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Archive for the ‘complessità’ Category

Nodi gordiani. Culture annodate. Formarsi al nodo.

Tra rischi e incertezze

E’ difficile descrivere il momento attuale con distacco ed autoironia. E’ troppo facile, al contrario, dilettarsi nella ricerca di coincidenze cabalistiche post-profezia Maya: oltre ad esserci ritrovati nel 13° anno di inizio millennio, siamo da poco entrati nell’anno del Serpente (che secondo il calendario cinese rappresenta un momento di grande trasformazione), da pochi giorni la tradizione ebraica ha ricordato nella festività di Purim il “digiuno di Ester” e siamo in Quaresima.

Le stelle e la tradizione vogliono ricordarci qualcosa? No. Ci pensa l’attualità a sublimare un momento catartico mai visto, dove iniziano a traballare contemporaneamente ruoli istituzionali e simboli religiosi, certezze e incertezze iniziano a mescolarsi freneticamente in una centrifuga di momenti storici e delicati cambiamenti. Sta iniziando il futuro? O comunque un futuro diverso?

Uncertainty diventa sinonimo di normalità in un quadro socio-cultural-politico come quello attuale. Credo però sia utile fare riferimento ad una distinzione ben precisa tra rischio e incertezza “knightiana”, ovvero quell’incertezza definita dalll’economista Frank Knight (“Risk, Uncertainty, and Profit, 1921), rapportata ad un rischio il cui significato riguarda, in certi casi, una quantità suscettibile di misurazione, mentre altre volte si tratta di qualcosa che non è palesemente misurabile: un’ incertezza misurabile è molto differente da una non misurabile, poiché che in effetti non si tratta affatto di un’incertezza 🙂

Laddove il rischio è calcolabile, è possibile affrontare un momento di difficoltà e di incertezza, in quanto siamo in grado di immaginare quale sia la direzione che sta prendendo il nostro incedere.

 

In questo periodo si spendono le metafore nautiche come fossero nichelini e (siccome non costa niente) decido di spenderne un pò anch’io…

La crisi, metaforizzata in una tempesta degna di rappresentazione alla Herman Melville, non può che essere affrontata prendendo le onde “al mascone” (ultimamente Gramellini si è dilettato citando questa simbologia in tv): in un’imbarcazione il mascone è una parte dello scafo, a metà strada tra la prua (la “punta”)  e il traverso (la “metà”, il centro), dove si tende a prendere le onde in caso di mare formato a prua, per mitigare gli effetti di “beccheggio” e “rollio” che compromettono la stabilità dell’imbarcazione, oltre a generare pericolosi effetti della nausea nell’equipaggio.. Ma in navigazione si sa bene che “prendere le onde al mascone” non è che un compromesso per limitare i danni e non per risolvere il problema (il mare grosso). La nautica prescrive di prevedere le condizioni meteorologiche e di evitare di affrontare situazioni “burrascose”. Siamo quindi nel campo del rischio (più o meno calcolato se vogliamo) e non in quello dell’incertezza.

La domanda che si fa l’equipaggio di questo Paese (che invece vive un momento di incertezza) è sapere se chi è, è stato, e sarà al comando ha la più pallida idea di quale sia il modo per fuggire la tempesta, avendola o meno prevista.

Provare a leggere l’intricata situazione socio-politica attuale appare sempre più un nodo gordiano. La leggenda racconta che nella città di Gordio, in Anatolia, Re Mida dedicò il sacro carro del padre Gordio (diventato re precedentemente perché entrato in città secondo una profezia su un carro trainato da buoi) agli dei, e questo fu legato ad un palo con un intricato nodo di corniolo, rappresentando simbolicamente la ferma solidità del potere regale e politico. La profezia dell’oracolo a quel punto definiva che chi fosse stato in grado di scioglierlo sarebbe diventato imperatore dell’Asia Minore. Alessandro Magno, quando arrivò da quelle parti decise di “darci un taglio”, senza troppe perifrasi. Questo momento sembra quasi fautore di una “soluzione alessandrina”, alla contorta situazione socio-politica: netta, semplice, rapida e decisa.


Per una logica della gassa d’amante.

Tornando alla metafora nautica e ai nodi, in assenza di soluzioni decise e nette, bisognerebbe passare da una “logica del nodo gordiano” ad una “logica della gassa d’amante”.

La cultura “annodata” di un cambiamento che sembra sempre posticipare il suo avvento, deve passare per l’abbandono della logica della conservazione di una tradizione sempre più aggrovigliata da cui è difficilissimo raccapezzarsi. Sciogliere un nodo è un lavoro di pazienza e attenzione che in taluni casi non sempre sono disponibili, magari per ragioni di tempo e di sicurezza.

La tradizione nautica tramanda da sempre (forse millenni, stando al ritrovamento della barca solare di Cheope) di premunirsi con un “bowling knot” ovvero la “gassa d’amante”, un nodo semplice e sicuro che rappresenta simbolicamente la prevenzione e l’acutezza nel risolvere situazioni “intricate”… La prima menzione della gassa in uno scritto ufficiale risale alla “Grammatica del Marinaio” di J.Smith del ‘600, dove viene definito come un nodo “forte e sicuro, così ben fatto e fissato dalle briglie nell’occhiello delle vele che queste si rompono o si dividono prima che il nodo possa sciogliersi”.

Passare ad una logica della gassa d’amante significa utilizzare metodi sicuri ed efficaci per diversificate situazioni; significa imparare ad utilizzare uno strumento semplice e multi-funzione, di estrema efficacia, soprattutto in situazioni di incertezza o di tempesta.

L’approccio formativo alla “logica della gassa d’amante” passa per una capacità predittiva che assicuri di trarre giovamento dal cambiamento. Sul piano manageriale lo spunto che sembra emergere è quello della Marketing Myopia di Theodore Levitt, dove il suggerimento dato alle imprese è quello di concentrare le proprie riunioni sulle esigenze dei clienti piuttosto che sulle strategie di vendita dei prodotti. Convinzioni e compiacenza di essere in una “campana di vetro” di crescita può far perdere di vista ciò che realmente i clienti vogliono. E i clienti sono i cittadini del mondo e i cittadini di un Paese fortemente dimenticato dai manager che operano nel, e per, il patrio suolo.

Una delle ragioni per cui la miopia è così comune è che le persone sentono di non poter predire con precisione il futuro, che è una preoccupazione legittima. Ma si tratta (tornando all’inizio del discorso) di un rischio, non di un’ incertezza, laddove sia possibile utilizzare delle tecniche di predizione commerciale e un ascolto del mercato di riferimento per stimare le circostanze future nel miglior modo possibile.


Nodi autoformativi

Morale conclusiva: imparare a fare i nodi. Annodare l’apprendimento saldamente al proprio futuro, consapevoli che la prevenzione sia sempre uno scarto di rischio e un’incertezza in meno. Darci un taglio, se serve, e prepararsi al cambiamento: prima o poi arriva.

Educare all’engagement organizzativo..

“Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende” (art.46 Cost.).

In un uno dei tavoli del Luiss-BarCamp del 21 novembre 2009 (http://www.luissbarcamp.it/sessione1.php) questo articolo redatto dai padri costituenti è stato nuovamente citato in merito alle ultime discussioni apparse sui media già da questa estate riguardo alla possibilità di coinvolgere i lavoratori agli utili dell’impresa.

Sebbene possa apparire come un tema nuovo, alla luce del dibattito che ha coinvolto diversi “main barcampers” [tra cui Edoardo Ghera (professore di Diritto del Lavoro- La Sapienza), Lucrezio Caro Monticelli (Consigliere di Stato e Capo Ufficio Legislativo del Ministero del Lavoro), Agostino Megale (Segretario Confederale CGIL), Maurizio Petriccioli (Segretario Confederale CISL), Renata Polverini (Segretario Generale UIL) e Giorgio Usai (Direttore Area Relazioni Industriali, Sicurezza e Affari Sociali di Confindustria)] sembra che il tema sia in realtà un argomento fortemente digerito nella teoria e più volte ripreso nel dibattito sociale e nell’ordinamento italiano.

Partecipazione. Produttività. Qualità.  Le preoccupazioni legate all’attuale crisi economica del Paese sono state sublimate da queste parole, che forse rimangono, a mio avviso, solo un po’ altisonanti e poco pragmatiche.

Rispetto al tema in questione esistono infatti posizioni molto divergenti secondo il punto di vista dei rappresentanti delle parti sociali piuttosto che datoriali. La partecipazione agli utili dell’impresa è già regolata in una sua forma dall’art. 2349 c.c. ed esistono già da alcuni anni, nel mondo aziendale (perlomeno della Grande Azienda) i premi di produttività e molte altre forme gestionali che premiano la partecipazione e il cosiddetto “engagement” all’interno dell’organizzazione: dall’MBO (management by objectives) all’employer branding (oggi particolarmente in auge), a tutte le forme di incentivo che appartengono alle attività di payroll nel campo delle Risorse Umane.

E’ forse necessario quindi individuare una forma normativa che determini un diritto costituzionale già definito o una evidenziazione formale dell’importanza che può avere la “com-passione” di un lavoratore subordinato nei confronti della sua organizzazione di appartenenza?

Può servire, forse, una definizione meticolosa di quale sia il livello gestionale a cui un lavoratore subordinato può partecipare, condividendo i risultati economici del suo agire produttivo, ma non credo che il mondo dell’impresa accetterebbe di buon grado una considerazione in questi termini; senza contare che la legge definisce con precisione il ruolo dei dirigenti in merito alle responsabilità e alle differenziazioni nei confronti degli altri gradi dei lavoratori subordinati.

Leggere con la lente pedagogica questa riflessione giuslavoristico-organizzativa significa domandarsi se è possibile considerare i lavoratori del secondo millennio come già coinvolti e partecipi ai processi aziendali. Significa capire se i lavoratori subordinati sono affiliati alle mission aziendali e compartecipano con passione ai destini, positivi e negativi, dell’impresa.

Sebbene in molti possano asserire tale affiatamento che esiste oggi nel mondo del lavoro, forse posso immaginare anche una buona moltitudine di lavoratori che, in fondo, individuano come priorità fondamentale il proprio benessere fisico e retributivo e, in seconda battuta, quello organizzativo.

Provando ad immedesimarsi nella realtà imprenditoriale e professionistica, forse può essere molto più coerente immaginare di intraprendere una pedagogia sociale che tenti in qualche modo di insegnare, già nel percorso di istruzione e formazione, quali siano le dinamiche relative al mondo economico e del lavoro, generando una cultura della responsabilità economica personale e l’approccio al mercato globale, attualmente incardinato nel tessuto sociale mondiale.

Oltre ad alcuni interessanti esperimenti che si possono trovare in Rete (http://www.economiascuola.it ), può essere utile immaginare delle ore di educazione finanziaria all’interno dei percorsi scolastici, già dalla scuola dell’obbligo, fino a considerare dei veri e propri percorsi di orientamento e formazione all’imprenditorialità per il mondo universitario.

Quanti ragazzi sentono parlare (seppure per caso e molto distrattamente) di indici finanziari, di borsa, di PIL, di domanda e offerta di lavoro?

A quanti viene data la possibilità di capire cos’è una fattura e sapere che hanno anche una possibilità autonoma di approcciare al lavoro?

Non sono forse queste dei tentativi risolutivi di contrasto alla crisi economica e di riattivazione della produzione per il sistema italiano?

Un approccio bottom-up, a lungo termine, che però può dare risultati molto concreti.

Purtroppo alcuni di questi pregevoli esempi di educazione alla cittadinanza attiva del nostro secolo, rimangono tentativi lasciati alla capacità dei più volenterosi e non sono attività che vengono rese obbligatorie o fortemente sostenute dalla forza legislativa.

EDUCARE TERRITORI: dalla “capacitazione” al capitale sociale degli oratori

“Il concetto di libertà individuale comprende, da un lato, tutte quelle caratteristiche positive e funzionali che ci mettono in grado di vivere da individui responsabili e attivi, dall’assistenza sanitaria all’istruzione, alla liberazione dalla fame e dalla miseria e così via. Dall’altro lato, comprende anche nostre libertà e autonomie fondamentali quali la possibilità di partecipare ai processi politici e sociali che influenzano le nostre vite. La libertà in questo contesto viene valutata sia nel suo senso positivo (libertà di ) sia nel suo senso negativo (libertà da)”

(A.K. Sen, La libertà individuale come impegno sociale, Roma-Bari, Laterza, 2003, p.55)

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Nel tempo dell’individualità e della libertà (soprattutto politica) le parole di Sen sembrano essere ineccepibili, granitiche. Nel tempo del globale e del locale in libero neo-capitalismo ripensare alla “conduzione-fuori” (e-duco) della cittadinanza inserita in un contesto territoriale specifico e omogeneo allo stesso tempo sembra una sfida complessa oltre misura..

educter2Quando parliamo di sviluppo locale (in modo forse abusato) dovremmo intendere un “aumento qualitativo delle capacità del territorio di agire, reagire, programmare e gestire situazioni complesse” di tipo economico, politico e allo stesso tempo di sviluppo individuale.  Secondo l’impostazione di Sen, a livello di popolazione locale lo sviluppo si individua in un aumento delle libertà personali dato dall’aumento della “capacitazione“, traducibile in una sorta di “abilità di fare cose”. Attraverso la cooperazione fra diversi attori e la creazione di networks stabili nel tempo aumenta la capacità di visione e azione del singolo e della comunità di riferimento.

Mi sono imbattuto in un chiaro documento (http://www.eblacenter.unito.it/WP/2006/2_WP_Ebla.pdf) che spiega in pochi passaggi questa incidenza dell’apparentemente intangibile in una variabile estremamente importante da considerare nello sviluppo completo di attori e territori:

“Il punto centrale dell’analisi di Sen ruota intorno all’assegnazione di valore che viene data alla capacità di fare o di essere certe cose. Dal concetto di capitale umano, si passa al concetto della “capacitazione umana”. Se, secondo l’approccio del capitale umano, l’istruzione rende l’individuo più efficiente in una logica produttiva, portando a far aumentare il valore economico della produzione della persona che è stata istruita, e quindi il suo reddito, anche a reddito invariato possono essere rilevati dei benefici diretti per l’individuo e per la società. L’essere istruiti è importante perché permette attività quali leggere, comunicare, discutere, che mettono l’individuo in condizione di scegliere con maggiore cognizione di causa, sviluppando cioè l’aspetto di quella che viene definita da Sen, appunto, capacitazione umana.

Con questo termine l’autore supera il concetto delle capacità umane (in inglese abilities), introducendo l’idea delle capabilities, le capacità che la società può dare o negare all’individuo. Per spiegare il tema della capacitazione, che va ben oltre il semplice ruolo formativo dell’istruzione, Sen fa riferimento a due tipologie di libertà individuale: la libertà “negativa” e la libertà “positiva”. La libertà negativa indica la libertà derivante dall’assenza di vincoli, che rende l’individuo libero perché nessuno gli impedisce di fare qualcosa. La libertà positiva, invece, viene definita come la capacità di autorealizzare il proprio potenziale di sviluppo umano. Appare quindi chiaro come un individuo si possa trovare con relativa facilità in una situazione di apparente libertà complessiva, nella quale non trova impedimenti a fare ciò che desidera (come avviene per esempio in tutti i paesi industrializzati dove nessuno proibisce di fare alcunché, purché nell’ambito della legalità), ma non per questo vive una condizione di piena libertà. Il paradosso delle nostre società è, infatti, che apparentemente gli individui vengono lasciati largamente liberi di scegliere, ma in realtà essi versano in una condizione di estrema sprovvedutezza circa la propria capacità di partecipare e di controllare il processo di definizione del senso e dell’esperienza che, in ultima analisi, è il vero responsabile del fatto che una persona compia delle scelte piuttosto che delle altre. Al centro dell’approccio della capacitazione si trovano, accanto alle funzioni che vengono realizzate dall’individuo, ossia ciò che una persona è effettivamente in grado di fare, l’insieme che Sen definisce “capacitante”, ossia l’insieme di tutte le alternative che una persona ha veramente davanti a sé, compreso tutto ciò che è in potenza oltre che in atto. Viene data notevole importanza, per esempio, al fatto di avere occasioni che non vengono colte: avere a disposizione il bene o il servizio X in assenza di alternative è ben diverso dallo scegliere X in presenza di alternative…

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…La possibilità di vivere esperienze culturali capacitanti, che per essere tali richiedono la presenza di una adeguata dotazione di capitale culturale, simbolico e identitario, permette di attivare un meccanismo di sostegno sia alla domanda sia all’offerta verso nuove dimensioni di consumo e di produzione, attraverso un processo di acquisizione di competenze. Il punto centrale dell’analisi si riferisce al passaggio che dall’esperienza culturale porta allo sviluppo di nuove competenze e mette in moto quello che abbiamo definito il circolo virtuoso delle competenze”

Sacco P.L., Segre G., Creativity and new patterns of consumption in the experience economy, WORKING PAPER SERIES, Università di Torino -Dip. Economia, International Centre for Research on the Economics of Culture, Institutions, and Creativity, (EBLA) N. 02/2006

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L’ “esperienza culturale capacitante” può far generare circoli virtuosi produttivi e di sviluppo “individual-locale”. Ma come attivare tale processo arricchettente in termini di azioni sulla cittadinanza? Il passo indietro da fare è anche rispetto alle potenzialità che un territorio può avere e da quell’ “intangibile” che spesso emerge dalle reti di relazione degli individui. Sembra quasi essere un’eco al concetto di capitale sociale che raccoglie l’insieme di queste risorse potenziali incorporate nelle reti di attori territoriali. Il termine, usato in sociologia per indicare l’insieme delle relazioni interpersonali formali ed informali essenziali anche per il funzionamento di società complesse ed altamente organizzate, implica quindi un’altra esigenza per lo sviluppo “individual-locale”:

“Se l’importanza dei legami interpersonali per muoversi nel mercato del lavoro è ormai un fatto consolidato, negli ultimi anni si è affacciata nel dibattito un’ipotesi ulteriore: quella secondo cui il capitale sociale ha un’influenza positiva sulla competitività di un sistema economico o di un’impresa…

Nel corso degli ultimi anni è aumentato l’interesse per il ruolo delle reti e delle aggregazioni tra imprese, anche sul piano dello sviluppo dell’innovazione e dello scambio di conoscenze (Porter, 2000). La conoscenza, si sa, è una “merce” estremamente fragile: chi la vende ha poche possibilità di tutelarsi da eventuali comportamenti scorretti, o opportunistici.. Per questo gli scambi di conoscenze avvengono in misura ben inferiore a quella che sarebbe ottimale per il successo delle imprese

(cfr. Field J., Il capitale sociale, un’introduzione, Trento, Erickson, 2004, pp.70 e ss.)

Dalla breve analisi emergono due esigenze importanti: stimolare l’offerta creativa e sinergica di un territorio sfruttando le leve di sviluppo individuali strutturando un’interazione sociale produttiva e collaborativa e indirizzare le potenzialità del capitale sociale territoriale verso un modello di capitale sociale che Putnam (vd. Putnam R.D., Bowling alone, the collapse and “revival of American community, New York, Simon & Schuster, 2000) chiama “inclusivo”, “che collega”, rispetto al modello “esclusivo” che “unisce”. Il secondo, basato sulla famiglia, gli amici intimi e i parenti prossimi, verte su relazioni interne a questa rete di prossimità e abbraccia persone simili tra loro per estrazione sociale, mentre il primo prende la forma di legami con persone che si conoscono più “a distanza“, o si frequentano di meno; tende a generare  identità più ampie, innescando nuovi meccanismi di reciprocità, anziché rafforzare una specifica identità di gruppo.

Per esperienza personale, ma anche confrontandomi con alcune evidenze attuali che provengono dal mondo istituzionale e dei media – mi riferisco in particolare ad alcune  tematiche emerse al Convegno nazionale “Oratori in Italia – puzzle di vita, una sfida da raccogliere Roma, 25 settembre 2009, promosso dalla Regione Lazio e organizzato dal FOI (Forum Oratori Italiani, in accordo con il Servizio Nazionale Pastorale Giovanile, con Famiglia Cristiana (che ha dedicato agli Oratori in Italia un cospicuo dossier http://www.stpauls.it/fc/0939fc/0939fc56.htmhttp://www.romasette.it/modules/news/article.php?storyid=5170)- riscontro importanti peculiarità dell’ “agenzia educativa” Oratorio, dei prerequisiti per un progresso positivo e bilanciato dello sviluppo “individual-locale”.

A differenza del “marchingegno” Scuola, spesso arenato su molti fronti rispetto alle interazioni territoriali e alla possibilità di veicolare dei processi di sviluppo “glocale”, il gruppo organizzato dell’Oratorio (che risponde certo, ad una realtà religiosa e non espressamente civile) attua, attraverso strutturazioni molto eterogenee, soprattutto nello Stivale, iniziative di spessore su un piano pedagogico-sociale, morale e, perché no, economico: la ricchezza delle reti di relazioni che possono essere coltivate in un ambiente informale e poco soggiogato dalle logiche politiche e mediatiche, strettamente coeso con le problematiche del tessuto locale, è una possibilità di sviluppo per l’individuo e per la collettività se tali potenzialità vengono valorizzate adeguatamente.

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Lo sviluppo della persona, corredato di principi morali (post-conciliari, sottolineerei) come strumento di confronto contro l’atarssia giovanile e la spudoratezza civile e mediatica di oggi, apporta significative soluzioni, spesso inosservate, per il benessere di oggi.

Non parliamo della soluzione a tutti i mali, ma di una realtà italiana di oltre 6mila strutture che coinvolgono 1 milione e 500mila ragazzi e oltre 200mila animatori.. Forse un volano da tenere in considerazione per lo sviluppo di progettualità di carattere economico e sociale?

L’autoironia e il verlan come antidoti formativi alla società “compressa”

28 aprile 2009 1 commento

Un titolo così non può far altro che confondere le idee.. Ma provo lo stesso a ragionare in questi termini, iniziando dalla fine dall’headline..

La società “compressa” è un voluto gioco di parole che vuole identificare la condizione della società “complessa” e “depressa” allo stesso tempo. Il clima infelice occidentale dovuto alla crisi economica e lavorativa e il senso di smarrimento legato alla post-modernità racchiudono questi elementi sinteticamente e freneticamente. La rapidità, l’immagine, la disgregazione e la destrutturazione di derridiana memoria sono tutti segni metaforici di uno stato d’animo racchiuso in ogni individuo.

Questa premessa, forse piuttosto scontata, sullo stato attuale delle cose richiama imprescindibilmente al dovere la formazione e l’educazione, che devono intervenire per tamponare la “recessione” dei saperi e della conoscenza, oltre che della competenza degli individui nel lavoro.

In un mondo dove la società “destrutturata”, “post-moderna”, “liquida”, “dis-umanizzata”, “materializzata”, utilitaristicamente rovinata, etc., etc. forse non c’è spazio per una banale invocazione ad un ritorno ai valori, alla “buona educazione” o alla cosiddetta “disciplina”. Le regole non ci sono più: dalla politica, allo spettacolo, alla quotidianità, il reale ci dimostra che non c’è un rispetto delle istituzioni, delle memorie, dei significati. Tutto è in una grande “lavatrice della complessità” che spesso fa scolorire le diversità e i valori personali di ogni soggetto.

Cosa può fare allora la riflessione pedagogica a riguardo?

Alterare la “lingua” e la pratica formativa.Come nei giochi linguistici, dove un codice, un gioco di parole prevede una trasformazione semplice del parlato  estesa a tutto il discorso, anche la formazione deve assumere nuovi linguaggi e nuovi codici che, deformando le regole convenzionali del processo di insegnamento/apprendimento, possano permettere al soggetto di oggi una nuova padronanza ed una nuova autonomia nel post-moderno.

Invertire la prospettiva. Un parlante che si è ben addestrato nel procedimento del gioco linguistico, riesce dopo un pò a parlare e a capire allo stesso intervallo di tempo del parlato normale. Questo suppongo che a livello cognitivo riesca a far sviluppare nel cervello una palestra di ragionamenti che facilitano il cosiddetto “pensiero laterale” o la ricerca di soluzioni creative ed innovative. L’inversione di prospettiva (nella lettura del gioco linguistico, ma a questo punto anche fuor di metafora, nel processo apprenditivo), diventa quindi uno stimolo alla ricerca di nuove possibilità e un addestramento a “galleggiare” nella tempesta della destrutturazione post-moderna.

A differenza del gioco linguistico, usato principalmente da gruppi che mascherano loro conversazioni per non essere capiti dagli altri, la finalità dovrebbe essere amplificata ad un pubblico quanto più esteso. La logica formativa che potremmo definire simpaticamente del “verlan” (un registro linguistico che consiste nell’invertire o di elidere le sillabe di una parole, diffuso nelle periferie delle metropoli francesi) è la metafora su cui puntare. Ribaltare le prospettive finora utilizzate nei contesti scolastici e accademici, puntare sulla creatività, sulla padronanza dei registri e delle regole di comunicazione, è uno spunto sui cui soffermarsi a riflettere. Non è un caso che il linguaggio giovanile usi spesso questa tipologia di gioco linguistico (in particolare in Francia nasce con il rap suburbano di fine secolo).

Una strategia autoironica. Non basta determinare i mezzi di inversione prospettica in termini di metafora del verlan (o dell’argot, http://www.well.ac.uk/cfol/argot.asp). L’altro elemento chiave su cui basare una riflessione di filosofia educativa può essere cercato nell’autoironia. Riscoprire questo carattere dell’intimo umano e lavorare per lo sviluppo dello stesso può essere un altro ingrediente fondamentale per contrastare l’alluvione post-moderna che taglia il fiato agli individui.

Usare l’autoironia significa allenarsi all’equilibrio. L’umorismo “bianco” (non maligno) ci fa ridere di noi stessi e delle condizioni in cui ci troviamo. Riuscire in questo permettte di imparare a giocare con sè stessi e quindi anche con gli altri, poichè prendendo benevolmente in giro il nostro esistere si contrasta il sentimento depressivo-involutivo di ognuno.

Saper giocare con le parole e saper giocare con sè stessi è dunque la risposta pedagogica, l’obiettivo?

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