Archive

Archive for the ‘cambiamento’ Category

Nodi gordiani. Culture annodate. Formarsi al nodo.

Tra rischi e incertezze

E’ difficile descrivere il momento attuale con distacco ed autoironia. E’ troppo facile, al contrario, dilettarsi nella ricerca di coincidenze cabalistiche post-profezia Maya: oltre ad esserci ritrovati nel 13° anno di inizio millennio, siamo da poco entrati nell’anno del Serpente (che secondo il calendario cinese rappresenta un momento di grande trasformazione), da pochi giorni la tradizione ebraica ha ricordato nella festività di Purim il “digiuno di Ester” e siamo in Quaresima.

Le stelle e la tradizione vogliono ricordarci qualcosa? No. Ci pensa l’attualità a sublimare un momento catartico mai visto, dove iniziano a traballare contemporaneamente ruoli istituzionali e simboli religiosi, certezze e incertezze iniziano a mescolarsi freneticamente in una centrifuga di momenti storici e delicati cambiamenti. Sta iniziando il futuro? O comunque un futuro diverso?

Uncertainty diventa sinonimo di normalità in un quadro socio-cultural-politico come quello attuale. Credo però sia utile fare riferimento ad una distinzione ben precisa tra rischio e incertezza “knightiana”, ovvero quell’incertezza definita dalll’economista Frank Knight (“Risk, Uncertainty, and Profit, 1921), rapportata ad un rischio il cui significato riguarda, in certi casi, una quantità suscettibile di misurazione, mentre altre volte si tratta di qualcosa che non è palesemente misurabile: un’ incertezza misurabile è molto differente da una non misurabile, poiché che in effetti non si tratta affatto di un’incertezza 🙂

Laddove il rischio è calcolabile, è possibile affrontare un momento di difficoltà e di incertezza, in quanto siamo in grado di immaginare quale sia la direzione che sta prendendo il nostro incedere.

 

In questo periodo si spendono le metafore nautiche come fossero nichelini e (siccome non costa niente) decido di spenderne un pò anch’io…

La crisi, metaforizzata in una tempesta degna di rappresentazione alla Herman Melville, non può che essere affrontata prendendo le onde “al mascone” (ultimamente Gramellini si è dilettato citando questa simbologia in tv): in un’imbarcazione il mascone è una parte dello scafo, a metà strada tra la prua (la “punta”)  e il traverso (la “metà”, il centro), dove si tende a prendere le onde in caso di mare formato a prua, per mitigare gli effetti di “beccheggio” e “rollio” che compromettono la stabilità dell’imbarcazione, oltre a generare pericolosi effetti della nausea nell’equipaggio.. Ma in navigazione si sa bene che “prendere le onde al mascone” non è che un compromesso per limitare i danni e non per risolvere il problema (il mare grosso). La nautica prescrive di prevedere le condizioni meteorologiche e di evitare di affrontare situazioni “burrascose”. Siamo quindi nel campo del rischio (più o meno calcolato se vogliamo) e non in quello dell’incertezza.

La domanda che si fa l’equipaggio di questo Paese (che invece vive un momento di incertezza) è sapere se chi è, è stato, e sarà al comando ha la più pallida idea di quale sia il modo per fuggire la tempesta, avendola o meno prevista.

Provare a leggere l’intricata situazione socio-politica attuale appare sempre più un nodo gordiano. La leggenda racconta che nella città di Gordio, in Anatolia, Re Mida dedicò il sacro carro del padre Gordio (diventato re precedentemente perché entrato in città secondo una profezia su un carro trainato da buoi) agli dei, e questo fu legato ad un palo con un intricato nodo di corniolo, rappresentando simbolicamente la ferma solidità del potere regale e politico. La profezia dell’oracolo a quel punto definiva che chi fosse stato in grado di scioglierlo sarebbe diventato imperatore dell’Asia Minore. Alessandro Magno, quando arrivò da quelle parti decise di “darci un taglio”, senza troppe perifrasi. Questo momento sembra quasi fautore di una “soluzione alessandrina”, alla contorta situazione socio-politica: netta, semplice, rapida e decisa.


Per una logica della gassa d’amante.

Tornando alla metafora nautica e ai nodi, in assenza di soluzioni decise e nette, bisognerebbe passare da una “logica del nodo gordiano” ad una “logica della gassa d’amante”.

La cultura “annodata” di un cambiamento che sembra sempre posticipare il suo avvento, deve passare per l’abbandono della logica della conservazione di una tradizione sempre più aggrovigliata da cui è difficilissimo raccapezzarsi. Sciogliere un nodo è un lavoro di pazienza e attenzione che in taluni casi non sempre sono disponibili, magari per ragioni di tempo e di sicurezza.

La tradizione nautica tramanda da sempre (forse millenni, stando al ritrovamento della barca solare di Cheope) di premunirsi con un “bowling knot” ovvero la “gassa d’amante”, un nodo semplice e sicuro che rappresenta simbolicamente la prevenzione e l’acutezza nel risolvere situazioni “intricate”… La prima menzione della gassa in uno scritto ufficiale risale alla “Grammatica del Marinaio” di J.Smith del ‘600, dove viene definito come un nodo “forte e sicuro, così ben fatto e fissato dalle briglie nell’occhiello delle vele che queste si rompono o si dividono prima che il nodo possa sciogliersi”.

Passare ad una logica della gassa d’amante significa utilizzare metodi sicuri ed efficaci per diversificate situazioni; significa imparare ad utilizzare uno strumento semplice e multi-funzione, di estrema efficacia, soprattutto in situazioni di incertezza o di tempesta.

L’approccio formativo alla “logica della gassa d’amante” passa per una capacità predittiva che assicuri di trarre giovamento dal cambiamento. Sul piano manageriale lo spunto che sembra emergere è quello della Marketing Myopia di Theodore Levitt, dove il suggerimento dato alle imprese è quello di concentrare le proprie riunioni sulle esigenze dei clienti piuttosto che sulle strategie di vendita dei prodotti. Convinzioni e compiacenza di essere in una “campana di vetro” di crescita può far perdere di vista ciò che realmente i clienti vogliono. E i clienti sono i cittadini del mondo e i cittadini di un Paese fortemente dimenticato dai manager che operano nel, e per, il patrio suolo.

Una delle ragioni per cui la miopia è così comune è che le persone sentono di non poter predire con precisione il futuro, che è una preoccupazione legittima. Ma si tratta (tornando all’inizio del discorso) di un rischio, non di un’ incertezza, laddove sia possibile utilizzare delle tecniche di predizione commerciale e un ascolto del mercato di riferimento per stimare le circostanze future nel miglior modo possibile.


Nodi autoformativi

Morale conclusiva: imparare a fare i nodi. Annodare l’apprendimento saldamente al proprio futuro, consapevoli che la prevenzione sia sempre uno scarto di rischio e un’incertezza in meno. Darci un taglio, se serve, e prepararsi al cambiamento: prima o poi arriva.

Per un’economia educativa

Prima del nuovo discorso (o meglio pro-neologo)

Due anni di silenzio autorfilessivo sembrano tanti, ma la trascrizione del proprio apprendere non annovera uno scadenzario e delle deadline imposte. Un pò come la malattia parodontale (come diceva la mia igienista dentale): ci sono periodi della vita in cui l’attacco batterico diventa più intenso in contrapposizione ad anni di assoluta mancanza di problemi al tessuto gengivale, indipendentemente dalla noncuranza nel trattamento di pulizia quotidiana.

Tentando di ripartire da un nuovo ciclo di autoapprendimento, stavolta l’attenzione si rivolge verso il rapporto stringente che esiste tra l’universo formativo e quello economico.

E’ a partire da qualche pagina, sfogliata piuttosto distrattamente, dei grandi nomi dell’universo di studio economico  che si inscrive la nuova riflessione pedagogica personale di questo Cahier de Bord autoformativo.
Due prime suggestioni:

“Fondamento dell’economia politica ed in generale di ogni scienza sociale è evidentemente la psicologia” (Vilfredo Pareto)

Giusto un pò di ricarica all’autostima, per immaginare che anni di studio sulle scienze “soft” in fondo abbia un senso, proprio in un momento in cui sembrano avere successo solo i numeri e coloro che li sanno gestire.

“L’economista è il fiduciario di una civiltà possibile e se gli interessi costituiti prevalgono sulle idee, tuttavia l’economista deve stare attento alle idee”. (Federico Caffè)

Forse il giusto compromesso è proprio questo. Il legame che avvicina indissolubilmente l’impostazione economica alla filosofia non può essere messo in discussione. Se idee e interessi convergono verso obiettivi comuni, possono certamente nascere progresso e sviluppo: sociale e personale.

L’ECONOMIA x L’EDUCAZIONE = FORMAZIONE / ETICA + DEMOCRAZIA

L’economia educativa, tra etica del progresso, “asimettria formativa” e “democrazia corinthiana”

“Sembra a chi scrive che lo scopo principale del progresso sociale dovrebbe essere quello di preparare, attraverso l’educazione, l’umanità ad uno stato sociale che unisca, alla massima libertà personale, quella giusta ed equa distribuzione dei prodotti del lavoro che le attuali leggi sulla proprietà sembrano trascurare del tutto”

J.S. Mill, “Principi di economia politica”

L’ermeneutica del mondo aziendale costringe spesso a fare i conti con la questione del valore aggiunto: economico e/o di progresso-sviluppo della persona. E/O, perché spesso l’uno esclude l’altro, sebbene il primo esista in funzione del secondo. L’ οἱκονομία, ovvero il “governo della casa” e pertanto l’amministrazione dei beni di un soggetto, di un’impresa, di una comunità, di uno Stato dovrebbe racchiudere in sé un principio che tende al benessere e al progresso dell’oggetto per cui opera: senza scomodare eccessivamente le riflessioni contenute in Etica ed economia di Amartya Sen e le imprerscrutabili “misurazioni della felicità”, è utile soffermarsi a considerare il potente valore educativo che racchiude l’impostazione economica nei diversi contesti sociali.
Ci si può soffermare su un documento di Antonio Fiscarelli depositato in rete (http://www.edscuola.it/archivio/ped/educazione_ed_economia.pdf) che rappresenta piuttosto bene il legame che da sempre vincola la costruzione della politica educativa a partire dal modello economico più in auge, piuttosto che l’importanza che rappresenta l’istruzione economica ed in particolare la dinamica “Educazione e Lavoro”, soprattutto in riferimento ai paradigmi di Democrazia Educativa del buon Dewey. Questo spunto permette un’ulteriore citazione:

“Tradotta in scopi specifici, l’efficienza sociale implica il possesso di una «coscienza» dei frutti del l’industria umana e ne denuncia l’importanza. La gente non può vivere senza i mezzi di sussistenza; i modi in cui  questi sono impiegati e consumati hanno una profonda influenza sulle relazioni delle persone fra loro […] Nessun piano di educazione può trascurare queste considerazioni fondamentali [ …] Col trasmutarsi della società da oligarchica in democratica appare naturale che risultato valido dell’educazione debba essere considerata la capacità di farsi economicamente strada nel mondo e di amministrare utilmente le risorse economiche invece che adoperarle solo per sfarzo e lusso” (J.Dewey, Democrazia e Educazione)

Un termine condiviso collegato alla bontà di un sistema economico è la cosidetta presenza di simmetria informativa. Lo stato contrario rappresenta una condizione in cui l’informazione non è partecipata tra gli individui facenti parte del processo, quindi una parte degli attori interessati possiede informazioni maggiori  rispetto agli altri, traendono vantaggi personali.

L’architettura economica odierna si basa (ma forse si è sempre basata così) sulla capacità di pochi di possedere informazioni strategiche legate all’investimento economico o alla speculazione finanziaria.

Rappresentare un’idea di democrazia reale in campo economico sembra una favola. Un pò come la bellissima storia della “Democrazia Corinthiana” attuata da Socrates e i suoi compagni trent’anni fa:

Nel 1982 ebbe inizio il periodo della cosiddetta Democrazia Corinthiana. Nell’aprile di quell’anno termina il mandato del presidente Vicente Matheus e lo sostituisce Waldemar Pires. I calciatori Sócrates, Wladimir e Casagrande si ergono a leader dello spogliatoio e di fatto iniziano una autogestione del club, dirigendo la squadra affiancati dall’allenatore Mário Travaglini. La formazione è decisa dai giocatori, che votano su ogni questione posta, di fatto ricalcando il sistema democratico: nel 1982 e nel 1983 la squadra vince il Campionato Paulista. I membri della rosa e della dirigenza avevano eguale diritto di voto, e le loro opinioni avevano lo stesso peso: inoltre, i calciatori avevano il potere di utilizzare la maglia a fini pubblicitari o propagandistici.Nel 1984 Sócrates e Casagrande lasciano il club, e la Democrazia Corinthiana termina: il breve periodo contribuisce, tra le altre cose, a risanare le casse del club, che erano piene di debiti ereditati dalla precedente gestione (cfr. Wikipedia)
Un micro-caso di democrazia reale, dove le informazioni sono conosciute da tutti e condivise sulla base di una ledership saggia e orientata sugli obiettivi.

La storia economica e politica di oggi forse ci rappresenta che certi episodi rimangono tali, e soprattutto si sviluppano in contesti circoscritti, in microcosmi di piccole dimensioni e poche persone (basti pensare alla democrazia ateniese e all’isopsefia (“stesso sassolino” – ovverso stesso “peso” per ogni individuo).
Allora non ci illudiamo che il sistema economico globale e l’economia del terzo millennio si basino su un sistema millenario di rappresentanza omogenea dell’informazione.
Il problema è sempre la consapevolezza reale che i diversi attori della democrazia possono avere rispetto ad un tavolo di votazione. Se la conoscenza è asimetrica non è possibile avere un “sassolino” dello stesso per votare.

L’EDUCAZIONE x L’ ECONOMIA =  CONSAPEVOLEZZA > x

“Le tecniche sono importanti, e vi è un solo modo per impararle. Osservare quelli che hanno avuto successo. Una volta mi resi conto che quelli che pure esercitano la stessa attivita, alcuni impoveriscono del tutto e altri si arricchiscono notevolmente: io me ne meravigliai e mi parve che valesse la pena di indagare questo fenomeno. Osservando bene trovai che in ciò non v’era nulla di strano, dato che chi esercitava le sue attività a casaccio ne aveva delle perdite, e chi invece si dava da fare con intelligenza e giudizio compiva la sua attività più rapidamente, più facilmente e con maggiori guadagni. Io penso che anche tu, se vuoi, e se gli dei non lo impediscono, imparando da loro, diventerai abile gestore dei loro affari”. Senofonte, “Oeconomicus”

Ecco che in questa riflessione l’importanza dell’educazione come condizione concreta di sviluppo personale e sociale (in senso economico) prende piede. Ripensare ad una pedagogia “economica” oggi può permettere di sperare in un futuro più civile e onesto.

E’ forse pportuno valorizzare i tentativi di financial literacy che alcuni organismi internazionali provano a sviluppare, a partire dall’OECD o dal Council for Economic Education (http://www.councilforeconed.org) e mutuarli nei nostri sistemi di istruzione, formazione, orientamento e inserimento professionale.

Pare che attualmente il pensiero di un’educazione finanziaria sia stato esplorato

(www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-04-13/profumo-intervista-154752.shtml?uuid=Abj05WNF), sebbene spesso tutto questo rimanga solo un esercizio di stile.

Eppure di materiali e spunti ce ne sono davvero tanti: la pragmatica anglosassone è così ricca da fare invidia; e sono certo che molti professionisti del campo della formazione potrebbero davvero divertirsi ad applicare certe esercitazioni e certi moduli formativi per tutte le età… http://economicsnetwork.ac.uk/themes/games.htm

Eppure anche solo spiegare ad un giovane in fase di scolarizzazione cosa significhi FTSE MIB, Dow Jones, Margine Operativo Lordo, Break Even Point o anche solo “come si fa una fattura” dovrebbe portare sicuramente ad una consapevolezza diffusa di come va il mondo. Magari anche solo spiegando che finiti gli studi si può perpetrare un’attività imprenditoriale autonoma (senza dover per forza puntare sul cavallo delle lauree magistrali o dei concorsi), o anche solo per prepararsi ad un impiego da precario “a partita IVA”, imparando però già a scaricare un pò di spese 😉

 

Rivalutando il solipsismo, tra morale e ressentiment

29 giugno 2010 1 commento

Qui voglio ricordare la mia definizione dell’etica: essa è ciò per cui l’uomo diventa quello che diventa.

Søren Kierkegaard

In precedenza mi è capitato di considerare il solipsismo in un’accezione negativa, soprattutto rispetto alle dinamiche che si instaurano nei processi di conoscenza. La convinzione che tutto ciò che l’individuo percepisce venga creato dalla propria conoscenza è probabilmente una visione restrittiva, poiché l’influenza delle interdipendenze col mondo è riscontrabile in ogni processo di apprendimento personale.

Eppure, osservando il solipsismo attraverso la lente della morale, la prospettiva rischia di cambiare… Tutte le azioni che l’individuo compie fanno parte di una morale prestabilita dal proprio io, al di là delle “leggi” definite dal mondo esterno, oppure no?

Secondo la “dottrina” solipsistica le leggi da rispettare provengono direttamente dall’interno dell’individuo, e hanno una validità più genuina di tutte le regole che altri avrebbero stabilito per noi. “Solo io posso conoscere le mie esperienze” e “Solo io possiedo le mie esperienze” sono già argomenti che Wittgenstein smentisce nelle sue Philosophical Investigations (1974): non veniamo a conoscenza delle nostre esperienze, ma le abbiamo e basta, ed è impossibile per noi nasconderle. Le esperienze sono squisitamente personali ma questo non significa che ne conosciamo l’essenza.

La morale è una sorta di “guida” secondo la quale l’uomo agisce e definisce i propri comportamenti, verifica ndo, in coscienza, ciò che va fatto da ciò che non va fatto. Ma la morale viene appresa o viene scelta dall’individuo?

Una questione fondamentale sollevata spesso in filosofia e in psicologia è se la moralità costituisca un ambito di conoscenza diverso da altri aspetti della conoscenza. L.P. Nucci (2001) afferma che il nocciolo della moralità umana è l’interesse per la giustizia e il benessere umano e che i bambini non imparano soltanto le regole dalla società adulta, ma giungono a conclusioni riguardo al modo in cui particolari tipi di azione influiscono sull’armonia delle relazioni e sul benessere comune. Nonostante questo i giudizi morali dei bambini sono comunque influenzati da altre norme e valori sociali.

Il contesto in cui nasciamo è senz’altro il “brodo primordiale” di sviluppo della nostra moralità: la famiglia, gli amici di infanzia, i contesti sociali di primo approccio del proprio territorio di riferimento (scuola, sport, parrocchia, etc.) sono i primi “fornitori” di valori e comportamenti nonché i primi stimolatori del giudizio morale personale. Senza dubbio tali contesti definiscono un imprimatur importante nella personalità dell’individuo, tanto da influenzarne fortemente l’orientamento psichico e spirituale per il resto della vita.

Ma esiste anche una condizione di formazione morale adulta, che cresce e si sviluppa successivamente. La morale, o meglio “le morali”che in maniera più o meno contingente sono incontrate dall’individuo nel corso della sua vita sono molteplici e spesso lontane tra loro. L’adulto spesso tende a consolidare sempre di più i suoi valori e i suoi giudizi, fuggendo spesso la faticosa e compromettente “messa in discussione” generata dal cambiamento e dalla trasformazione.

Tutto questo deve però essere contemplato all’interno di un processo di autoformazione: riflettere, motivare, pianificare e consolidare in autonomia il proprio quadro morale fatto di valori e considerazioni sul mondo è un tassello fondamentale per l’autonomia dell’individuo.

Qual è la leva che permette all’adulto, così conservatore e ancorato alle sue convinzioni, di mettere in discussione e rimodulare “camaleonticamente” i propri giudizi morali? Il Ressentiment.

Un concetto che indica un senso risentimento e ostilità contro ciò che ognuno identifica come causa della propria frustrazione, l’assegnazione di condanna ad un elemento esterno da sé. Il senso di inferiorità che si crea in questa dinamica fa nascere un sistema di valori che rifiuta o giustifica ciò che è percepito come fonte di frustrazione del soggetto. L’ego crea un nemico, per isolarsi dal senso di colpa.

Il ressentiment è fortemente collegato alla capacità delle persone di essere più o meno reattivi a soffocare le reazioni rispetto a ciò che gli viene fatto. Oggi, vivere nella “società del risentimento” (Tomelleri, 2007) significa essere, a causa dell’individualismo e delle pressioni post-moderne ad essere tendenzialmente insoddisfatti e nevrotici.

La morale cambia, i valori non si tramandano più “di padre in figlio” e l’elaborazione del giudizio diventa sempre più personale. Il ressentiment la accende, il solipsismo la cura. L’individuo non può più accontentarsi della morale sociale pre-confezionata, ma si trova a sperimentare, costruendo, de-costruendo e ri-costruendo sé stesso e i propri valori.

È un bene o un male? 🙂

Fino ad ora, sulla morale ho appreso soltanto che una cosa è morale se ti fa sentire bene dopo averla fatta, e che è immorale se ti fa star male.

Ernest Hemingway

Sulla buona solitudine e sul buon relativismo

Sebbene solitudine e relativismo siano considerati a prima vista elementi negativi, è possibile provare a riflettere su questi “topics” da una prospettiva differente. Di certo sono due termini ascrivibili come condizioni fortemente pervasive per la cultura e il clima sociale di oggi.

“La solitudine è indipendenza: l’avevo desiderata e me l’ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri”

(H. Hesse – “Il lupo della steppa”)

La solitudine abbassa la temperatura della passione? Il silenzio, l’introspezione, il distacco dal mondo e dal proprio Sé, probabilmente possono generare la sensazione di aridità e di un animo “scolorito”… La relazione con l’altro, nel bene e nel male, “dipinge” la nostra emotività a tinte forti. L’interdipendenza con le nostre comunità di riferimento (famiglia, amici, istruzione, lavoro..) è il vincolo del nostro progresso personale di cambiamento e di crescita, ma non bisogna dimenticare che la dimensione individuale e collettiva dei nostri “cammini auto formativi” deve mantenere un equilibrio significativo. Si parla di interdipendenza e non di “dipendenza”, così come di soliloquio e non di solipsismo…

Jung rispondeva a una persona che voleva assolutamente parlare con lui che la solitudine è una “fonte di guarigione che rende la vita personale degna di essere vissuta” e ancora che “ il parlare è spesso un tormento”. In molte occasioni forse ognuno di noi può confessare di aver bisogno di molti giorni di silenzio per ricoverarsi dalla “futilità delle parole”…

Dialogare con sé stessi permette di scoprire senz’altro lati sconosciuti e sopiti della nostra personalità, così come può far efficacemente riscoprire lati ben conosciuti e ben presenti alla nostra coscienza, ma che a volte vengono accantonati per seguire necessità, contingenze e urgenze del mondo, che ci “tira la giacca” fuori da noi.

La lente dell’autoformazione ci aiuta così a guardare alla solitudine come la condizione di partenza per l’attivazione di un percorso trasformativo personale genuino. Il momento con sé stessi è un passo imprescindibile per la configurazione di un qualsiasi percorso che abbia come destinatario la propria persona, la propria identità, poiché alla base della costruzione vi sono le fondamenta del Sé, i valori dell’infanzia e dell’adolescenza, i gusti, i piaceri e i sogni intimamente nostri.

Senza sconfinare nel più puro stoicismo (un modello valoriale fortemente anacronistico per i giorni nostri) è utile ricordare che Seneca definiva la solitudine “cibo per lo spirito”, e pertanto la ricerca interiore volta all’apprendimento intellettuale, fisico e spirituale non può che giovare allo sviluppo di ognuno.

Non tutti sono strutturati caratterialmente per affrontare una prova di solitudine, più o meno intensa. Viviamo fin da sempre immersi (e oggi ancora di più) in un mondo di contatti, di reti, di relazioni, di parole, di episodi con Altri e, giustamente, cercare o vivere l’isolamento non è certo una pratica alla moda. Questo è un bene per lo sviluppo sociale dell’individuo ma forse meno per il proprio sviluppo interno. La solitudine “formativa” va ricercata nel lato buono e produttivo della riflessione, della valutazione con se stessi e nella spinta all’auto-realizzazione personale.

Una tappa determinante per poter a concentrare le proprie energie verso un cammino di solitudine auto-formativa risiede nel “buon relativismo”, ovvero una modalità di pensiero che non si traduca necessariamente in atteggiamenti qualunquistici o nichilistici nella persona.

Senza approfondire un concetto largamente abusato nell’ultimo periodo, è utile individuare la dinamica che esiste in questo macro-tema filosofico, tra il passaggio dalla sostanza “oggettiva” a quella “soggettiva”.

Termini come “certo”, “sicuro”, “assoluto”, “oggettivo”, “mai”, “sempre”, etc. sono pericolosi da utilizzare, nel tempo della post-modernità. In riferimento a tutto ciò che concerne l’essere umano, che come tale è strumento di “errore”, vittima della casualità e della causalità, in un folle gioco di interdipendenze e contingenze.

Assumere questo punto di vista prepara e allerta l’individuo a molti imprevisti e stabilisce, sul piano auto-formativo, la necessità di iniziare il cammino di riflessione su sé stessi e sul mondo con un approccio critico e positivo. L’importante è vivere questa posizione con un atteggiamento costruttivo e volto al miglioramento di se stessi. Non potendo dare nulla per scontato, l’essere umano deve compiere un esercizio di proiezione verso il “bene” e il “meglio”.

“Io penso relativo”, ma l’obiettivo di crescita e miglioramento deve permanere vivo. Il relativismo può difendere dagli imprevisti e dalle delusioni del mondo, ma senz’altro può portare al “raffreddamento” di cui sopra.

Questa è la grande scommessa dell’equilibrio auto-formativo: trovare l’elemento che “relativizzi” il relativo e renda lo sguardo critico e nichilistico circoscritto ad un insieme, ad un micro-mondo.

In questo, ciò che è trascendente, la “legge morale fuori di noi” permette l’ingresso di “un cielo stellato” dentro di noi… Un esempio? La fede è senz’altro un “escamotage” importante e da tenere in considerazione…

Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?»

(Gv 18, 37-38)

Il miglioratore del mondo

Le difficoltà, i “traviamenti”, le inquietudini, gli slanci e le ombrosità dei tormentati anni della giovinezza rivivono splendidamente descritti in un significativo racconto della produzione giovanile hessiana. Nel “miglioratore del mondo” Hesse riflette con ironia partecipata e particolare finezza psicologica sul travaglio della gioventù nell’impatto con il mondo “adulto”…

Ogni periodo della vita che comporta trasformazioni e cambiamenti sembra riproporre le tensioni, i tormenti e le contraddizioni della vita giovanile, anche se i cambiamenti avvengono avanti negli anni. Gli atteggiamenti estremi e “anarchici” di Berthold, il protagonista del racconto di Hesse, che decide di lasciare il turpe mondo cittadino per seguire naturiste e pacifiste del suo periodo andando a vivere come un eremita in campagna, sono la raffigurazione esplicita delle nostre tensioni interne votate al cambiamento.

“Solo il mattino seguente, svegliandosi in un letto nuovo insolitamente morbido e ricordandosi della sera prima, si rese conto che la sua insoddisfazione per la semplice stanzetta e la sua esigenza di una maggiore comodità andavano in effetti contro la sua coscienza. Solo che non se la prese, si alzò ben riposato dal letto e pensò con eccitazione alla giornata che lo aspettava…”

Migliorare il mondo” significa, su un piano squisitamente soggettivo, migliorare la propria prospettiva e cambiare il proprio mondo: un azione che senz’altro influenza positivamente chi sta intorno, attraverso la diffusione pervasiva di buone pratiche di trasformazione.

A volte il cambiamento avviene diversamente, poiché si insinua dolcemente tra le pieghe dei nostri atteggiamenti e permette le modificazioni del nostro essere in forma incosciente, salvo poi emergere con forza tutto insieme:

“Per prima cosa si recò da un barbiere per farsi accorciare i capelli e tagliare la barba, e quando si guardò allo specchio e poi uscì in strada e sentì nel vento leggero la freschezza delle guancie rase, gli cadde completamente di dosso ogni eremitica timidezza. In fretta si recò in un grande negozio di abbigliamento, comprò un vestito alla moda e lo fece adattare il più accuratamente possibile alla sua figura, lì accanto acquistò della biancheria, cravatta, cappello, e scarpe, vide finire il suo denaro e andò in banca a prelevarne dell’altro, aggiunse al vestito un cappotto e alle scarpe delle soprascarpe di gomma, e la sera, quando tornò a casa piacevolmente stanco, trovò già tutto lì, in scatole e pacchetti ad aspettarlo.”

Mezirow delinea scientificamente le “fasi della trasformazione”, ricorrenti in ogni individuo, sebbene queste avvengano con tempi e modi differenti per ognuno di noi (Mezirow, 1991):

1)  dilemma disorientante;

2)  autoesame, sensi di colpa e di vergogna;

3)  valutazione critica degli assunti epistemologici, socioculturali e psichici;

4)  scoperta della scontentezza come processo comune ad altri;

5)  esplorazione delle opzioni che prospettano nuovi ruoli, relazioni e azioni;

6)  pianificazione di un corso d’azione;

7)  acquisizione di conoscenze e competenze utili all’implementazione dei propri piani;

8)  sperimentazione provvisoria di nuovi ruoli;

9)  familiarizzazione con i nuovi ruoli e relazioni;

10) reintegrazione nella propria vita, sulla base delle condizioni imposte dalla nuova prospettiva.

Dopo questo faticoso percorso, che associa momenti drammatici e intensi ad episodi di riflessione e sperimentazione meno emotiva, si torna forse, “piacevolmente stanchi”, ad osservare i frutti della propria evoluzione interiore e a compiacersi, per auto-gratificazione, del lavoro svolto.

Il cambiamento è un’eterna battaglia di ottimismo e speranza autogenerata. Attraverso le agitazioni utopiche e le lotte interiori si combatte verso l’equilibrismo tra la “sindrome di Pollyanna” e il “pessimismo cosmico”, tentando strade più o meno adeguate al proprio atteggiamento intrinseco.

Il “Bullish Feeling”(il toro è uno dei due animali-simbolo della finanza, il termine bullish definisce un mercato in rialzo, in opposizione al mercato bearish che tende invece al ribasso), che dalla terminologia giornalistica sta prendendo piede, rappresenta una chiave di volta importante per impostare lo “standing” interiore. Non si deve scadere nell’ottimismo delle favole, distaccato completamente dalla realtà: lo sguardo alla storia e all’esperienza personale deve essere sensatamente connesso al contesto di riferimento, evitando però di ritrovarsi in situazioni di rimpianto o di melanconia per il “tempo che fu”.

Le date, le ricorrenze hanno un valore se tali sentimenti ed espressioni comportamentali vengono fatte rivivere con una tensione “giovanile” verso il futuro. Futurismo d’azione e di contemplazione, obiettivi “raggiungibili e misurabili”, ma comunque alti.

Ritrovare la fiducia in sé stessi significa anche attribuire un po’ di fiducia nell’intangibile (non dico negli uomini, potrebbe diventare un passaggio “illusivo”), nella compensazione del Fato, o nella Provvidenza (fate voi..). È un po’ la regola che tutti gli imprenditori di successo sembrano raccontare, dove anche di fronte alle difficoltà l’unica cosa che conta è la “fede” nelle proprie capacità, la “speranza” nella buona sorte e la “carità” del lavoro umile e costante di tutti i giorni.

Non basta. A guidare la trasformazione in positivo dei malumori interni in un momento di cambiamento serve anche il supporto degli affetti, la condivisione di speranze e di obiettivi comuni verso un futuro preciso e piacevole. Un sogno lucido e una persona accanto.

“«È venuto il dottor Reichardt», disse Agnes alla madre, che porse alla mano il visitatore. Ma lei, nella luce mattutina della stanza chiara, guardò l’uomo, lesse sul viso smagrito la miseria di un anno sbagliato e difficile, e nei suoi occhi la volontà di un amore ormai chiarito. Non lasciò più il suo sguardo e, silenziosamente attratti l’uno dall’altro, si diedero ancora la mano.”