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Archive for the ‘giochi linguistici’ Category

Design “Made in Myself”

Mi imbatto nel Design. Perché utilizzato in certi contesti sembra avere un vero “cool effect”. Perché il termine è associato inconsciamente al “bello” oltre che al “ben fatto”. Forse perché è un concetto che richiama tanto quello che oggi rimane di “Eccellenza Made in Italy” (vd.http://www.academia.edu/1313023/Design_tra_invenzione_e_innovazione_Design_between_Invention_and_Innovation)

Non solo il “significante”, ma anche il significato in fondo ha una derivazione italica, in quanto il termine è latino: Designare; de-signum, ovvero “dal segno”,  “di segno”, “fuori dal segno”. Il richiamo interessante è all’uso del “segno” utilizzato per rappresentare, ideare, progettare.

Il “Design” sembra però racchiuso in una diatriba tutta odierna tra l’essere e l’apparire:

People think it’s this veneer – that the designers are handed this box and told, ‘Make it look good!’ That’s not what we think design is. It’s not just what it looks like and feels like. Design is how it works”. Steve Jobs

Apple del Design, inteso sia in senso estetico (ostentatamente user friendly) sia in senso razionale (effettivamente user friendly), ha fatto la sua bandiera e verificare che uno Steve Jobs privilegi l’importanza della componente pragmatica mi può far pensare che l’accezione “californiana” del significato sia probabilmente meno “mediterranea” di quanto pensassi.

La differenza vera forse la fa solo l’intenzione (stavolta ci torna utile l’etimologia francese desseign, ovvero “scopo”, “progetto”, “disegno”) con cui vengono rappresentate e progettate le cose.

L’INTENZIONE

A tal riguardo mi ha colpito molto questo video delle convention “TED”, connotate fortemente da uno stile “stelle e strisce”, ma comunque intriganti [probabilmente perché sono ben “disegnate”]:

John Hockenberry: “Siamo tutti designer”

http://www.ted.com/talks/lang/it/john_hockenberry_we_are_all_designers.html

Dalle frasi a effetto del giornalista sottolineo un paio di passaggi:

“C’era progettazione in tutto quel che mio padre faceva. Aveva un gruppo jazz stile Dixieland quando eravamo piccoli, ed interpretava sempre le cover di Louis Armstrong. Ogni tanto gli chiedevo, “Papà, vuoi che assomigli al disco?” Avevamo un sacco di vecchi dischi jazz in giro per casa. E lui diceva, “No, mai, John, mai. La canzone è solo un dato di fatto, è così che devi vederla. Devi renderla tua. Devi progettarla. Mostrare a tutti a cos’hai in mente“.

“La differenza è l’intenzione…L’intenzione cambia del tutto l’immagine. Scelgo di valorizzare quest’esperienza rotolante (la sedia a rotelle, ndr) con un semplice elemento di design. Agendo con un’intenzione. Trasmette la paternità di un’idea. Suggerisce che c’è qualcuno alla guida. È rassicurante; le persone ne sono attratte. A volte fanno propria quell’esperienza. Facendo una cover della melodia tragica con qualcosa di diverso, qualcosa di radicalmente diverso”.

Potremmo ripensare al mestiere di progettista come un bel connubio di tensione al “bello” e al “funzionante”, a partire dall’intenzione con cui sviluppiamo idee e rappresentiamo concetti. Un sincretismo importante di razionalità e passione, ingegneria e arte. Il progettare implica pertanto l’utilizzo dei “segni”, o proprio dei “disegni”, spesso al fine di condensare l’astrazione nell’applicazione.

L’esempio più efficace in questa esplorazione è proprio quello dell’architetto.

L’ARCHITETTURA

L’architetto è il “primo motore immobile” di un progetto, colui che il “disegno” ce l’ha in mente e conseguentemente lo rappresenta, definendone tutti gli aspetti per renderlo successivamente applicato alla realtà.

Il termine Arché come “principio apparso cronologicamente/ontologicamente per primo” è racchiuso nel significato di architettura, lo strumento che dà origine alle cose.

Potrebbe essere utile a questo punto condensare la dissertazione senza scomodare ulteriormente filosofi greci, stoici, idealisti e via dicendo, focalizzando l’importanza autoformativa che racchiude il concetto di Design, in quanto se “tutti siamo designer”, ognuno è “architetto” del proprio “design formativo”.architetto

L’architettura dell’auto-apprendimento si configura in maniera del tutto particolare attraverso il concetto di Design.

Pensare al proprio sviluppo formativo in termini di un’esperienza che sia allo stesso tempo “bella” e “ben fatta” infatti, riporta ad una progettazione analitica, puntuale ma anche piuttosto smart, come si usa dire in ambito aziendale.

Il divertimento ad auto-apprendere, il gusto di pianificare le proprie risorse personali fa riferimento ad una vera e propria scelta di stile di progettazione.

LO STILE

Tutti i grandi architetti, i grandi artisti hanno uno “stile”, o comunque sono richiamati ad un gruppo di riferimento. Fatto sta che il distinctive manner, l’elemento riconoscibile, il segno distintivo, deve essere sviluppato in ogni opera di progettazione.

Lo stesso può valere per il proprio progetto autoformativo, indipendentemente se si è fabbri, artisti o semplicemente architetti di sé stessi. Al proprio progetto di autosviluppo si può dare il “tocco” in più, la propria firma, il gusto estetico e, perché no, artistico dell’apprendere.

Questo significa generare il principio di apprendere con intenzione, disegnando il proprio progetto fatto di scopi, di obiettivi, di passi, di tempi e di responsabilità personali, senza tralasciare l’importanza del gusto e della distintività del proprio imparare.

Parafrasando nuovamente una delle riflessioni condotte finora: “L’apprendimento è probabilmente un dato di fatto. Ma devi renderlo tuo. Devi progettarlo. Mostrare a te stesso cos’hai in mente

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Le cadavre exquis boira le vin nouveau. Appunti surrealisti per un’autoformazione inconscia

Al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale e senza il controllo della ragione “Il cadavere squisito berrà il vino novello”. Il gioco surrealista detto anche dei “cadaveri eccellenti” è lo spunto per riflettere sulla potenza dell’astrazione e del distacco psico-pedagogico da sé stessi.

Ragionare su sè stessi e su ciò che si sta imparando è un’operazione autovalutativa che può diventare fortemente efficace attraverso degli esercizi di “allontanamento” dal Sé.

In questo le caratteristiche e i principi del surrealismo, a partire proprio dai consigli stilati nel Manifesto di André Breton del 1924 sembrano racchiudere la forza espressiva necessari all’autoformazione dell’anima e dell’ingegno:

“Fatevi portare di che scrivere, dopo esservi sistemato nel luogo che vi sembra più favorevole alla concentrazione del vostro spirito in sé stesso. Ponetevi nello stato più passivo, o ricettivo, che potete […] Scrivete rapidamente senza un soggetto prestabilito, tanto in fretta da non trattenervi, da non avere la tentazione di rileggere. La prima frase verrà da sola”
Con un pò di azzardo pseudo-artistico proverei quindi a parafrasare il procedimento dadaista di creazione di una poesia, parafrasando Ttristan Tzara:

“Per fare autoformazione dadaista

Prendete voi stessi.
Prendete un paio di pensieri sul vostro apprendimento..
Scegliete un’idea che abbia l’importanza che voi desiderate dare al vostro nuovo apprendimento.
Ritagliatevi un momento per voi.
“Tagliare” ancora con cura ogni frammento che forma tale ideae mettere tutte le impressioni in uno spazio mentale.
Agitate dolcemente.
Tirate fuori le parole che definiscono quello che avete appreso una dopo l’altra, disponendole nell’ordine con cui le pensate.
Ripetetele coscienziosamente.
L’autovalutazione vi rassomiglierà.
Ed eccovi diventato individuo in apprendimento infinitamente originale e fornito di una sensibilità incantevole, benché, s’intende, incompresa dalla gente volgare”

Quando il presente intorno a noi diventa ignobile, tanto più dobbiamo guardare le stelle”
(Joan Mirò)

E’ plausibile che in questo momento della lettura vi troviate dispersi nel non-sense..

 

Ma l’onnipotenza dell’onirico e il “gioco disinteressato del pensiero” possono veicolare la risoluzione dei principali problemi della vita, liquidando altri meccanismi psichici, espressione ansiogena di comportamenti “de-apprenditivi”.

Senza sconfinare nel patologico, credo sia (seppur stranamente) molto efficace optare per un’autovalutazione che in qualche modo si avvicini alla “depersonalizzazione”.

Probabilmente quasi a tutti è capitato di provare dei sentimenti di “estraneità da sé” ed un senso di irrealtà, come la sensazione di guardarsi dall’esterno, di essere fuori dal proprio corpo, o meglio dell’incapacità di riconoscersi allo specchio.

La sensazione di essere scissi in una parte “osservante” ed una “partecipante” (Steinberg, Schnall, 2001) permette infatti un senso di distacco dalle proprie emozioni ed un giudizio più oggettivo su sè stessi che può essere canalizzato nella valutazione autoformativa [senza ovviamente cadere in un vero e proprio “Disturbo da Depersonalizzazione” di tipo dissociativo 😉 ]

 

Ho già esplorato precedentemente il senso del distacco da sé attraverso il tema del solipsismo, ma in questo caso è utile ragionare sulla forma dell’astrazione da sé stessi che, oltre che attraverso un buon bicchiere di vino (novello?) :-), può avvenire con una forma di “stream of consciousness” sperimentato ampiamente nella letteratura di primo novecento, come da Joyce.

Ecco che attraverso il gioco e le parole si possono elaborare pensieri “portmanteau”, in prima battuta apparentemente surreali ma al contempo estremamente profondi e genuini. Piacevoli.

Giusto per un esempio è il caso di citare quindi Fosco Maraini e il suo “Lonfo” che “non vaterca né gluisce/e molto raramente barigatta/ma quando soffia il bego a bisce bisce/sdilenca un poco e gnagio s’archipatta”  piuttosto che il suo antenato “Jabberwocky” di Lewis Carroll pubblicato nel quasi intraducibile Through the Looking-Glass, and What Alice Found There del 1871:

 

'Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.
Beware the Jabberwock, my son!
The jaws that bite, the claws that catch!
Beware the Jubjub bird, and shun
The frumious Bandersnatch!
He took his vorpal sword in hand:
Long time the manxome foe he sought
So rested he by the Tumtum tree,
And stood awhile in thought.
And as in uffish thought he stood,
The Jabberwock, with eyes of flame,
Came whiffling through the tulgey wood,
And burbled as it came!
One, two! One, two! And through and through
The vorpal blade went snicker-snack!
He left it dead, and with its head
He went galumphing back.
And hast thou slain the Jabberwock?
Come to my arms, my beamish boy!
O frabjous day! Callooh! Callay!
He chortled in his joy.
'Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.

 

Oltre la metasemantica, tornando al principio autoapprenditivo, mi preme definire un modello di autovalutazione “surrealista”, a partire dal presupposto onirico & psico-analitico, certo del fatto che

 

“I sogni non vogliono farvi dormire; al contrario, vi vogliono svegliare.” (René Magritte)

L’elaborazione che segue, in accordo con questo esperimento è pertanto del tutto surreale, istintiva e de-personalizzata.

Distinguiamo 3 passaggi successivi all’esercizio di “distacco dal sè apprenditivo”, attivato per guardare con un occhio diverso, ma con la stessa “anima”:

1) scire

SAPERE

Ovvero conoscere gli aspetti di apprendimento su cui focalizzare la propria attenzione autoformativa. L’oggetto della propria autovalutazione.

 

2) intelligere

CAPIRE

Comprendere la semantica apprenditiva. Le associazioni di parole e giudizio sul tema di apprendimento prescelto assumono una forma comprensibile, grazie al ragionamento distaccato e scevro di pregiudizi

 

3) discere

IMPARARE

Acquisire appieno il tema prescelto e padroneggiarne forma, senso e significato. Tradurre l’apprendimento “inconscio” verso la coscienza e la replicazione.

Detto questo, se non avete capito, probabilmente avete capito. Solo un ultimo suggerimento:

 

38 stratagemmi per darsi ragione

25 settembre 2010 Lascia un commento

Il gustoso saggio di Schopenhauer Die Kunst, Recht zu Behalten, riportato nella versione italiana come L’arte di ottenere ragione è una lettura che ritorna sempre utile e che impressiona sempre per il dettaglio con cui vengono raccontate le strategie di “dialettica eristica”, sempre attuali a livello di dibattito e disputa che quotidinamente è possibile visionare: dai luoghi di lavoro, al viaggio nei mezzi pubblici, alle querelle politiche trasmesse in Tv, e via dicendo.

La retorica, l’arte del “parlar bene” (come dice Roland Barthes), affascina sia per la sua complessità, sia per la sua ricaduta sui vantaggi personali che si possono avere nella comunicazione con i nostri “coinquilini di vita”, nelle relazioni che stabiliamo con essi.  Non appare utile soffermarsi a commentare le 38 strategie del filosofo di Danzica, sebbene realmente utili allo sviluppo di uno stile comunicativo assertivo, se utilizzate correttamente, se non per rivisitarne la lettura, ancora una volta, in un’ottica di autoformazione.

In particolare leggere e intellegere il prontuario della discussione nell’ottica della “disputa con sé stessi”, significa rapportare tali tattiche nei rapporti allo specchio, in quelle fasi di riflessione e auto-motivazione che necessariamente affrontiamo tutti (con tempi e modalità molto differenti).

Per quanto apparentemente sulla scia delle ”istruzioni per rendersi infelici” su cui mi sono soffermato precedentemente, è possibile ricavare numerosi consigli per affrontare sé stessi in una sorta di dibattito interiore fortemente collegato a momenti di decision making, ovvero scelte dicotomiche e necessarie.

Parafrasando Schopenhauer, pertanto, raccogliamo le seguenti indicazioni:

1.    Ampliamento: interpretare le proprie affermazioni nel modo più generale possibile, restringendo quelle in opposizione.

2.    Omonimia: estendere le proprie affermazioni presentate a se stessi a qualcosa che, oltre al nome uguale, non ha nulla in comune con l’argomento in questione.

3.    Generalizzazione: trattare le proprie affermazioni con valore relativo come se avesse un valore assoluto.

4.    Occultamento: presentare le premesse alla propria conclusione una alla volta, in modo che il sé le ammetta senza accorgersene.

5.    False proposizioni: usare tesi false ma vere ad hominem, sfruttando i preconcetti e i propri pregiudizi.

6.    Dissimulazione di petitio principii: postulare ciò che si dovrebbe dimostrare.

7.    Metodo socratico o erotematico: porre domande adeguate a se stessi e ricavare la verità dell’affermazione dalle proprie stesse ammissioni.

8.    Provocazione: autosuscitare la propria ira per confondersi.

9.    Confusione: porsi domande in un ordine diverso da quello nel quale ci si sarebbe aspettato in un primo momento.

10. Ritorsione delle proprie negazioni: se intenzionalmente ci si risponde in modo negativo a tutte le domande, chiedersi il contrario della tesi di cui ci si vuole servire.

11. Generalizzazione dell’inferenza: se si accetta la verità di fatti particolari dare per scontato che si abbia accettato anche l’universale relativo.

12. Metaforizzare: scegliere sempre metafore e similitudini favorevoli alla propria affermazione, introducendo nella definizione ciò che si vuole provare in seguito.

13. Presentare l’ opposto della propria tesi: presentare l’opposto delle proprie tesi in modo denigratorio, per far sì che si sia costretti a rifiutarlo.

14. Dichiararsi la vittoria: dopo che  si ha risposto a molte domande senza peraltro giungere alla conclusione desiderata, dichiararsi vittoria con una buona dose di faccia tosta.

15. Usare tesi apparentemente assurde: se la propria tesi è paradossale e non la si riesce a dimostrare, proporsi una tesi giusta ma non evidente; se si rifiuta pensare ad absurdum e trionfare.

16. Argomenti Ad Hominem: cercare contraddizioni nelle proprie affermazioni.

17. Usare sottili distinzioni: se si incalza con un controprova, occorre trovare una sottile distinzione se la cosa consente un doppio significato.

18. Mutatio controversiae: se c’è il rischio che si possa avere ragione, spostare l’argomento di riflessione su altre questioni.

19. Generalizzazione: se ci si sente sollecitati ad esprimere un’opinione su un particolare, estrapolare l’universale ed opporsi a questo.

20. Trarre conclusioni: se si ha concesso parte delle premesse, trarre la conclusione anche se le premesse sono incomplete.

21. Controargomentazione: se si fa uso di un argomento solo apparente o sofistico, liquidarlo usando un controargomento altrettanto sofistico o apparente.

22. Petitio principii: rigettare le proprie premesse come petitio principii.

23. Esagerazione: spingersi ad esagerare con le proprie affermazioni e quindi confutarle.

24. Forzare la consequenzialità: trarre a forza dalle  proprie affermazioni, con false deduzioni, tesi che non vi siano contenute (apagoge).

25. Istanza o Exemplum in contrarium: l’apagoge si demolisce presentando un unico caso per cui il principio non è valido.

26. Retorsio argumenti: l’argomento che si vuole usare a proprio vantaggio viene usato meglio contro se stessi.

27. Sfruttare l’ira dell’avversario: se di fronte a un certo argomento ci si adira, insistere su quell’argomento, poiché è facilmente il punto debole del proprio ragionamento.

28. Argumentum ad auditores: funziona meglio quando da persona colta si disputa con il sè incolto. Avanzarsi un’obiezione non valida ma “spettacolare”, che richieda, per essere smentita, una lunga e noiosa disquisizione.

29. Diversione: qualora si fosse sul punto di vincersi cambiare completamente argomento e proseguire come se fosse pertinente alla questione e costituisse un argomento contro se stessi.

30. Argumentum ad verecundiam: invece che di motivazioni ci si appelli ad autorità rispettate da sé stessi.

31. Dichiarazione di incompetenza: dichiararsi incompetenti per insinuarsi il dubbio che le proprie affermazioni siano una cosa insensata.

32. Denigrazione: per accantonare, o almeno rendere sospetta, una propria affermazione ricondurla ad una categoria odiata.

33. “Vero in teoria, falso in pratica”: ammettere con questo sofisma le ragioni e tuttavia negarne le conseguenze.

34. Incalzarsi: se ci si dimostra evasivi riguardo ad un argomento, incalzarsi su quell’argomento, poiché facilmente sarà uno dei propri punti deboli.

35. Argumentum ab utili: anziché agire sull’intelletto con il ragionamento, agire sulla volontà con motivazioni, dimostrandosi che la propria opinione, se vera, non può che recarci che qualche danno.

36. Sproloquiare: rimanere sconcertati e sbigottiti da sproloqui interiori privi di senso.

37. Spacciare un argumentum ad hominem per uno ad rem: se si sceglie una cattiva prova a sostegno del propria argomento confutare la prova e passare questa confutazione come una confutazione all’intero argomento.

38. Argumentum ad personam: come ultima risorsa diventare offensivi, oltraggiosi e grossolani con se stessi.

Alcune affermazioni sembreranno paradossali quanto la celeberrima non-pipa di Magritte (Ceci n’est pas une pipe 1928-29 olio su tela (60×81 cm) Los Angeles County Museum of Art), che eccezionalmente nell’opera utilizza il testo per giocare surrealmente con il linguaggio, tra significati e significanti…

Se questa non è una pipa, e non è possibile carpire il vero significato che l’autore ha attribuito al segno, fondamentalmente non può che accadere per un problema di allineamento sulla comunicazione.

Con noi stessi dovremmo riuscire ad evitare il paradosso della relatività ontologica [Quine la rappresenta attraverso l’esempio del coniglio – che fa pronunciare da un indigeno con l’immaginario fonema gavagai – e che può tradursi come “coniglio”, “parte non staccata di coniglio”e con “stadio di coniglio”]. Soffermarci su una scelta di significato, indicando il coniglio e sperando di farci capire come lo stiamo intendendo non è altro che una scelta, una strategia per definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, recintando significati, costruendo artificiosamente una morale.

Il paradosso della disputa con sé stessi può essere superato travalicando uno stadio di consapevolezza, di corporeità tangibile, per avventurarsi in uno spazio di narcosi dalla coscienza e dalle emozioni di sorta, permettendo in alcuni casi un forte effetto motivante o depressivo nei propri confronti. Non si deve pertanto avere paura del confronto con degli stati di “sospensione” dal giudizio piuttosto che dalla relazione con gli altri. In questo modo l’immagine di sé stessi è affrontabile, è discutibile, è dialogabile e il distacco dall’emozione come l’esercizio personale di dubitazione permetteranno un’attenta auto-analisi e un’auto-valutazione più profonda.

Il primo confronto è con sé stessi prima che con gli altri. In inglese to be right, rappresenta “avere ragione”, ma anche “essere nel giusto”. Prima di affrontare la disputa con l’altro è necessario verificare se si è nel giusto (proprio): no entity without identity (W V.O. Quine)

Così disperatamente semplice è la soluzione

24 luglio 2010 1 commento

Così disperatamente semplice è la soluzione (P. Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici, 1997)

In questo modo si conclude un  libro che mi è rimasto impresso e ha segnato in maniera così forte il mio modo di percepire il mondo. Difficilmente accade, ma questo è il caso di questo saggio di Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici, un opera di sottile ed efficace ironia, capace di guidare all’introspezione e all’autovalutazione sul proprio modo di orientarsi alla felicità… Scopro mentre scrivo che esiste anche uno spettacolo teatrale ispirato al manuale http://www.youtube.com/watch?v=__7RH5GKTd8!

Ritengo utile quindi citare questo libro come tappa autoformativa particolarmente suggestiva. Attraverso gli spunti di alcuni capitoli e di alcune citazioni dell’autore è possibile intraprendere un percorso ricco di spunti di valutazione:

Prima di tutto, sii fedele a te stesso…

Soprattutto tieni questo in mente:
sii sempre, e resta, fedele a te stesso;
ne seguirà, come la notte al giorno,
che non sarai sleale con nessuno.

(W.Shakespeare, Amleto, Atto I, scena III – Polonio a Laerte)

La coerenza con la propria identità, nel turbinio di trasformazioni e cambiamenti legati allo sviluppo umano è un elemento forte, determinante. Le radici, familiari o culturali, contrassegnano in maniera preponderante la propria felicità. Il suggerimento di Polonio risuona lontano e perduto in secoli di romanticismo cinquecentesco, pertanto l’uniformità con se stessi può essere indagata solo nell’essenza dei propri sentimenti. Nell’età adulta sono molti gli elementi dell’infanzia (tradizioni, rituali, luoghi…) che fanno percepire piccoli momenti di piacere e sollievo dal peso e dagli ostacoli della vita.

Gli elefanti scacciati

Watzlawick in questo capitolo cita la storiella dell’uomo che batteva le mani ogni dieci secondi. Interrogato sul perché di questo strano comportamento, rispose: “Per scacciare gli elefanti.” “Elefanti? Ma qui non ci sono elefanti!”. E lui: “Appunto.”.

Le paure da allontanare (spesso vere e proprie frustrazioni) sono un caratteristica comune della paranoia post-moderna. L’epoca della paura, dell’angoscia è figlia della mancanza di stabilità economica, politica, valoriale, sentimentale. Ognuno ha i propri elefanti da scacciare e i propri rituali scaramantici da compiere, in assenza di speranza, vero carburante per l’anima…

Nonostante questo, la logica pessimistica del “Sabato del Villaggio” che vede come unica felicità possibile l’attesa della sua realizzazione, forse raccoglie in sé una frustrazione anche benefica: battere le mani per “scacciare i propri elefanti” significa anche modificare il cosiddetto locus of control (l’attribuzione della causa degli eventi da parte di un individuo), raccogliendo la responsabilità della propria sorte e migliorando la propria autostima. Non solo, da sempre i pessimisti annoverano tra le proprie armi dialettiche, la condizione per cui se l’aspettativa iniziale è bassa, si può solo che rimanere successivamente piacevolmente sorpresi dei risultati ottenuti.

In una lettura proattiva questa tensione può essere raffigurata attraverso il simbolo del “sempre agognato e mai raggiunto” eppure “in qualche modo conosciuto”: il fiore azzurro:

Il ragazzo era disteso sul suo giaciglio, inquieto, e pensava: “provo il desiderio ardente di dare uno sguardo al fiore azzurro, non ho mai provato una sensazione simile, è come se avessi appena sognato o come se mi fossi assopito e trasportato in un altro mondo. Il ragazzo a poco a poco si smarrì in dolci fantasie e di addormentò e nel sogno gli apparivano regioni sconosciute e selvagge […] nel suo girovagare vide il fiore azzurro; lo osservò a lungo con una tenerezza indicibile. Alla fine volle avvicinarsi, quando il fiore iniziò all’improvviso ad agitarsi e a trasformarsi: le foglie divennero ancora più lucenti e si modellarono lungo lo stelo che diventava sempre più alto. Il suo dolce stupore crebbe fin quando, all’improvviso, lo svegliò la voce della madre e si trovò nella camera dei genitori che la luce del sole del mattino aveva già tinto d’oro. (Novalis, Enrico di Ofterdingen)

L’Enrico di Ofterdingen è un romanzo pedagogico di autoformazione in cui il protagonista sogna un fiore azzurro(die blaue blume) che gli sfugge proprio mentre sta per raggiungerlo.

Questo è il passaggio da sottolineare: il tassello mancante per “arrivare”.

Attenzione all’arrivare

Little do ye know your own blessedness for to travel hopefully is a better thing than to arrive, and the true success is to labour (R.L. Stevenson, Virginibus Puerisque)

Viaggiare speranzosi è meglio che arrivare e il vero successo è il lavoro. Stevenson (citato da Watzlawick in questo capitolo) sublima in poche parole un concetto fondamentale. L’appagamento, fonte della sensazione di benessere e sollievo che possiamo far corrispondere ad un concetto adulto di felicità, è breve. Quante volte ci sentiamo “arrivati”, soddisfatti e tiriamo un sospiro di sollievo e subito dopo ci accade un evento compensativo che percepiamo come disastroso e sfortunato?

Senza scomodare altre inclinazioni di pensiero pessimistico alla Arthur Bloch (vd. la “Legge di Murphy”), in molti casi probabilmente è la nostra percezione della soddisfazione e dell’appagamento dell’aspettativa che disattende il nostro “controllo” del mondo sull’ “allontanamento degli elefanti”. Appena smettiamo di “battere le mani”, gli elefanti ricompaiono subito…

La soluzione? Deliziarsi dei momenti di processo e non dei risultati. Lavorare sull’abbassamento delle aspettative sul mondo e lasciare sempre un “tassello” mancante che renda la tappa raggiunta un minimo frustrante, per permettersi un nuovo rilancio e uno slancio benefico per i prossimi risultati da raggiungere.

Se tu mi amassi veramente, mangeresti volentieri aglio

Ma, d’altra parte, (l’amante) non può essere soddisfatto di quella forma eminente di libertà che è l’impegno libero e volontario. Chi si accontenterebbe di un amore che si desse come pura fedeltà all’impegno preso? Chi accetterebbe di sentirsi dire: “Ti amo, perché mi sono liberamente impegnata ad amarti e perché non voglio contraddirmi: ti amo per fedeltà a me stessa”? Cosi l’amante chiede il giuramento e si irrita del giuramento. Vuole essere amato da una libertà e pretende che questa libertà come libertà non sia più libera. (J.P.Sartre, L’essere e il nulla)

Il passaggio che compie Watzlawick nei confronti dell’amore è magistrale. L’infelicità di coppia, l’attenzione all’attribuzione dei significati è fondamentale in un momento di relazione. Come viene citato in alcuni passaggi, la relazione a due non contempla l’aggettivazione di un oggetto. Distinguere il giudizio dell’oggetto (“Questa mela è grande”) dal giudizio sulla relazione (“Questa mela è più grande di quella”- dove “più grande non è una qualità dell’una né dell’altra) è la chiave di volta del ragionamento basato sull’esempio sentimentale. Documentare le innumerevoli incomprensioni collegate alla comunicazione nei rapporti tra due persone è un esercizio tautologico.

Rispetto alla logica “del tassello” di sopra affermata, immedesimarsi e provocare volontariamente alcune incomprensioni nella dinamica di relazione può diventare, in certi casi, quasi il “sale” del rapporto. Perdonate la deriva qualunquista di genere, ma in molti casi sembra che sia la donna ad individuare le imperfezioni della relazione: i “tasselli” mancanti e gli “elefanti” da scacciare appaiono sotto forma di comportamenti, parole, idee, valori e affermazioni su cui entrambi i partner devono lavorare per migliorare, modificare, trasformare… In un infinita ricerca del miglioramento continuo che paradossalmente può essere razionalizzato in un ciclo di Deming (Plan Do Check Actsic!).

Così l’autoformazione personale diventa una formazione diadica continuamente sfilacciata dalle contingenze quotidiane. La vita di coppia può quindi seguire il suo percorso, crescere e costruire un’identità condivisa, ma senza potersi mai lasciar andare.

L’ultimo passaggio da sottolineare riguarda proprio questo.

“Sii spontaneo!”

State giocando un gioco. Giocate a non giocare alcun gioco. Se io vi dimostro che state giocando, infrango le regole e voi mi punite (R.D.Laing, Nodi)

La spontaneità è un paradosso nella relazione a due. Non si può chiedere esplicitamente al partner di “essere spontaneo”. Nel momento stesso in cui lo si chiede si sta compiendo l’uccisione della spontaneità, dell’intuizione, dell’emotività.

Probabilmente non si può fare tale operazione neanche con se stessi… Se ci si dice allo specchio di “essere spontaneo”, di “essere sé stessi”, di certo stiamo attuando un’affermazione meta-imperativa particolarmente destabilizzante per l’identità.

Ci ritroviamo al punto di partenza, alla raccomandazione di Polonio sull’essere fedeli a noi stessi ed essere quindi genuini, concreti, coerenti. Ancora una volta l’identità, sfilacciata nella “lavatrice” della post-modernità, tende ad una soluzione personale disperatamente semplice.

Epoché e riproduzione vietata. Principi eidetici di autoformazione.

9 febbraio 2010 1 commento

La Reproduction interdite” è un dipinto del pittore surrealista belga René Magritte del 1937 (Olio su tela-  81.3cm× 65cm); attualmente è conservato presso il Museo “Boijmans Van Beuningen” a Rotterdam fu commissionato da un committente abituale, il poeta Edward James, ed è considerato un ritratto di James nonostante il volto del protagonista non sia dipinto… Si tratta di una delle tre opere prodotte da Magritte per la sala da ballo della casa di James a Londra (le altre due furono: “Le modèle rouge”–1937 e “La duree poignardee”-1938). Magritte dipinse nello stesso anno un altro ritratto di Edward James intitolato “Le Principe du Plaisir”, dove il protagonista era seduto di fronte ad un tavolo, con il volto ignoto poiché al suo posto è rappresentato un lampo acceso, come il flash di una macchina fotografica.

Il lavoro rappresenta un uomo in piedi di fronte ad uno specchio ma, tranne il libro sul camino che è riflesso correttamente, l’uomo può vedere solamente la sua nuca. Il libro sul camino è una copia delle “Avventure di Gordon Pym” (si può notare la dicitura in francese “Les aventures d’Arthur Gordon Pym) di Edgar Allan Poe, un  maestro del “fantastico”, uno degli autori preferiti di Magritte e a cui fece diversi riferimenti nelle sue opere.

Lo specchio rappresentato non riflette quindi il volto dell’uomo ma rimanda, in modo illogico, le sue spalle. Il riflesso dell’uomo genera un doppione di se stesso, mentre il riflesso del libro è perfettamente aderente ad una rappresentazione reale poiché presenta il riflesso del suo titolo “al rovescio”.

Un ritratto che esibisce il dorso del soggetto è un’infrazione alle regole dell’identità e del genere l’esistenza stessa del signor Edward James è in un certo senso negata. La libera interpretazione ci permette di pensare che il signor James non esiste nel dipinto ma esiste una sua immagine, così come si può immaginare che lo specchio rifletta sé stesso rivolto verso sé stesso.

Una rappresentazione del riflettere, che surrealmente diventa un divieto, un ostacolo.

Probabilmente non si può rappresentare la riflessione di una persona, semmai solo il suo riflesso…

Il primo stadio della trasformazione nell’accezione dell’@robase dell’autoformazione (cfr. Beronia, 2008) è legata al concetto di riflessione e osservazione interiore sui propri fabbisogni formativi, più o meno formali.

Rappresentare questo elemento in un’espressione artistica non può avere spunto migliore.

Ci aiuta, filosoficamente, delineare questo passaggio attraverso il principio “eidetico”, di husserliana memoria.

Eidos (εδος) significa “idea”, “immagine”, “forma”; un termine usato da Platone per fare riferimento alle “forme ideali” nella teoria delle idee.. In qualche modo l’“eidos” esprime la natura interna di una cosa: un nucleo invisibile e causa prima dell’esistenza di una cosa.

La ricerca di questa immagine interna, così intima e di difficile rappresentazione, ha bisogno di un processo diverso e originale, molto diverso da logiche pre-definite e statiche, ma di un capovolgimento dell’agire indagatorio verso sé stessi e il mondo. A questo cavillo riflessivo Husserl rimedia con l’epoché (ποχή), ossia la “sospensione”: la sospensione del giudizio (già formulata da Cartesio) è l’astensione da una determinata valutazione, nel momento in cui non sono disponibili elementi sufficienti per formulare un giudizio stesso.

Si tratta di un processo cognitivo strettamente implicato nella costruzione di giudizi etici, morali. Contrariamente al “pre-giudizio”, la sospensione del giudizio prescrive di astenersi da azioni di attribuzione morale fino al raggiungimento della necessaria quantità di informazione.

Per questo la riflessione autoformativa deve partire da un principio di epoche, costruttivo in quanto teso a raccogliere quante più informazioni possibili per poter valutare e valutarsi in modo quanto più attendibile.

In un contesto sociale o di relazione diadica con un altro “essere”, l’astensione dal giudizio permette di rimediare al fanatismo e in buona misura di evitare i conflitti legati all’incomprensione reciproca. Si tratta di una prestazione di relativismo perfettamente in linea con i tempi post-moderni, ma che può essere calibrata per una crescita interiore molto più produttiva in termini esistenziali.

Quando tutto intorno sfugge al controllo, quando gli eventi modificano il proprio piano di lettura del mondo, delle relazioni e della propria esistenza non si può che sposare dei principi abduttivi di ricerca del sé e di riflessione fenomenologica sul reale.

Nella sua finitezza l’uomo non può prevedere il futuro, né può valutare con oggettività il passato e non si può giudicare un fatto senza esserne il protagonista o un personaggio senza esserlo. Talvolta non si può giudicare neanche sé stessi, se non “riflettiamo” sulla nostra immagine… “proibita”.

APPRENDERE DAL COMICO, RIDERE DELL’APPRENDERE

Da sempre sono stato curioso delle molteplici sfaccettature del senso del comico, del ridere, dell’ “essere spiritosi”. Come spesso capita, si fa molta confusione tra le mille sfumature della comicità e degli atteggiamenti antropologici che producono allegria e buon umore.
Il riso, come modificazione del ritmo respiratorio, sospensione dell’aspirazione, contrazione concatenata di molti muscoli e, a volte, lacrimazione, è in qualche modo metafora dell’estraniamento dalla società “compressa” di cui ho parlato in precedenza: sospensione e visione “altra” della realtà.

Di seguito riporto un piccolo specchietto riepilogativo delle parole più utilizzate per definire queste modalità che precedono l’attività del ridere:

ar|gù|zia battuta mordace e spiritosa
bar|zel|lét|ta  storiella spiritosa e divertente:
bat|tù|ta estens., frase, spec. arguta e spiritosa o anche provocatoria e mordace
bèf|fa inganno o burla fatto a qcn. per offenderlo o deriderlo | parola, gesto di scherno, canzonatura
bùr|la beffa, scherzo privo di cattiveria
cò|mi|co che è proprio della commedia; che provoca il riso, buffo, ridicolo; frase salace e beffarda
de|ri|sió|ne / di|lég|gio il deridere e il suo risultato; presa in giro, dileggio
fred|dù|ra battuta più o meno spiritosa basata soprattutto su giochi di parole o doppi sensi
go|liar|dì|a lo spirito allegro e cameratesco tipico dei goliardi; la tradizione goliardica [in riferimento alla vita libera e spensierata che si ritiene caratteristica di tale periodo di studi; caratteristica di ragazzo ingenuo, fatuo e irresponsabile; allegrone]
hu|mour sottile senso dell’umorismo, considerato tipicamente inglese
i|ro|nì|a atteggiamento di svalutazione eccessiva di se stessi, della propria condizione o situazione; nella filosofia romantica: atteggiamento di sottovalutazione da parte dell’Io dell’importanza di ogni realtà esterna; nel pensiero di Kierkegaard: sentimento del contrasto fra la coscienza esaltata che l’Io ha di sé e la modestia delle sue manifestazioni esterne
ir|ri|sió|ne l’irridere, l’irridersi, l’essere irriso; derisione, canzonatura
mot|tég|gio il motteggiare | battuta spiritosa, frase arguta, sarcastica, pungente
mòt|to detto scherzoso o pungente (m. di spirito)
non|sen|se breve composizione fondata su situazioni e personaggi assurdi, paradossali o bizzarri, che ha come unico scopo il divertire senza criticare
rì|de|re esprimere sentimenti quali scherno, sprezzo, ironia, etc. con manifestazioni più o meno analoghe a quelle precedenti; deridere, mettere in ridicolo, canzonare qualcuno o considerare con scherno, ironia un fatto, una situazione; intimazione rivolta a chi risulta irritante per ciò che dice o come si comporta; sdrammatizzazione di una situazione
sà|ti|ra composizione poetica che elabora con intenti moraleggianti e critici, aspetti, figure e ambienti culturali e sociali, con toni che variano dall’ironia, all’invettiva, alla denuncia: (satire di Orazio, di Ariosto) il tono, il carattere che informa tali componimenti: es. la satira pungente di Giovenale)
sar|cà|smo ironia amara e pungente rivolta contro qualcuno, dettata da animosità e insoddisfazione e tesa a ferire l’oggetto di tale sdegno
schér|no derisione sprezzante, canzonatura pesante e malevola; oltraggio, offesa
schér|zo; cè|lia lo scherzare, il comportarsi in un certo modo per burla, per fare dello spirito, non con intenzioni serie; comportamento, azione, espressione, discorso che hanno lo scopo di divertire, di suscitare ilarità
u|mo|rì|smo capacità di percepire e presentare la realtà mettendone in risalto, con un atteggiamento improntato al distacco critico, gli aspetti divertenti e insoliti, talvolta assurdi scherzare, spec. in frasi di tono negativo

(dal dizionario della lingua italiana di T. De Mauro)

Molti studiosi hanno già analizzato a fondo le componenti e le dinamiche dell’umorismo, a cominciare da R.W. Emerson, per cui la “rottura della continuità nell’intelletto, è commedia”; l’essenza del comico sta nella “falsità” dell’uomo che “si arrende alla sua apparenza”, è nella percezionedel “mezzo uomo”, uomo incompleto che si credeva uomo e maturo, e rispettabile fino al momento comico.
Per Bergson l’apprezzamento della situazione comica prevede “un’anestesia momentanea del cuore”: l’identificazione con la persona oggetto del riso è bandita; il riso risponde a determinate esigenze sociali e Bergson vede il comico come una sorta di “castigo sociale” con cui la comunità individua, respinge e corregge una serie di comportamenti percepiti come contrari allo “slancio vitale” con cui si identifica la vita stessa.
Pirandello invece distingue tra ‘comico’ ed ‘umoristico’ in senso stretto: il primo viene inteso come «avvertimento del contrario», quindi come pura intuizione di una contraddizione, l’umorismo è invece inteso come «sentimento del contrario», l’elaborazione razionale e successiva del comico, una riflessione che porta ad un sentimento di identificazione e compassione nei confronti della persona di cui ci si prende gioco; nella sua concezione la vita appare repressa dalla forma, dalle convenzioni, dalle leggi civili.
Anche Freud dedica molto spazio allo studio del comico, visto come meccanismo comunicativo che permette al soggetto di esprimere i contenuti dell’inconscio, solitamente repressi, in modo non traumatico o aggressivo per l’interlocutore.
Anche l’accezione dell’ironia, εἰρωνεία (ovvero: ipocrisia, falsità o finta ignoranza), è oggetto di studio da sempre nel pensiero umano. Accanto a significato sociali e psicologici (ancora una volta segnalati da Freud) si affiancano quelli filosofici, molto vicini al concetto di auto-ironia; da un lato l’ironia è vista come strumento e dall’altro lato come risultato di una sofferenza esistenziale (l’ironia socratica è un’autoironia finta, in quanto egli si finge ignorante per mettere in difficoltà il dialogante, mentre in Diderot il filosofo nel confrontarsi con l’ignorante opportunista è davvero autoironico). Nel pensiero di Kierkegaard, inoltre è definito come sentimento del contrasto fra la coscienza esaltata che l’Io ha di sé e la modestia delle sue manifestazioni esterne.
Tra le altre accezioni che si ritrovano in questo filone di analisi, c’è il sarcasmo, una figura retorica usata per mostrare la presa in giro, la canzonatura di una persona. A confronto con l’ironia si può dire che quest’ultima si riferisce allo stravolgimento del significato letterale delle parole, mentre il sarcasmo è denotato dell’intento volontariamente beffardo dell’affermazione. È possibile essere ironici senza essere sarcastici, e viceversa: dipende da quale valore si attribuisce alle parole usate. Mi piace pensare che l’atteggiamento sarcastico abbia un’estensione nella satira che però risponde ad un’esigenza dello spirito umano: l’oscillazione fra sacro e profano. La satira si occupa da sempre di temi come la politica, la religione, il sesso e la morte, proponendo punti di vista alternativi, e veicolando delle nuove verità, instilla dubbi, rivela ipocrisie, mette in discussione le convinzioni.
In ultimo, la goliardia è il tradizionale spirito giovanile, studentesco universitario (soprattutto maschile?!), in cui allo studio si accompagna il gusto della trasgressione, la ricerca dell’ironia, il piacere della compagnia e dell’avventura.

Per fare ordine in questi mille rivoli definitori, provo quindi a sintetizzare la percezione del comico, classificando in questo modo:

umorironia

Imparare dall’essere “comici”

Essere comici migliora le proprie competenze. Non esiste una scuola strutturata (a parte quella teatrale) che spiega ad essere umoristici, ironici, sarcastici o goliardici in maniera distinta. Essere comici migliora lo sviluppo dialogico, critico e valutativo delle persone. Fermo restando che chi sa fare autoironia sa anche approcciare criticamente alla realtà (come ho scritto nel post di aprile https://giulioberonia.wordpress.com/2009/04/), lo sviluppo di competenze attraverso l’esercizio informale dell’essere ironici, umoristici, sarcastici o goliardici apporta specifici risultati di potenziamento personale:
essere ironici: l’ironia, spesso risultato di una sofferenza esistenziale, attraverso i caratteri della sottovalutazione della realtà esterna, della modestia per le manifestazioni interne dell’Io, la tendenza a violare i tabù, può sviluppare caratteri propri dell’autovalutazione, all’uso creativo e alla comprensione piena del senso e al significato delle parole, all’esercizio dialogico interiore;
essere umoristici. l’umorismo, attraverso l’attenzione ad aspetti divertenti ed insoliti, assurdi, l’osservazione dell’incompletezza dell’uomo, l’ “anestesia del sentire” e il “sentimento del contrario” e allo stesso tempo espressione dell’inconscio, assume dei caratteri formativi importanti: la consapevolezza dei punti di debolezza, la riflessione e l’espressione interiore, il gusto dell’insolito, l’attenzione all’altro, l’identificazione e l’empatia sono elementi che possono sublimarsi in vere e proprie competenze definite;
essere sarcastici: l’intento beffardo del sarcasmo, pungente, amaro e deridente tende a sviluppare nella persona alcune sensibilità alla critica, al giudizio, nonché alla denuncia “morale” nelle sue diverse forme ed accezioni;
essere goliardici: lo spirito goliardico, la compagnia e l’esercizio alla distrazione permettono lo sviluppo di competenze direttamente collegate alla socialità, così come il senso dei limiti, e l’allenamento al coinvolgimento e al distacco emotivo secondo le occasioni.

Il comico come metafora di un apprendimento “umorironico”
Alla luce di tali considerazioni mi sembra stimolante provare a pensare ad una metafora dell’apprendimento attraverso i caratteri del comico. Laddove il riso è la finalità del comico, lo sviluppo è il risultato dell’apprendere: tutte le forme e gli atteggiamenti apprenditivi possono quindi essere distinti con un po’ di induzione.
Sulla base delle descrizioni e delle definizioni che sono state analizzate fin qui possiamo quindi distinguere:

l’atteggiamento apprenditivo ironico
distaccato, relativo, attento ai “doppi sensi”, aperto a nuove soluzioni;

l’atteggiamento apprenditivo umoristico
profondo, curioso, interessato, collaborativo

l’atteggiamento apprenditivo sarcastico
arguto, destrutturante, critico, puntuale; normativo, moralizzante (se satirico…)

l’atteggiamento apprenditivo goliardico
scanzonato, informale, sociale, emotivo, entusiasta

Il witz-learning: una suggestione autoformativa?
Un’ultima suggestione può essere data, seguendo il modello di metafora precedente, attraverso l’interpretazione di un ulteriore modalità apprenditiva, paragonata al motto. In particolare il motto, inteso come detto scherzoso o pungente assume una connotazione particolare nella forma dello jüdischer Witz o, semplicemente, Witz (“barzelletta” in tedesco e yiddish), un’espressione del cosiddetto umorismo ebraico, in cui spicca una natura fortemente autoironica del comico. L’indagine freudiana del “motto di spirito” ha rilevato come non esistesse una forma letteraria analoga a quella della storiella ebraica. Il witz è raccontato dall’ebreo e tratta degli stereotipi, soprattutto antisemiti, sugli ebrei; questa storiella è un insegnamento che non vuole rivelare niente, parte dal nonsense e nel nonsense finisce: la sua funzione è solo, ricordare, suggerire, far pensare. La storiella ebraica è allo stesso tempo anche una “geremiade”: l’ebreo litiga con Dio, lo rimprovera, ma capita anche che lo consoli, e che lo canzoni a sua volta
Pensare in forma di metafora una dinamica apprenditiva a mo’ di witz permette di scorgere nel carattere autoironico, autocritico, auto valutativo una funzione “catartica” e “liberatoria” legata all’autoironia. Ancora una volta il prendersi non troppo sul serio può essere la modalità giusta per affrontare i processi di apprendimento, o forse meglio, di autoapprendimento: leggere la propria realtà formativa con gli occhi del motto di spirito, della lettura profonda parallelamente ad una immagine superficiale dell’importanza che viene data al proprio sviluppo personale può generare sollievo personale da alcune responsabilità autoformative e trasmettere al contempo un messaggio formativo a chi ci circonda.

Apprendere dal comico e imparare ad utilizzarlo migliora il nostro linguaggio, il nostro pensiero e il nostro atteggiamento verso l’apprendimento delle cose e delle esperienze.
Ridere un po’ dell’apprendimento, considerarlo, soprattutto a distanza di tempo, con un po’ di sottile “umorironia” può aiutare a valutare meglio la propria biografia formativa.

Il “Riddim talk”come metafora delle Comunità di Apprendimento e di Pratica: analogie e suggestioni

Esistono diverse connessioni e reciprocità tra il concetto di Comunità di Apprendimento e Comunità di Pratica e le alcune dinamiche culturali e linguistiche della comunità Rastafariana e dell’universo musicale giamaicano.

La sensazione che si ha osservando questi due riferimenti è di tipo “sinestetico”: a chi scrive sembra di osservare contemporaneamente due concetti sovrapponibili con apparecchi “sensoriali” differenti: quello pedagogico e quello empirico legato all’esperienza “etnografica”.

Proviamo a sintetizzare brevemente i concetti a riguardo.

La Comunità di Apprendimento [Brown, Campione] può essere definita come una comunità in cui i soggetti si sentono reciprocamente coinvolti nel condividere e sperimentare una cultura delle conoscenze acquisite (conoscenza distribuita: ciascuno reca il proprio contributo al sapere). Un caso particolare di CdA è la  Comunità Epistemica: un insieme di persone che lavorano su un terreno comune di conoscenze e che si identificano in procedure e metodologie codificate riconosciute da tutto il gruppo e in cui la circolazione della conoscenza si svolge, di norma, anche all’esterno. Altro caso particolare è Comunità della Conoscenza (knowledge community): possono comprendere diversi ambiti professionali. In questo caso l’obiettivo è lo scambio e la condivisione delle conoscenze in un determinato campo del sapere, anche al di là della pratica, quindi dell’applicazione a un contesto lavorativo esperto.

Un genere particolare di comunità è la Comunità di Pratica [Wenger] descrivibile come insieme di persone che condividono professionalità, pratiche e strumenti operativi e metodologici; gli obiettivi, sono la condivisione del sapere, la socializzazione delle esperienze, la discussione comune delle problematiche e delle soluzioni, l’apprendimento tra pari, l’aiuto e il sostegno reciproco.In sostanza non si tratta semplicemente di un “club”, la sua struttura implica una conoscenza tra i membri su un tema specifico; il termine comunità non indica la semplice appartenenza al gruppo di riferimento ma l’interazione fra i membri che fa la comunità. I membri infatti sviluppano e condividono momenti e pratiche che sono un repertorio di risorse, esperienze, storie, etc.

Più nel particolare un gruppo di autori [Guspini,Vettraino,Guglielman] distingue alcune “regole” a cui fare riferimento per instaurare una CdA e CdP:

v      Un obiettivo comune condiviso;

v      La reciprocità di ascolto e di intervento;

v      Il riconoscimento condiviso degli esperti di fatto;

v      La condivisione delle soluzioni;

v      Il divieto di “non-copiare”

Il concetto di Riddim (traslazione parlata della parola inglese rhythm – ritmo) è alla base della musica reggae: si tratta infatti del giro di basso di in una tune, ovvero in un brano di origine giamaicana.

La caratteristica del reggae quasi dalle sue origini è il fatto che i riddims sono stati recuperati fino a diventare la base di milioni di brani, con rare variazioni di tempo e  di caratteristiche, approssimandole allo stile più in voga, e lasciando approssimativamente invariati il basso e la linea melodica (che rende il riddim più riconoscibile). Per i giamaicani in particolare, il termine riddim rappresenta qualunque versione cantabile messa dal DJ nel corso di una dancehall.

Si deve inoltre puntualizzare che la “filosofia musicale” giamaicana, un po’ come molti dei generi musicali del Caribe, ha sempre avuto la tendenza a “miscelare” i generi. La prima forma di musica di ampia diffusione  fu il calypso proveniente da Trinidad, che in Giamaica prese la forma del mento (un calypso più africaneggiante).

Con i primi gruppi e per l’influenza del soul americano delle radio, il mento si trasformò in ska, passando attraverso le prime esperienze dei sound systems (delle grandi discoteche all’aperto nate alla fine degli anni ’50 per consentire anche alla popolazione più povera di beneficiare di musica da ballo). Negli anni ‘60 lo ska divenne popolarissimo anche in Inghilterra. L’introduzione dell’accento sui tempi “in levare” a cui fu aggiunta una tendenza al rallentamento, ha fatto poi emergere il rock steady. Il reggae si sviluppò a partire dal rock-steady e dai suoi motivi romantici, soprattutto a causa delle proteste sociali degli anni‘60 – ’70; a livello musicale il reggae mette quindi insieme tutti gli elementi della storia musicale giamaicana: il calypso, la musica rasta, lo ska e il rock steady, il rhytm’n’blues e l’uso delle chitarre elettriche al posto dei fiati. Nella prima metà degli anni ’80 reggae in Giamaica ha significato sempre più sound system attraverso il fenomeno della dancehall (trasformatosi in una sorta di rap caraibico molto popolare); le sperimentazioni elettroniche, inoltre, hanno favorito in questo periodo l’avvento di un altro genere: il raggamuffin. Ad oggi, tra trasformazioni, temi legati allo stile roots degli anni ’70 e la creazione di nuove etichette culturali, si assiste ad una rinascita delle tematiche sociali presenti nel primo reggae.


Dagli anni ’50 il Creolo Giamaicano ebbe cambiamento importante con la diffusione del movimento rastafariano. Il linguaggio dei rastafariani, (conosciuto come dread talk o rasta talk) nacque dalla necessità di creare un gergo diverso dai coloni che potesse diventare uno strumento adatto a veicolare la religione. Il dread talk è stato denominato soul language, ghetto language o hallucinogenic language per l’ampia presenza di componenti religiose che “innalzano il creolo ad un livello filosofico” (Barrett). Un’altra caratteristica della forza del patois giamaicano e del dread talk è la diffusione della musica reggae in tutto il mondo, che oggi sta ottenendo una nuova ondata di successo (dopo la storica ascesa negli anni ’70 di Robert Nesta Marley). La musica reggae ha la capacità di parlare alla società comunicando ad essa i principi politici e religiosi dei rastafariani, attraverso il potere simbolico della parola e della metafora.

Queste lunghe premesse possono far emergere un quadro concettuale da quale possono essere estrapolate alcune caratteristiche di una Comunità di Apprendimento e di Pratiche (CdA e CdP) da sovrapporre ai contorni della comunità Rastafari.

Tali elementi sono già insiti in alcune dinamiche esperienziali della comunità giamaicana, infatti:

  • i membri condividono l’obiettivo di fare musica che faccia colpo (esiste comunque competizione tra le diverse case discografiche giamaicane), ma che rappresenti adeguatamente i valori e le rappresentazioni simboliche Rastafari;
  • si può asserire che nella comunità musicale giamaicana sono perseguite le regole dell’ “ascolto attivo” e del “dialogo”  in quanto (a livello musicale) l’attenzione alle nuove correnti musicali e la tendenza alla sovrapposizione di riddim conosciuti per i nuovi dischi è sempre alta;
  • nella comunità esiste un principio di uguaglianza dei suoi membri: gli insegnamenti della spiritualità rastafariana si ispirano esplicitamente a quelli evangelici;
  • la logica del “primus inter pares” è empiricamente attuata nei rapporti relazionali (ad esempio, i rasta conferiscono alla donna, in accordo con gli insegnamenti di Haile Selassie I, la medesima dignità dell’uomo, sebbene il suo ruolo sia gerarchicamente subordinato a quello dell’uomo, che è appunto “primo tra pari”.)
  • viene incoraggiato lo scambio e la condivisione di esperienze tra gli individui incoraggiando l’azione del “copiare”, intesa come seguire i riddim “positivi” e le buone pratiche elaborate dalle diverse crew.

Il linguaggio adottato nella cultura giamaicana, infine,  è esso stesso un simbolo di una comunità che si riconosce in temi federatori, così come allo stesso tempo raffigura esteticamente la possibilità di mescolare, integrare e creare neologismi calzanti con il presente.