accantonati per seguire necessità, contingenze e urgenze del mondo, che ci “tira la giacca” fuori da noi.

La lente dell’autoformazione ci aiuta così a guardare alla solitudine come la condizione di partenza per l’attivazione di un percorso trasformativo personale genuino. Il momento con sé stessi è un passo imprescindibile per la configurazione di un qualsiasi percorso che abbia come destinatario la propria persona, la propria identità, poiché alla base della costruzione vi sono le fondamenta del Sé, i valori dell’infanzia e dell’adolescenza, i gusti, i piaceri e i sogni intimamente nostri.

Senza sconfinare nel più puro stoicismo (un modello valoriale fortemente anacronistico per i giorni nostri) è utile ricordare che Seneca definiva la solitudine “cibo per lo spirito”, e pertanto la ricerca interiore volta all’apprendimento intellettuale, fisico e spirituale non può che giovare allo sviluppo di ognuno.

Non tutti sono strutturati caratterialmente per affrontare una prova di solitudine, più o meno intensa. Viviamo fin da sempre immersi (e oggi ancora di più) in un mondo di contatti, di reti, di relazioni, di parole, di episodi con Altri e, giustamente, cercare o vivere l’isolamento non è certo una pratica alla moda. Questo è un bene per lo sviluppo sociale dell’individuo ma forse meno per il proprio sviluppo interno. La solitudine “formativa” va ricercata nel lato buono e produttivo della riflessione, della valutazione con se stessi e nella spinta all’auto-realizzazione personale.

Una tappa determinante per poter a concentrare le proprie energie verso un cammino di solitudine auto-formativa risiede nel “buon relativismo”, ovvero una modalità di pensiero che non si traduca necessariamente in atteggiamenti qualunquistici o nichilistici nella persona.

Senza approfondire un concetto largamente abusato nell’ultimo periodo, è utile individuare la dinamica che esiste in questo macro-tema filosofico, tra il passaggio dalla sostanza “oggettiva” a quella “soggettiva”.

Termini come “certo”, “sicuro”, “assoluto”, “oggettivo”, “mai”, “sempre”, etc. sono pericolosi da utilizzare, nel tempo della post-modernità. In riferimento a tutto ciò che concerne l’essere umano, che come tale è strumento di “errore”, vittima della casualità e della causalità, in un folle gioco di interdipendenze e contingenze.

Assumere questo punto di vista prepara e allerta l’individuo a molti imprevisti e stabilisce, sul piano auto-formativo, la necessità di iniziare il cammino di riflessione su sé stessi e sul mondo con un approccio critico e positivo. L’importante è vivere questa posizione con un atteggiamento costruttivo e volto al miglioramento di se stessi. Non potendo dare nulla per scontato, l’essere umano deve compiere un esercizio di proiezione verso il “bene” e il “meglio”.

“Io penso relativo”, ma l’obiettivo di crescita e miglioramento deve permanere vivo. Il relativismo può difendere dagli imprevisti e dalle delusioni del mondo, ma senz’altro può portare al “raffreddamento” di cui sopra.

Questa è la grande scommessa dell’equilibrio auto-formativo: trovare l’elemento che “relativizzi” il relativo e renda lo sguardo critico e nichilistico circoscritto ad un insieme, ad un micro-mondo.

In questo, ciò che è trascendente, la “legge morale fuori di noi” permette l’ingresso di “un cielo stellato” dentro di noi… Un esempio? La fede è senz’altro un “escamotage” importante e da tenere in considerazione…

Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?»

(Gv 18, 37-38)