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Archive for the ‘autoironia’ Category

Le cadavre exquis boira le vin nouveau. Appunti surrealisti per un’autoformazione inconscia

Al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale e senza il controllo della ragione “Il cadavere squisito berrà il vino novello”. Il gioco surrealista detto anche dei “cadaveri eccellenti” è lo spunto per riflettere sulla potenza dell’astrazione e del distacco psico-pedagogico da sé stessi.

Ragionare su sè stessi e su ciò che si sta imparando è un’operazione autovalutativa che può diventare fortemente efficace attraverso degli esercizi di “allontanamento” dal Sé.

In questo le caratteristiche e i principi del surrealismo, a partire proprio dai consigli stilati nel Manifesto di André Breton del 1924 sembrano racchiudere la forza espressiva necessari all’autoformazione dell’anima e dell’ingegno:

“Fatevi portare di che scrivere, dopo esservi sistemato nel luogo che vi sembra più favorevole alla concentrazione del vostro spirito in sé stesso. Ponetevi nello stato più passivo, o ricettivo, che potete […] Scrivete rapidamente senza un soggetto prestabilito, tanto in fretta da non trattenervi, da non avere la tentazione di rileggere. La prima frase verrà da sola”
Con un pò di azzardo pseudo-artistico proverei quindi a parafrasare il procedimento dadaista di creazione di una poesia, parafrasando Ttristan Tzara:

“Per fare autoformazione dadaista

Prendete voi stessi.
Prendete un paio di pensieri sul vostro apprendimento..
Scegliete un’idea che abbia l’importanza che voi desiderate dare al vostro nuovo apprendimento.
Ritagliatevi un momento per voi.
“Tagliare” ancora con cura ogni frammento che forma tale ideae mettere tutte le impressioni in uno spazio mentale.
Agitate dolcemente.
Tirate fuori le parole che definiscono quello che avete appreso una dopo l’altra, disponendole nell’ordine con cui le pensate.
Ripetetele coscienziosamente.
L’autovalutazione vi rassomiglierà.
Ed eccovi diventato individuo in apprendimento infinitamente originale e fornito di una sensibilità incantevole, benché, s’intende, incompresa dalla gente volgare”

Quando il presente intorno a noi diventa ignobile, tanto più dobbiamo guardare le stelle”
(Joan Mirò)

E’ plausibile che in questo momento della lettura vi troviate dispersi nel non-sense..

 

Ma l’onnipotenza dell’onirico e il “gioco disinteressato del pensiero” possono veicolare la risoluzione dei principali problemi della vita, liquidando altri meccanismi psichici, espressione ansiogena di comportamenti “de-apprenditivi”.

Senza sconfinare nel patologico, credo sia (seppur stranamente) molto efficace optare per un’autovalutazione che in qualche modo si avvicini alla “depersonalizzazione”.

Probabilmente quasi a tutti è capitato di provare dei sentimenti di “estraneità da sé” ed un senso di irrealtà, come la sensazione di guardarsi dall’esterno, di essere fuori dal proprio corpo, o meglio dell’incapacità di riconoscersi allo specchio.

La sensazione di essere scissi in una parte “osservante” ed una “partecipante” (Steinberg, Schnall, 2001) permette infatti un senso di distacco dalle proprie emozioni ed un giudizio più oggettivo su sè stessi che può essere canalizzato nella valutazione autoformativa [senza ovviamente cadere in un vero e proprio “Disturbo da Depersonalizzazione” di tipo dissociativo 😉 ]

 

Ho già esplorato precedentemente il senso del distacco da sé attraverso il tema del solipsismo, ma in questo caso è utile ragionare sulla forma dell’astrazione da sé stessi che, oltre che attraverso un buon bicchiere di vino (novello?) :-), può avvenire con una forma di “stream of consciousness” sperimentato ampiamente nella letteratura di primo novecento, come da Joyce.

Ecco che attraverso il gioco e le parole si possono elaborare pensieri “portmanteau”, in prima battuta apparentemente surreali ma al contempo estremamente profondi e genuini. Piacevoli.

Giusto per un esempio è il caso di citare quindi Fosco Maraini e il suo “Lonfo” che “non vaterca né gluisce/e molto raramente barigatta/ma quando soffia il bego a bisce bisce/sdilenca un poco e gnagio s’archipatta”  piuttosto che il suo antenato “Jabberwocky” di Lewis Carroll pubblicato nel quasi intraducibile Through the Looking-Glass, and What Alice Found There del 1871:

 

'Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.
Beware the Jabberwock, my son!
The jaws that bite, the claws that catch!
Beware the Jubjub bird, and shun
The frumious Bandersnatch!
He took his vorpal sword in hand:
Long time the manxome foe he sought
So rested he by the Tumtum tree,
And stood awhile in thought.
And as in uffish thought he stood,
The Jabberwock, with eyes of flame,
Came whiffling through the tulgey wood,
And burbled as it came!
One, two! One, two! And through and through
The vorpal blade went snicker-snack!
He left it dead, and with its head
He went galumphing back.
And hast thou slain the Jabberwock?
Come to my arms, my beamish boy!
O frabjous day! Callooh! Callay!
He chortled in his joy.
'Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.

 

Oltre la metasemantica, tornando al principio autoapprenditivo, mi preme definire un modello di autovalutazione “surrealista”, a partire dal presupposto onirico & psico-analitico, certo del fatto che

 

“I sogni non vogliono farvi dormire; al contrario, vi vogliono svegliare.” (René Magritte)

L’elaborazione che segue, in accordo con questo esperimento è pertanto del tutto surreale, istintiva e de-personalizzata.

Distinguiamo 3 passaggi successivi all’esercizio di “distacco dal sè apprenditivo”, attivato per guardare con un occhio diverso, ma con la stessa “anima”:

1) scire

SAPERE

Ovvero conoscere gli aspetti di apprendimento su cui focalizzare la propria attenzione autoformativa. L’oggetto della propria autovalutazione.

 

2) intelligere

CAPIRE

Comprendere la semantica apprenditiva. Le associazioni di parole e giudizio sul tema di apprendimento prescelto assumono una forma comprensibile, grazie al ragionamento distaccato e scevro di pregiudizi

 

3) discere

IMPARARE

Acquisire appieno il tema prescelto e padroneggiarne forma, senso e significato. Tradurre l’apprendimento “inconscio” verso la coscienza e la replicazione.

Detto questo, se non avete capito, probabilmente avete capito. Solo un ultimo suggerimento:

 

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Così disperatamente semplice è la soluzione

24 luglio 2010 1 commento

Così disperatamente semplice è la soluzione (P. Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici, 1997)

In questo modo si conclude un  libro che mi è rimasto impresso e ha segnato in maniera così forte il mio modo di percepire il mondo. Difficilmente accade, ma questo è il caso di questo saggio di Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici, un opera di sottile ed efficace ironia, capace di guidare all’introspezione e all’autovalutazione sul proprio modo di orientarsi alla felicità… Scopro mentre scrivo che esiste anche uno spettacolo teatrale ispirato al manuale http://www.youtube.com/watch?v=__7RH5GKTd8!

Ritengo utile quindi citare questo libro come tappa autoformativa particolarmente suggestiva. Attraverso gli spunti di alcuni capitoli e di alcune citazioni dell’autore è possibile intraprendere un percorso ricco di spunti di valutazione:

Prima di tutto, sii fedele a te stesso…

Soprattutto tieni questo in mente:
sii sempre, e resta, fedele a te stesso;
ne seguirà, come la notte al giorno,
che non sarai sleale con nessuno.

(W.Shakespeare, Amleto, Atto I, scena III – Polonio a Laerte)

La coerenza con la propria identità, nel turbinio di trasformazioni e cambiamenti legati allo sviluppo umano è un elemento forte, determinante. Le radici, familiari o culturali, contrassegnano in maniera preponderante la propria felicità. Il suggerimento di Polonio risuona lontano e perduto in secoli di romanticismo cinquecentesco, pertanto l’uniformità con se stessi può essere indagata solo nell’essenza dei propri sentimenti. Nell’età adulta sono molti gli elementi dell’infanzia (tradizioni, rituali, luoghi…) che fanno percepire piccoli momenti di piacere e sollievo dal peso e dagli ostacoli della vita.

Gli elefanti scacciati

Watzlawick in questo capitolo cita la storiella dell’uomo che batteva le mani ogni dieci secondi. Interrogato sul perché di questo strano comportamento, rispose: “Per scacciare gli elefanti.” “Elefanti? Ma qui non ci sono elefanti!”. E lui: “Appunto.”.

Le paure da allontanare (spesso vere e proprie frustrazioni) sono un caratteristica comune della paranoia post-moderna. L’epoca della paura, dell’angoscia è figlia della mancanza di stabilità economica, politica, valoriale, sentimentale. Ognuno ha i propri elefanti da scacciare e i propri rituali scaramantici da compiere, in assenza di speranza, vero carburante per l’anima…

Nonostante questo, la logica pessimistica del “Sabato del Villaggio” che vede come unica felicità possibile l’attesa della sua realizzazione, forse raccoglie in sé una frustrazione anche benefica: battere le mani per “scacciare i propri elefanti” significa anche modificare il cosiddetto locus of control (l’attribuzione della causa degli eventi da parte di un individuo), raccogliendo la responsabilità della propria sorte e migliorando la propria autostima. Non solo, da sempre i pessimisti annoverano tra le proprie armi dialettiche, la condizione per cui se l’aspettativa iniziale è bassa, si può solo che rimanere successivamente piacevolmente sorpresi dei risultati ottenuti.

In una lettura proattiva questa tensione può essere raffigurata attraverso il simbolo del “sempre agognato e mai raggiunto” eppure “in qualche modo conosciuto”: il fiore azzurro:

Il ragazzo era disteso sul suo giaciglio, inquieto, e pensava: “provo il desiderio ardente di dare uno sguardo al fiore azzurro, non ho mai provato una sensazione simile, è come se avessi appena sognato o come se mi fossi assopito e trasportato in un altro mondo. Il ragazzo a poco a poco si smarrì in dolci fantasie e di addormentò e nel sogno gli apparivano regioni sconosciute e selvagge […] nel suo girovagare vide il fiore azzurro; lo osservò a lungo con una tenerezza indicibile. Alla fine volle avvicinarsi, quando il fiore iniziò all’improvviso ad agitarsi e a trasformarsi: le foglie divennero ancora più lucenti e si modellarono lungo lo stelo che diventava sempre più alto. Il suo dolce stupore crebbe fin quando, all’improvviso, lo svegliò la voce della madre e si trovò nella camera dei genitori che la luce del sole del mattino aveva già tinto d’oro. (Novalis, Enrico di Ofterdingen)

L’Enrico di Ofterdingen è un romanzo pedagogico di autoformazione in cui il protagonista sogna un fiore azzurro(die blaue blume) che gli sfugge proprio mentre sta per raggiungerlo.

Questo è il passaggio da sottolineare: il tassello mancante per “arrivare”.

Attenzione all’arrivare

Little do ye know your own blessedness for to travel hopefully is a better thing than to arrive, and the true success is to labour (R.L. Stevenson, Virginibus Puerisque)

Viaggiare speranzosi è meglio che arrivare e il vero successo è il lavoro. Stevenson (citato da Watzlawick in questo capitolo) sublima in poche parole un concetto fondamentale. L’appagamento, fonte della sensazione di benessere e sollievo che possiamo far corrispondere ad un concetto adulto di felicità, è breve. Quante volte ci sentiamo “arrivati”, soddisfatti e tiriamo un sospiro di sollievo e subito dopo ci accade un evento compensativo che percepiamo come disastroso e sfortunato?

Senza scomodare altre inclinazioni di pensiero pessimistico alla Arthur Bloch (vd. la “Legge di Murphy”), in molti casi probabilmente è la nostra percezione della soddisfazione e dell’appagamento dell’aspettativa che disattende il nostro “controllo” del mondo sull’ “allontanamento degli elefanti”. Appena smettiamo di “battere le mani”, gli elefanti ricompaiono subito…

La soluzione? Deliziarsi dei momenti di processo e non dei risultati. Lavorare sull’abbassamento delle aspettative sul mondo e lasciare sempre un “tassello” mancante che renda la tappa raggiunta un minimo frustrante, per permettersi un nuovo rilancio e uno slancio benefico per i prossimi risultati da raggiungere.

Se tu mi amassi veramente, mangeresti volentieri aglio

Ma, d’altra parte, (l’amante) non può essere soddisfatto di quella forma eminente di libertà che è l’impegno libero e volontario. Chi si accontenterebbe di un amore che si desse come pura fedeltà all’impegno preso? Chi accetterebbe di sentirsi dire: “Ti amo, perché mi sono liberamente impegnata ad amarti e perché non voglio contraddirmi: ti amo per fedeltà a me stessa”? Cosi l’amante chiede il giuramento e si irrita del giuramento. Vuole essere amato da una libertà e pretende che questa libertà come libertà non sia più libera. (J.P.Sartre, L’essere e il nulla)

Il passaggio che compie Watzlawick nei confronti dell’amore è magistrale. L’infelicità di coppia, l’attenzione all’attribuzione dei significati è fondamentale in un momento di relazione. Come viene citato in alcuni passaggi, la relazione a due non contempla l’aggettivazione di un oggetto. Distinguere il giudizio dell’oggetto (“Questa mela è grande”) dal giudizio sulla relazione (“Questa mela è più grande di quella”- dove “più grande non è una qualità dell’una né dell’altra) è la chiave di volta del ragionamento basato sull’esempio sentimentale. Documentare le innumerevoli incomprensioni collegate alla comunicazione nei rapporti tra due persone è un esercizio tautologico.

Rispetto alla logica “del tassello” di sopra affermata, immedesimarsi e provocare volontariamente alcune incomprensioni nella dinamica di relazione può diventare, in certi casi, quasi il “sale” del rapporto. Perdonate la deriva qualunquista di genere, ma in molti casi sembra che sia la donna ad individuare le imperfezioni della relazione: i “tasselli” mancanti e gli “elefanti” da scacciare appaiono sotto forma di comportamenti, parole, idee, valori e affermazioni su cui entrambi i partner devono lavorare per migliorare, modificare, trasformare… In un infinita ricerca del miglioramento continuo che paradossalmente può essere razionalizzato in un ciclo di Deming (Plan Do Check Actsic!).

Così l’autoformazione personale diventa una formazione diadica continuamente sfilacciata dalle contingenze quotidiane. La vita di coppia può quindi seguire il suo percorso, crescere e costruire un’identità condivisa, ma senza potersi mai lasciar andare.

L’ultimo passaggio da sottolineare riguarda proprio questo.

“Sii spontaneo!”

State giocando un gioco. Giocate a non giocare alcun gioco. Se io vi dimostro che state giocando, infrango le regole e voi mi punite (R.D.Laing, Nodi)

La spontaneità è un paradosso nella relazione a due. Non si può chiedere esplicitamente al partner di “essere spontaneo”. Nel momento stesso in cui lo si chiede si sta compiendo l’uccisione della spontaneità, dell’intuizione, dell’emotività.

Probabilmente non si può fare tale operazione neanche con se stessi… Se ci si dice allo specchio di “essere spontaneo”, di “essere sé stessi”, di certo stiamo attuando un’affermazione meta-imperativa particolarmente destabilizzante per l’identità.

Ci ritroviamo al punto di partenza, alla raccomandazione di Polonio sull’essere fedeli a noi stessi ed essere quindi genuini, concreti, coerenti. Ancora una volta l’identità, sfilacciata nella “lavatrice” della post-modernità, tende ad una soluzione personale disperatamente semplice.

APPRENDERE DAL COMICO, RIDERE DELL’APPRENDERE

Da sempre sono stato curioso delle molteplici sfaccettature del senso del comico, del ridere, dell’ “essere spiritosi”. Come spesso capita, si fa molta confusione tra le mille sfumature della comicità e degli atteggiamenti antropologici che producono allegria e buon umore.
Il riso, come modificazione del ritmo respiratorio, sospensione dell’aspirazione, contrazione concatenata di molti muscoli e, a volte, lacrimazione, è in qualche modo metafora dell’estraniamento dalla società “compressa” di cui ho parlato in precedenza: sospensione e visione “altra” della realtà.

Di seguito riporto un piccolo specchietto riepilogativo delle parole più utilizzate per definire queste modalità che precedono l’attività del ridere:

ar|gù|zia battuta mordace e spiritosa
bar|zel|lét|ta  storiella spiritosa e divertente:
bat|tù|ta estens., frase, spec. arguta e spiritosa o anche provocatoria e mordace
bèf|fa inganno o burla fatto a qcn. per offenderlo o deriderlo | parola, gesto di scherno, canzonatura
bùr|la beffa, scherzo privo di cattiveria
cò|mi|co che è proprio della commedia; che provoca il riso, buffo, ridicolo; frase salace e beffarda
de|ri|sió|ne / di|lég|gio il deridere e il suo risultato; presa in giro, dileggio
fred|dù|ra battuta più o meno spiritosa basata soprattutto su giochi di parole o doppi sensi
go|liar|dì|a lo spirito allegro e cameratesco tipico dei goliardi; la tradizione goliardica [in riferimento alla vita libera e spensierata che si ritiene caratteristica di tale periodo di studi; caratteristica di ragazzo ingenuo, fatuo e irresponsabile; allegrone]
hu|mour sottile senso dell’umorismo, considerato tipicamente inglese
i|ro|nì|a atteggiamento di svalutazione eccessiva di se stessi, della propria condizione o situazione; nella filosofia romantica: atteggiamento di sottovalutazione da parte dell’Io dell’importanza di ogni realtà esterna; nel pensiero di Kierkegaard: sentimento del contrasto fra la coscienza esaltata che l’Io ha di sé e la modestia delle sue manifestazioni esterne
ir|ri|sió|ne l’irridere, l’irridersi, l’essere irriso; derisione, canzonatura
mot|tég|gio il motteggiare | battuta spiritosa, frase arguta, sarcastica, pungente
mòt|to detto scherzoso o pungente (m. di spirito)
non|sen|se breve composizione fondata su situazioni e personaggi assurdi, paradossali o bizzarri, che ha come unico scopo il divertire senza criticare
rì|de|re esprimere sentimenti quali scherno, sprezzo, ironia, etc. con manifestazioni più o meno analoghe a quelle precedenti; deridere, mettere in ridicolo, canzonare qualcuno o considerare con scherno, ironia un fatto, una situazione; intimazione rivolta a chi risulta irritante per ciò che dice o come si comporta; sdrammatizzazione di una situazione
sà|ti|ra composizione poetica che elabora con intenti moraleggianti e critici, aspetti, figure e ambienti culturali e sociali, con toni che variano dall’ironia, all’invettiva, alla denuncia: (satire di Orazio, di Ariosto) il tono, il carattere che informa tali componimenti: es. la satira pungente di Giovenale)
sar|cà|smo ironia amara e pungente rivolta contro qualcuno, dettata da animosità e insoddisfazione e tesa a ferire l’oggetto di tale sdegno
schér|no derisione sprezzante, canzonatura pesante e malevola; oltraggio, offesa
schér|zo; cè|lia lo scherzare, il comportarsi in un certo modo per burla, per fare dello spirito, non con intenzioni serie; comportamento, azione, espressione, discorso che hanno lo scopo di divertire, di suscitare ilarità
u|mo|rì|smo capacità di percepire e presentare la realtà mettendone in risalto, con un atteggiamento improntato al distacco critico, gli aspetti divertenti e insoliti, talvolta assurdi scherzare, spec. in frasi di tono negativo

(dal dizionario della lingua italiana di T. De Mauro)

Molti studiosi hanno già analizzato a fondo le componenti e le dinamiche dell’umorismo, a cominciare da R.W. Emerson, per cui la “rottura della continuità nell’intelletto, è commedia”; l’essenza del comico sta nella “falsità” dell’uomo che “si arrende alla sua apparenza”, è nella percezionedel “mezzo uomo”, uomo incompleto che si credeva uomo e maturo, e rispettabile fino al momento comico.
Per Bergson l’apprezzamento della situazione comica prevede “un’anestesia momentanea del cuore”: l’identificazione con la persona oggetto del riso è bandita; il riso risponde a determinate esigenze sociali e Bergson vede il comico come una sorta di “castigo sociale” con cui la comunità individua, respinge e corregge una serie di comportamenti percepiti come contrari allo “slancio vitale” con cui si identifica la vita stessa.
Pirandello invece distingue tra ‘comico’ ed ‘umoristico’ in senso stretto: il primo viene inteso come «avvertimento del contrario», quindi come pura intuizione di una contraddizione, l’umorismo è invece inteso come «sentimento del contrario», l’elaborazione razionale e successiva del comico, una riflessione che porta ad un sentimento di identificazione e compassione nei confronti della persona di cui ci si prende gioco; nella sua concezione la vita appare repressa dalla forma, dalle convenzioni, dalle leggi civili.
Anche Freud dedica molto spazio allo studio del comico, visto come meccanismo comunicativo che permette al soggetto di esprimere i contenuti dell’inconscio, solitamente repressi, in modo non traumatico o aggressivo per l’interlocutore.
Anche l’accezione dell’ironia, εἰρωνεία (ovvero: ipocrisia, falsità o finta ignoranza), è oggetto di studio da sempre nel pensiero umano. Accanto a significato sociali e psicologici (ancora una volta segnalati da Freud) si affiancano quelli filosofici, molto vicini al concetto di auto-ironia; da un lato l’ironia è vista come strumento e dall’altro lato come risultato di una sofferenza esistenziale (l’ironia socratica è un’autoironia finta, in quanto egli si finge ignorante per mettere in difficoltà il dialogante, mentre in Diderot il filosofo nel confrontarsi con l’ignorante opportunista è davvero autoironico). Nel pensiero di Kierkegaard, inoltre è definito come sentimento del contrasto fra la coscienza esaltata che l’Io ha di sé e la modestia delle sue manifestazioni esterne.
Tra le altre accezioni che si ritrovano in questo filone di analisi, c’è il sarcasmo, una figura retorica usata per mostrare la presa in giro, la canzonatura di una persona. A confronto con l’ironia si può dire che quest’ultima si riferisce allo stravolgimento del significato letterale delle parole, mentre il sarcasmo è denotato dell’intento volontariamente beffardo dell’affermazione. È possibile essere ironici senza essere sarcastici, e viceversa: dipende da quale valore si attribuisce alle parole usate. Mi piace pensare che l’atteggiamento sarcastico abbia un’estensione nella satira che però risponde ad un’esigenza dello spirito umano: l’oscillazione fra sacro e profano. La satira si occupa da sempre di temi come la politica, la religione, il sesso e la morte, proponendo punti di vista alternativi, e veicolando delle nuove verità, instilla dubbi, rivela ipocrisie, mette in discussione le convinzioni.
In ultimo, la goliardia è il tradizionale spirito giovanile, studentesco universitario (soprattutto maschile?!), in cui allo studio si accompagna il gusto della trasgressione, la ricerca dell’ironia, il piacere della compagnia e dell’avventura.

Per fare ordine in questi mille rivoli definitori, provo quindi a sintetizzare la percezione del comico, classificando in questo modo:

umorironia

Imparare dall’essere “comici”

Essere comici migliora le proprie competenze. Non esiste una scuola strutturata (a parte quella teatrale) che spiega ad essere umoristici, ironici, sarcastici o goliardici in maniera distinta. Essere comici migliora lo sviluppo dialogico, critico e valutativo delle persone. Fermo restando che chi sa fare autoironia sa anche approcciare criticamente alla realtà (come ho scritto nel post di aprile https://giulioberonia.wordpress.com/2009/04/), lo sviluppo di competenze attraverso l’esercizio informale dell’essere ironici, umoristici, sarcastici o goliardici apporta specifici risultati di potenziamento personale:
essere ironici: l’ironia, spesso risultato di una sofferenza esistenziale, attraverso i caratteri della sottovalutazione della realtà esterna, della modestia per le manifestazioni interne dell’Io, la tendenza a violare i tabù, può sviluppare caratteri propri dell’autovalutazione, all’uso creativo e alla comprensione piena del senso e al significato delle parole, all’esercizio dialogico interiore;
essere umoristici. l’umorismo, attraverso l’attenzione ad aspetti divertenti ed insoliti, assurdi, l’osservazione dell’incompletezza dell’uomo, l’ “anestesia del sentire” e il “sentimento del contrario” e allo stesso tempo espressione dell’inconscio, assume dei caratteri formativi importanti: la consapevolezza dei punti di debolezza, la riflessione e l’espressione interiore, il gusto dell’insolito, l’attenzione all’altro, l’identificazione e l’empatia sono elementi che possono sublimarsi in vere e proprie competenze definite;
essere sarcastici: l’intento beffardo del sarcasmo, pungente, amaro e deridente tende a sviluppare nella persona alcune sensibilità alla critica, al giudizio, nonché alla denuncia “morale” nelle sue diverse forme ed accezioni;
essere goliardici: lo spirito goliardico, la compagnia e l’esercizio alla distrazione permettono lo sviluppo di competenze direttamente collegate alla socialità, così come il senso dei limiti, e l’allenamento al coinvolgimento e al distacco emotivo secondo le occasioni.

Il comico come metafora di un apprendimento “umorironico”
Alla luce di tali considerazioni mi sembra stimolante provare a pensare ad una metafora dell’apprendimento attraverso i caratteri del comico. Laddove il riso è la finalità del comico, lo sviluppo è il risultato dell’apprendere: tutte le forme e gli atteggiamenti apprenditivi possono quindi essere distinti con un po’ di induzione.
Sulla base delle descrizioni e delle definizioni che sono state analizzate fin qui possiamo quindi distinguere:

l’atteggiamento apprenditivo ironico
distaccato, relativo, attento ai “doppi sensi”, aperto a nuove soluzioni;

l’atteggiamento apprenditivo umoristico
profondo, curioso, interessato, collaborativo

l’atteggiamento apprenditivo sarcastico
arguto, destrutturante, critico, puntuale; normativo, moralizzante (se satirico…)

l’atteggiamento apprenditivo goliardico
scanzonato, informale, sociale, emotivo, entusiasta

Il witz-learning: una suggestione autoformativa?
Un’ultima suggestione può essere data, seguendo il modello di metafora precedente, attraverso l’interpretazione di un ulteriore modalità apprenditiva, paragonata al motto. In particolare il motto, inteso come detto scherzoso o pungente assume una connotazione particolare nella forma dello jüdischer Witz o, semplicemente, Witz (“barzelletta” in tedesco e yiddish), un’espressione del cosiddetto umorismo ebraico, in cui spicca una natura fortemente autoironica del comico. L’indagine freudiana del “motto di spirito” ha rilevato come non esistesse una forma letteraria analoga a quella della storiella ebraica. Il witz è raccontato dall’ebreo e tratta degli stereotipi, soprattutto antisemiti, sugli ebrei; questa storiella è un insegnamento che non vuole rivelare niente, parte dal nonsense e nel nonsense finisce: la sua funzione è solo, ricordare, suggerire, far pensare. La storiella ebraica è allo stesso tempo anche una “geremiade”: l’ebreo litiga con Dio, lo rimprovera, ma capita anche che lo consoli, e che lo canzoni a sua volta
Pensare in forma di metafora una dinamica apprenditiva a mo’ di witz permette di scorgere nel carattere autoironico, autocritico, auto valutativo una funzione “catartica” e “liberatoria” legata all’autoironia. Ancora una volta il prendersi non troppo sul serio può essere la modalità giusta per affrontare i processi di apprendimento, o forse meglio, di autoapprendimento: leggere la propria realtà formativa con gli occhi del motto di spirito, della lettura profonda parallelamente ad una immagine superficiale dell’importanza che viene data al proprio sviluppo personale può generare sollievo personale da alcune responsabilità autoformative e trasmettere al contempo un messaggio formativo a chi ci circonda.

Apprendere dal comico e imparare ad utilizzarlo migliora il nostro linguaggio, il nostro pensiero e il nostro atteggiamento verso l’apprendimento delle cose e delle esperienze.
Ridere un po’ dell’apprendimento, considerarlo, soprattutto a distanza di tempo, con un po’ di sottile “umorironia” può aiutare a valutare meglio la propria biografia formativa.

L’autoironia e il verlan come antidoti formativi alla società “compressa”

28 aprile 2009 1 commento

Un titolo così non può far altro che confondere le idee.. Ma provo lo stesso a ragionare in questi termini, iniziando dalla fine dall’headline..

La società “compressa” è un voluto gioco di parole che vuole identificare la condizione della società “complessa” e “depressa” allo stesso tempo. Il clima infelice occidentale dovuto alla crisi economica e lavorativa e il senso di smarrimento legato alla post-modernità racchiudono questi elementi sinteticamente e freneticamente. La rapidità, l’immagine, la disgregazione e la destrutturazione di derridiana memoria sono tutti segni metaforici di uno stato d’animo racchiuso in ogni individuo.

Questa premessa, forse piuttosto scontata, sullo stato attuale delle cose richiama imprescindibilmente al dovere la formazione e l’educazione, che devono intervenire per tamponare la “recessione” dei saperi e della conoscenza, oltre che della competenza degli individui nel lavoro.

In un mondo dove la società “destrutturata”, “post-moderna”, “liquida”, “dis-umanizzata”, “materializzata”, utilitaristicamente rovinata, etc., etc. forse non c’è spazio per una banale invocazione ad un ritorno ai valori, alla “buona educazione” o alla cosiddetta “disciplina”. Le regole non ci sono più: dalla politica, allo spettacolo, alla quotidianità, il reale ci dimostra che non c’è un rispetto delle istituzioni, delle memorie, dei significati. Tutto è in una grande “lavatrice della complessità” che spesso fa scolorire le diversità e i valori personali di ogni soggetto.

Cosa può fare allora la riflessione pedagogica a riguardo?

Alterare la “lingua” e la pratica formativa.Come nei giochi linguistici, dove un codice, un gioco di parole prevede una trasformazione semplice del parlato  estesa a tutto il discorso, anche la formazione deve assumere nuovi linguaggi e nuovi codici che, deformando le regole convenzionali del processo di insegnamento/apprendimento, possano permettere al soggetto di oggi una nuova padronanza ed una nuova autonomia nel post-moderno.

Invertire la prospettiva. Un parlante che si è ben addestrato nel procedimento del gioco linguistico, riesce dopo un pò a parlare e a capire allo stesso intervallo di tempo del parlato normale. Questo suppongo che a livello cognitivo riesca a far sviluppare nel cervello una palestra di ragionamenti che facilitano il cosiddetto “pensiero laterale” o la ricerca di soluzioni creative ed innovative. L’inversione di prospettiva (nella lettura del gioco linguistico, ma a questo punto anche fuor di metafora, nel processo apprenditivo), diventa quindi uno stimolo alla ricerca di nuove possibilità e un addestramento a “galleggiare” nella tempesta della destrutturazione post-moderna.

A differenza del gioco linguistico, usato principalmente da gruppi che mascherano loro conversazioni per non essere capiti dagli altri, la finalità dovrebbe essere amplificata ad un pubblico quanto più esteso. La logica formativa che potremmo definire simpaticamente del “verlan” (un registro linguistico che consiste nell’invertire o di elidere le sillabe di una parole, diffuso nelle periferie delle metropoli francesi) è la metafora su cui puntare. Ribaltare le prospettive finora utilizzate nei contesti scolastici e accademici, puntare sulla creatività, sulla padronanza dei registri e delle regole di comunicazione, è uno spunto sui cui soffermarsi a riflettere. Non è un caso che il linguaggio giovanile usi spesso questa tipologia di gioco linguistico (in particolare in Francia nasce con il rap suburbano di fine secolo).

Una strategia autoironica. Non basta determinare i mezzi di inversione prospettica in termini di metafora del verlan (o dell’argot, http://www.well.ac.uk/cfol/argot.asp). L’altro elemento chiave su cui basare una riflessione di filosofia educativa può essere cercato nell’autoironia. Riscoprire questo carattere dell’intimo umano e lavorare per lo sviluppo dello stesso può essere un altro ingrediente fondamentale per contrastare l’alluvione post-moderna che taglia il fiato agli individui.

Usare l’autoironia significa allenarsi all’equilibrio. L’umorismo “bianco” (non maligno) ci fa ridere di noi stessi e delle condizioni in cui ci troviamo. Riuscire in questo permettte di imparare a giocare con sè stessi e quindi anche con gli altri, poichè prendendo benevolmente in giro il nostro esistere si contrasta il sentimento depressivo-involutivo di ognuno.

Saper giocare con le parole e saper giocare con sè stessi è dunque la risposta pedagogica, l’obiettivo?

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