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Archive for the ‘automotivazione’ Category

Design “Made in Myself”

Mi imbatto nel Design. Perché utilizzato in certi contesti sembra avere un vero “cool effect”. Perché il termine è associato inconsciamente al “bello” oltre che al “ben fatto”. Forse perché è un concetto che richiama tanto quello che oggi rimane di “Eccellenza Made in Italy” (vd.http://www.academia.edu/1313023/Design_tra_invenzione_e_innovazione_Design_between_Invention_and_Innovation)

Non solo il “significante”, ma anche il significato in fondo ha una derivazione italica, in quanto il termine è latino: Designare; de-signum, ovvero “dal segno”,  “di segno”, “fuori dal segno”. Il richiamo interessante è all’uso del “segno” utilizzato per rappresentare, ideare, progettare.

Il “Design” sembra però racchiuso in una diatriba tutta odierna tra l’essere e l’apparire:

People think it’s this veneer – that the designers are handed this box and told, ‘Make it look good!’ That’s not what we think design is. It’s not just what it looks like and feels like. Design is how it works”. Steve Jobs

Apple del Design, inteso sia in senso estetico (ostentatamente user friendly) sia in senso razionale (effettivamente user friendly), ha fatto la sua bandiera e verificare che uno Steve Jobs privilegi l’importanza della componente pragmatica mi può far pensare che l’accezione “californiana” del significato sia probabilmente meno “mediterranea” di quanto pensassi.

La differenza vera forse la fa solo l’intenzione (stavolta ci torna utile l’etimologia francese desseign, ovvero “scopo”, “progetto”, “disegno”) con cui vengono rappresentate e progettate le cose.

L’INTENZIONE

A tal riguardo mi ha colpito molto questo video delle convention “TED”, connotate fortemente da uno stile “stelle e strisce”, ma comunque intriganti [probabilmente perché sono ben “disegnate”]:

John Hockenberry: “Siamo tutti designer”

http://www.ted.com/talks/lang/it/john_hockenberry_we_are_all_designers.html

Dalle frasi a effetto del giornalista sottolineo un paio di passaggi:

“C’era progettazione in tutto quel che mio padre faceva. Aveva un gruppo jazz stile Dixieland quando eravamo piccoli, ed interpretava sempre le cover di Louis Armstrong. Ogni tanto gli chiedevo, “Papà, vuoi che assomigli al disco?” Avevamo un sacco di vecchi dischi jazz in giro per casa. E lui diceva, “No, mai, John, mai. La canzone è solo un dato di fatto, è così che devi vederla. Devi renderla tua. Devi progettarla. Mostrare a tutti a cos’hai in mente“.

“La differenza è l’intenzione…L’intenzione cambia del tutto l’immagine. Scelgo di valorizzare quest’esperienza rotolante (la sedia a rotelle, ndr) con un semplice elemento di design. Agendo con un’intenzione. Trasmette la paternità di un’idea. Suggerisce che c’è qualcuno alla guida. È rassicurante; le persone ne sono attratte. A volte fanno propria quell’esperienza. Facendo una cover della melodia tragica con qualcosa di diverso, qualcosa di radicalmente diverso”.

Potremmo ripensare al mestiere di progettista come un bel connubio di tensione al “bello” e al “funzionante”, a partire dall’intenzione con cui sviluppiamo idee e rappresentiamo concetti. Un sincretismo importante di razionalità e passione, ingegneria e arte. Il progettare implica pertanto l’utilizzo dei “segni”, o proprio dei “disegni”, spesso al fine di condensare l’astrazione nell’applicazione.

L’esempio più efficace in questa esplorazione è proprio quello dell’architetto.

L’ARCHITETTURA

L’architetto è il “primo motore immobile” di un progetto, colui che il “disegno” ce l’ha in mente e conseguentemente lo rappresenta, definendone tutti gli aspetti per renderlo successivamente applicato alla realtà.

Il termine Arché come “principio apparso cronologicamente/ontologicamente per primo” è racchiuso nel significato di architettura, lo strumento che dà origine alle cose.

Potrebbe essere utile a questo punto condensare la dissertazione senza scomodare ulteriormente filosofi greci, stoici, idealisti e via dicendo, focalizzando l’importanza autoformativa che racchiude il concetto di Design, in quanto se “tutti siamo designer”, ognuno è “architetto” del proprio “design formativo”.architetto

L’architettura dell’auto-apprendimento si configura in maniera del tutto particolare attraverso il concetto di Design.

Pensare al proprio sviluppo formativo in termini di un’esperienza che sia allo stesso tempo “bella” e “ben fatta” infatti, riporta ad una progettazione analitica, puntuale ma anche piuttosto smart, come si usa dire in ambito aziendale.

Il divertimento ad auto-apprendere, il gusto di pianificare le proprie risorse personali fa riferimento ad una vera e propria scelta di stile di progettazione.

LO STILE

Tutti i grandi architetti, i grandi artisti hanno uno “stile”, o comunque sono richiamati ad un gruppo di riferimento. Fatto sta che il distinctive manner, l’elemento riconoscibile, il segno distintivo, deve essere sviluppato in ogni opera di progettazione.

Lo stesso può valere per il proprio progetto autoformativo, indipendentemente se si è fabbri, artisti o semplicemente architetti di sé stessi. Al proprio progetto di autosviluppo si può dare il “tocco” in più, la propria firma, il gusto estetico e, perché no, artistico dell’apprendere.

Questo significa generare il principio di apprendere con intenzione, disegnando il proprio progetto fatto di scopi, di obiettivi, di passi, di tempi e di responsabilità personali, senza tralasciare l’importanza del gusto e della distintività del proprio imparare.

Parafrasando nuovamente una delle riflessioni condotte finora: “L’apprendimento è probabilmente un dato di fatto. Ma devi renderlo tuo. Devi progettarlo. Mostrare a te stesso cos’hai in mente

L’insostenibile leggerezza dello Zen

Verso la fine del XIX secolo lo scambio culturale che i Paesi occidentali hanno avuto con l’Oriente si è fatto particolarmente ricco, generando mode e tormentoni nell’intellighenzia e spesso influenzando il pensiero filosofico. Lo Zen (禅) assume una posizione di riguardo in tal senso, rafforzando la sua presenza in particolare durante il movimento beat americano negli anni ’60. La tradizione Zen nasce nella religione induista per sfociare durante i secoli nel buddhismo con diverse forme e scuole, differenziandosi in particolare tra il ceppo cinese e quello giapponese.

Non sono mai stato particolarmente attratto dal fascino esotico di queste dottrine, né soprattutto dai seguaci occidentali che spesso ne traviano i significati o vi speculano sopra.

Come spesso accade, le traduzioni culturali di continenti lontani rischiano lo scimmiottamento da parte degli occidentali, che non hanno gli strumenti per comprenderne il vero senso.

È risaputo che l’obiettivo e il contenuto delle dottrine Zen è comunque la realizzazione del Satori(悟), che diversamente dal nirvana (rimasto particolarmente impresso, ad esempio, nel pensiero di Schopenhauer) si prospetta come una partecipazione attiva e consapevole al mondo piuttosto che una rinuncia completa al mondo attraverso il distacco da esso.

« Satori, in termini psicologici, è un oltre i confini dell’Io. Da un punto di vista logico è scorgere la sintesi dell’affermazione e della negazione, in termini metafisici è afferrare intuitivamente che l’essere è il divenire e il divenire è l’essere. » (Daisetz T. Suzuki, dall’introduzione del libro Lo zen e il tiro con l’arco)

Il termine deriva dal giapponese “rendersi conto” e sottintende un risveglio spirituale, dove non si coglie più la differenza tra il soggetto che prende consapevolezza e l’oggetto di osservazione. Come descrive Herrigel (in un saggio su sé stesso come ennesimo occidentale folgorato dalla cultura orientale) nel volume appena citato il soggetto “Si” mira, “Si” colpisce e “Si” estranea mescolandosi con l’obiettivo dell’arciere nel suo tiro. Il pensiero che si distacca dalle operazioni e permette un’efficacia potente nell’attività che si conduce è davvero tipica nel pensiero orientale. La ripetitività (mantra) e la riduzione dell’emotività permettono una crescita determinante nell’arte insegnata da un maestro (di vita più che di tecnica).

Seppur con un po’ di riluttanza sono costretto a scorgere delle metafore intriganti nella cultura orientale. Il distacco, la solitudine con sé stessi, la riflessione interiore, la costruzione di un percorso di crescita sono tutte parole chiave dell’accezione auto-formativa dell’apprendimento.

Ciò che mi discosta è la stridente dissonanza con la pratica quotidiana e il tumulto delle ansie occidentali legate al materiale, al capitale, all’individuale. Temo che anche il più caparbio shōgun non saprebbe resistere ai ritmi di vita forsennati e psicopatici della vita occidentale postmoderna.

Per questo mi sento di definire questo rapporto con l’approccio zen come non sostenibile sebbene leggero. Come il classico di Kundera, il concetto paradossale è espresso tra il contrasto dell’evanescenza della vita, fatta di scelte spesso sfuggenti e superficiali e la chiara necessità di trovare nella vita stessa delle risposte sul senso dell’esistenza. Ciò che si verifica una volta sola è come se non fosse mai accaduto – Ein Mal ist kein Mal – una volta è nessuna volta e, come direbbe Sartre, se mi è dato scegliere, il fatto di non poter discernere si traduce in una non scelta – e perseguire un apprendimento zen nella vita occidentale non può che rimanere una breve, seppur piacevole, parentesi all’interno di un periodo complesso e articolato di parafrasi dell’esistenza.

Inoltre, il presupposto dell’apprendere rimane comunque l’insufficienza di una capacità oltre che la tensione ad acquisirla. Si apprende tanto più quanto siamo motivati estrinsecamente ed intrinsecamente allo stesso tempo. Possiamo pertanto essere molto motivati ad imparare l’antica arte del tiro con l’arco se non siamo motivati a fare il “vuoto” dentro di noi per raccogliere il mistero dello zen, direbbe Herrigel, ma tantomeno non acquisiremo come effettuare il tiro correttamente se non abbiamo un obiettivo a cui tendere. L’obiettivo esterno deve tramutarsi in interno e non il contrario. Altrimenti la logica diventa assolutamente occidentale: esternare le tensioni interiori, possibilmente piegando gli eventi e le persone a proprio favore è una logica tremendamente “coloniale” dell’esistenza.

Tali presupposti ricordano il paradosso del barbiere di Russell, raccontato magistralmente in questo passo da Quine:

Per alcune decadi invero, gli studi sui fondamenti della matematica sono stati turbati e notevolmente stimolati dalla considerazione di due paradossi, uno proposto da Bertrand Russell nel 1901, e l’altro da Kurt Gödel nel 1931. Come primo passo su questo terreno accidentato consideriamo un altro paradosso: quello del barbiere del villaggio. […] In un certo villaggio c’è un uomo, così dice il paradosso, che è un barbiere; questo barbiere sbarba tutti, e soltanto, quegli uomini che non si sanno sbarbare da soli. Quesito: il barbiere sbarba se stesso? Ogni uomo in questo villaggio è sbarbato dal barbiere se, e solo se, non si sa sbarbare da solo. In particolare, quindi, il barbiere sbarba se stesso se, e solo se, non sa sbarbarsi. Siamo in difficoltà se affermiamo che il barbiere si sbarba, e altrettanto se affermiamo il contrario. (W. V. O. Quine, I paradossi, in A. Pasquinelli (a cura), Il neopositivismo, Torino, UTET, 1969)

In entrambi i casi abbiamo vi sono due contraddizioni che non permettono lo scioglimento del paradosso. L’insostenibile leggerezza dello zen sarà sempre in contrasto con la sete di sapere di mediterranea memoria: “né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre, né ‘l debito amore /lo qual dovea Penelopé far lieta,/ vincer potero dentro a me l’ardore /ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, / e de li vizi umani e del valore” (Dante, Inferno, Canto XXVI, v. 94-99).

38 stratagemmi per darsi ragione

25 settembre 2010 Lascia un commento

Il gustoso saggio di Schopenhauer Die Kunst, Recht zu Behalten, riportato nella versione italiana come L’arte di ottenere ragione è una lettura che ritorna sempre utile e che impressiona sempre per il dettaglio con cui vengono raccontate le strategie di “dialettica eristica”, sempre attuali a livello di dibattito e disputa che quotidinamente è possibile visionare: dai luoghi di lavoro, al viaggio nei mezzi pubblici, alle querelle politiche trasmesse in Tv, e via dicendo.

La retorica, l’arte del “parlar bene” (come dice Roland Barthes), affascina sia per la sua complessità, sia per la sua ricaduta sui vantaggi personali che si possono avere nella comunicazione con i nostri “coinquilini di vita”, nelle relazioni che stabiliamo con essi.  Non appare utile soffermarsi a commentare le 38 strategie del filosofo di Danzica, sebbene realmente utili allo sviluppo di uno stile comunicativo assertivo, se utilizzate correttamente, se non per rivisitarne la lettura, ancora una volta, in un’ottica di autoformazione.

In particolare leggere e intellegere il prontuario della discussione nell’ottica della “disputa con sé stessi”, significa rapportare tali tattiche nei rapporti allo specchio, in quelle fasi di riflessione e auto-motivazione che necessariamente affrontiamo tutti (con tempi e modalità molto differenti).

Per quanto apparentemente sulla scia delle ”istruzioni per rendersi infelici” su cui mi sono soffermato precedentemente, è possibile ricavare numerosi consigli per affrontare sé stessi in una sorta di dibattito interiore fortemente collegato a momenti di decision making, ovvero scelte dicotomiche e necessarie.

Parafrasando Schopenhauer, pertanto, raccogliamo le seguenti indicazioni:

1.    Ampliamento: interpretare le proprie affermazioni nel modo più generale possibile, restringendo quelle in opposizione.

2.    Omonimia: estendere le proprie affermazioni presentate a se stessi a qualcosa che, oltre al nome uguale, non ha nulla in comune con l’argomento in questione.

3.    Generalizzazione: trattare le proprie affermazioni con valore relativo come se avesse un valore assoluto.

4.    Occultamento: presentare le premesse alla propria conclusione una alla volta, in modo che il sé le ammetta senza accorgersene.

5.    False proposizioni: usare tesi false ma vere ad hominem, sfruttando i preconcetti e i propri pregiudizi.

6.    Dissimulazione di petitio principii: postulare ciò che si dovrebbe dimostrare.

7.    Metodo socratico o erotematico: porre domande adeguate a se stessi e ricavare la verità dell’affermazione dalle proprie stesse ammissioni.

8.    Provocazione: autosuscitare la propria ira per confondersi.

9.    Confusione: porsi domande in un ordine diverso da quello nel quale ci si sarebbe aspettato in un primo momento.

10. Ritorsione delle proprie negazioni: se intenzionalmente ci si risponde in modo negativo a tutte le domande, chiedersi il contrario della tesi di cui ci si vuole servire.

11. Generalizzazione dell’inferenza: se si accetta la verità di fatti particolari dare per scontato che si abbia accettato anche l’universale relativo.

12. Metaforizzare: scegliere sempre metafore e similitudini favorevoli alla propria affermazione, introducendo nella definizione ciò che si vuole provare in seguito.

13. Presentare l’ opposto della propria tesi: presentare l’opposto delle proprie tesi in modo denigratorio, per far sì che si sia costretti a rifiutarlo.

14. Dichiararsi la vittoria: dopo che  si ha risposto a molte domande senza peraltro giungere alla conclusione desiderata, dichiararsi vittoria con una buona dose di faccia tosta.

15. Usare tesi apparentemente assurde: se la propria tesi è paradossale e non la si riesce a dimostrare, proporsi una tesi giusta ma non evidente; se si rifiuta pensare ad absurdum e trionfare.

16. Argomenti Ad Hominem: cercare contraddizioni nelle proprie affermazioni.

17. Usare sottili distinzioni: se si incalza con un controprova, occorre trovare una sottile distinzione se la cosa consente un doppio significato.

18. Mutatio controversiae: se c’è il rischio che si possa avere ragione, spostare l’argomento di riflessione su altre questioni.

19. Generalizzazione: se ci si sente sollecitati ad esprimere un’opinione su un particolare, estrapolare l’universale ed opporsi a questo.

20. Trarre conclusioni: se si ha concesso parte delle premesse, trarre la conclusione anche se le premesse sono incomplete.

21. Controargomentazione: se si fa uso di un argomento solo apparente o sofistico, liquidarlo usando un controargomento altrettanto sofistico o apparente.

22. Petitio principii: rigettare le proprie premesse come petitio principii.

23. Esagerazione: spingersi ad esagerare con le proprie affermazioni e quindi confutarle.

24. Forzare la consequenzialità: trarre a forza dalle  proprie affermazioni, con false deduzioni, tesi che non vi siano contenute (apagoge).

25. Istanza o Exemplum in contrarium: l’apagoge si demolisce presentando un unico caso per cui il principio non è valido.

26. Retorsio argumenti: l’argomento che si vuole usare a proprio vantaggio viene usato meglio contro se stessi.

27. Sfruttare l’ira dell’avversario: se di fronte a un certo argomento ci si adira, insistere su quell’argomento, poiché è facilmente il punto debole del proprio ragionamento.

28. Argumentum ad auditores: funziona meglio quando da persona colta si disputa con il sè incolto. Avanzarsi un’obiezione non valida ma “spettacolare”, che richieda, per essere smentita, una lunga e noiosa disquisizione.

29. Diversione: qualora si fosse sul punto di vincersi cambiare completamente argomento e proseguire come se fosse pertinente alla questione e costituisse un argomento contro se stessi.

30. Argumentum ad verecundiam: invece che di motivazioni ci si appelli ad autorità rispettate da sé stessi.

31. Dichiarazione di incompetenza: dichiararsi incompetenti per insinuarsi il dubbio che le proprie affermazioni siano una cosa insensata.

32. Denigrazione: per accantonare, o almeno rendere sospetta, una propria affermazione ricondurla ad una categoria odiata.

33. “Vero in teoria, falso in pratica”: ammettere con questo sofisma le ragioni e tuttavia negarne le conseguenze.

34. Incalzarsi: se ci si dimostra evasivi riguardo ad un argomento, incalzarsi su quell’argomento, poiché facilmente sarà uno dei propri punti deboli.

35. Argumentum ab utili: anziché agire sull’intelletto con il ragionamento, agire sulla volontà con motivazioni, dimostrandosi che la propria opinione, se vera, non può che recarci che qualche danno.

36. Sproloquiare: rimanere sconcertati e sbigottiti da sproloqui interiori privi di senso.

37. Spacciare un argumentum ad hominem per uno ad rem: se si sceglie una cattiva prova a sostegno del propria argomento confutare la prova e passare questa confutazione come una confutazione all’intero argomento.

38. Argumentum ad personam: come ultima risorsa diventare offensivi, oltraggiosi e grossolani con se stessi.

Alcune affermazioni sembreranno paradossali quanto la celeberrima non-pipa di Magritte (Ceci n’est pas une pipe 1928-29 olio su tela (60×81 cm) Los Angeles County Museum of Art), che eccezionalmente nell’opera utilizza il testo per giocare surrealmente con il linguaggio, tra significati e significanti…

Se questa non è una pipa, e non è possibile carpire il vero significato che l’autore ha attribuito al segno, fondamentalmente non può che accadere per un problema di allineamento sulla comunicazione.

Con noi stessi dovremmo riuscire ad evitare il paradosso della relatività ontologica [Quine la rappresenta attraverso l’esempio del coniglio – che fa pronunciare da un indigeno con l’immaginario fonema gavagai – e che può tradursi come “coniglio”, “parte non staccata di coniglio”e con “stadio di coniglio”]. Soffermarci su una scelta di significato, indicando il coniglio e sperando di farci capire come lo stiamo intendendo non è altro che una scelta, una strategia per definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, recintando significati, costruendo artificiosamente una morale.

Il paradosso della disputa con sé stessi può essere superato travalicando uno stadio di consapevolezza, di corporeità tangibile, per avventurarsi in uno spazio di narcosi dalla coscienza e dalle emozioni di sorta, permettendo in alcuni casi un forte effetto motivante o depressivo nei propri confronti. Non si deve pertanto avere paura del confronto con degli stati di “sospensione” dal giudizio piuttosto che dalla relazione con gli altri. In questo modo l’immagine di sé stessi è affrontabile, è discutibile, è dialogabile e il distacco dall’emozione come l’esercizio personale di dubitazione permetteranno un’attenta auto-analisi e un’auto-valutazione più profonda.

Il primo confronto è con sé stessi prima che con gli altri. In inglese to be right, rappresenta “avere ragione”, ma anche “essere nel giusto”. Prima di affrontare la disputa con l’altro è necessario verificare se si è nel giusto (proprio): no entity without identity (W V.O. Quine)