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Le cadavre exquis boira le vin nouveau. Appunti surrealisti per un’autoformazione inconscia

Al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale e senza il controllo della ragione “Il cadavere squisito berrà il vino novello”. Il gioco surrealista detto anche dei “cadaveri eccellenti” è lo spunto per riflettere sulla potenza dell’astrazione e del distacco psico-pedagogico da sé stessi.

Ragionare su sè stessi e su ciò che si sta imparando è un’operazione autovalutativa che può diventare fortemente efficace attraverso degli esercizi di “allontanamento” dal Sé.

In questo le caratteristiche e i principi del surrealismo, a partire proprio dai consigli stilati nel Manifesto di André Breton del 1924 sembrano racchiudere la forza espressiva necessari all’autoformazione dell’anima e dell’ingegno:

“Fatevi portare di che scrivere, dopo esservi sistemato nel luogo che vi sembra più favorevole alla concentrazione del vostro spirito in sé stesso. Ponetevi nello stato più passivo, o ricettivo, che potete […] Scrivete rapidamente senza un soggetto prestabilito, tanto in fretta da non trattenervi, da non avere la tentazione di rileggere. La prima frase verrà da sola”
Con un pò di azzardo pseudo-artistico proverei quindi a parafrasare il procedimento dadaista di creazione di una poesia, parafrasando Ttristan Tzara:

“Per fare autoformazione dadaista

Prendete voi stessi.
Prendete un paio di pensieri sul vostro apprendimento..
Scegliete un’idea che abbia l’importanza che voi desiderate dare al vostro nuovo apprendimento.
Ritagliatevi un momento per voi.
“Tagliare” ancora con cura ogni frammento che forma tale ideae mettere tutte le impressioni in uno spazio mentale.
Agitate dolcemente.
Tirate fuori le parole che definiscono quello che avete appreso una dopo l’altra, disponendole nell’ordine con cui le pensate.
Ripetetele coscienziosamente.
L’autovalutazione vi rassomiglierà.
Ed eccovi diventato individuo in apprendimento infinitamente originale e fornito di una sensibilità incantevole, benché, s’intende, incompresa dalla gente volgare”

Quando il presente intorno a noi diventa ignobile, tanto più dobbiamo guardare le stelle”
(Joan Mirò)

E’ plausibile che in questo momento della lettura vi troviate dispersi nel non-sense..

 

Ma l’onnipotenza dell’onirico e il “gioco disinteressato del pensiero” possono veicolare la risoluzione dei principali problemi della vita, liquidando altri meccanismi psichici, espressione ansiogena di comportamenti “de-apprenditivi”.

Senza sconfinare nel patologico, credo sia (seppur stranamente) molto efficace optare per un’autovalutazione che in qualche modo si avvicini alla “depersonalizzazione”.

Probabilmente quasi a tutti è capitato di provare dei sentimenti di “estraneità da sé” ed un senso di irrealtà, come la sensazione di guardarsi dall’esterno, di essere fuori dal proprio corpo, o meglio dell’incapacità di riconoscersi allo specchio.

La sensazione di essere scissi in una parte “osservante” ed una “partecipante” (Steinberg, Schnall, 2001) permette infatti un senso di distacco dalle proprie emozioni ed un giudizio più oggettivo su sè stessi che può essere canalizzato nella valutazione autoformativa [senza ovviamente cadere in un vero e proprio “Disturbo da Depersonalizzazione” di tipo dissociativo 😉 ]

 

Ho già esplorato precedentemente il senso del distacco da sé attraverso il tema del solipsismo, ma in questo caso è utile ragionare sulla forma dell’astrazione da sé stessi che, oltre che attraverso un buon bicchiere di vino (novello?) :-), può avvenire con una forma di “stream of consciousness” sperimentato ampiamente nella letteratura di primo novecento, come da Joyce.

Ecco che attraverso il gioco e le parole si possono elaborare pensieri “portmanteau”, in prima battuta apparentemente surreali ma al contempo estremamente profondi e genuini. Piacevoli.

Giusto per un esempio è il caso di citare quindi Fosco Maraini e il suo “Lonfo” che “non vaterca né gluisce/e molto raramente barigatta/ma quando soffia il bego a bisce bisce/sdilenca un poco e gnagio s’archipatta”  piuttosto che il suo antenato “Jabberwocky” di Lewis Carroll pubblicato nel quasi intraducibile Through the Looking-Glass, and What Alice Found There del 1871:

 

'Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.
Beware the Jabberwock, my son!
The jaws that bite, the claws that catch!
Beware the Jubjub bird, and shun
The frumious Bandersnatch!
He took his vorpal sword in hand:
Long time the manxome foe he sought
So rested he by the Tumtum tree,
And stood awhile in thought.
And as in uffish thought he stood,
The Jabberwock, with eyes of flame,
Came whiffling through the tulgey wood,
And burbled as it came!
One, two! One, two! And through and through
The vorpal blade went snicker-snack!
He left it dead, and with its head
He went galumphing back.
And hast thou slain the Jabberwock?
Come to my arms, my beamish boy!
O frabjous day! Callooh! Callay!
He chortled in his joy.
'Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.

 

Oltre la metasemantica, tornando al principio autoapprenditivo, mi preme definire un modello di autovalutazione “surrealista”, a partire dal presupposto onirico & psico-analitico, certo del fatto che

 

“I sogni non vogliono farvi dormire; al contrario, vi vogliono svegliare.” (René Magritte)

L’elaborazione che segue, in accordo con questo esperimento è pertanto del tutto surreale, istintiva e de-personalizzata.

Distinguiamo 3 passaggi successivi all’esercizio di “distacco dal sè apprenditivo”, attivato per guardare con un occhio diverso, ma con la stessa “anima”:

1) scire

SAPERE

Ovvero conoscere gli aspetti di apprendimento su cui focalizzare la propria attenzione autoformativa. L’oggetto della propria autovalutazione.

 

2) intelligere

CAPIRE

Comprendere la semantica apprenditiva. Le associazioni di parole e giudizio sul tema di apprendimento prescelto assumono una forma comprensibile, grazie al ragionamento distaccato e scevro di pregiudizi

 

3) discere

IMPARARE

Acquisire appieno il tema prescelto e padroneggiarne forma, senso e significato. Tradurre l’apprendimento “inconscio” verso la coscienza e la replicazione.

Detto questo, se non avete capito, probabilmente avete capito. Solo un ultimo suggerimento:

 

Così disperatamente semplice è la soluzione

24 luglio 2010 1 commento

Così disperatamente semplice è la soluzione (P. Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici, 1997)

In questo modo si conclude un  libro che mi è rimasto impresso e ha segnato in maniera così forte il mio modo di percepire il mondo. Difficilmente accade, ma questo è il caso di questo saggio di Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici, un opera di sottile ed efficace ironia, capace di guidare all’introspezione e all’autovalutazione sul proprio modo di orientarsi alla felicità… Scopro mentre scrivo che esiste anche uno spettacolo teatrale ispirato al manuale http://www.youtube.com/watch?v=__7RH5GKTd8!

Ritengo utile quindi citare questo libro come tappa autoformativa particolarmente suggestiva. Attraverso gli spunti di alcuni capitoli e di alcune citazioni dell’autore è possibile intraprendere un percorso ricco di spunti di valutazione:

Prima di tutto, sii fedele a te stesso…

Soprattutto tieni questo in mente:
sii sempre, e resta, fedele a te stesso;
ne seguirà, come la notte al giorno,
che non sarai sleale con nessuno.

(W.Shakespeare, Amleto, Atto I, scena III – Polonio a Laerte)

La coerenza con la propria identità, nel turbinio di trasformazioni e cambiamenti legati allo sviluppo umano è un elemento forte, determinante. Le radici, familiari o culturali, contrassegnano in maniera preponderante la propria felicità. Il suggerimento di Polonio risuona lontano e perduto in secoli di romanticismo cinquecentesco, pertanto l’uniformità con se stessi può essere indagata solo nell’essenza dei propri sentimenti. Nell’età adulta sono molti gli elementi dell’infanzia (tradizioni, rituali, luoghi…) che fanno percepire piccoli momenti di piacere e sollievo dal peso e dagli ostacoli della vita.

Gli elefanti scacciati

Watzlawick in questo capitolo cita la storiella dell’uomo che batteva le mani ogni dieci secondi. Interrogato sul perché di questo strano comportamento, rispose: “Per scacciare gli elefanti.” “Elefanti? Ma qui non ci sono elefanti!”. E lui: “Appunto.”.

Le paure da allontanare (spesso vere e proprie frustrazioni) sono un caratteristica comune della paranoia post-moderna. L’epoca della paura, dell’angoscia è figlia della mancanza di stabilità economica, politica, valoriale, sentimentale. Ognuno ha i propri elefanti da scacciare e i propri rituali scaramantici da compiere, in assenza di speranza, vero carburante per l’anima…

Nonostante questo, la logica pessimistica del “Sabato del Villaggio” che vede come unica felicità possibile l’attesa della sua realizzazione, forse raccoglie in sé una frustrazione anche benefica: battere le mani per “scacciare i propri elefanti” significa anche modificare il cosiddetto locus of control (l’attribuzione della causa degli eventi da parte di un individuo), raccogliendo la responsabilità della propria sorte e migliorando la propria autostima. Non solo, da sempre i pessimisti annoverano tra le proprie armi dialettiche, la condizione per cui se l’aspettativa iniziale è bassa, si può solo che rimanere successivamente piacevolmente sorpresi dei risultati ottenuti.

In una lettura proattiva questa tensione può essere raffigurata attraverso il simbolo del “sempre agognato e mai raggiunto” eppure “in qualche modo conosciuto”: il fiore azzurro:

Il ragazzo era disteso sul suo giaciglio, inquieto, e pensava: “provo il desiderio ardente di dare uno sguardo al fiore azzurro, non ho mai provato una sensazione simile, è come se avessi appena sognato o come se mi fossi assopito e trasportato in un altro mondo. Il ragazzo a poco a poco si smarrì in dolci fantasie e di addormentò e nel sogno gli apparivano regioni sconosciute e selvagge […] nel suo girovagare vide il fiore azzurro; lo osservò a lungo con una tenerezza indicibile. Alla fine volle avvicinarsi, quando il fiore iniziò all’improvviso ad agitarsi e a trasformarsi: le foglie divennero ancora più lucenti e si modellarono lungo lo stelo che diventava sempre più alto. Il suo dolce stupore crebbe fin quando, all’improvviso, lo svegliò la voce della madre e si trovò nella camera dei genitori che la luce del sole del mattino aveva già tinto d’oro. (Novalis, Enrico di Ofterdingen)

L’Enrico di Ofterdingen è un romanzo pedagogico di autoformazione in cui il protagonista sogna un fiore azzurro(die blaue blume) che gli sfugge proprio mentre sta per raggiungerlo.

Questo è il passaggio da sottolineare: il tassello mancante per “arrivare”.

Attenzione all’arrivare

Little do ye know your own blessedness for to travel hopefully is a better thing than to arrive, and the true success is to labour (R.L. Stevenson, Virginibus Puerisque)

Viaggiare speranzosi è meglio che arrivare e il vero successo è il lavoro. Stevenson (citato da Watzlawick in questo capitolo) sublima in poche parole un concetto fondamentale. L’appagamento, fonte della sensazione di benessere e sollievo che possiamo far corrispondere ad un concetto adulto di felicità, è breve. Quante volte ci sentiamo “arrivati”, soddisfatti e tiriamo un sospiro di sollievo e subito dopo ci accade un evento compensativo che percepiamo come disastroso e sfortunato?

Senza scomodare altre inclinazioni di pensiero pessimistico alla Arthur Bloch (vd. la “Legge di Murphy”), in molti casi probabilmente è la nostra percezione della soddisfazione e dell’appagamento dell’aspettativa che disattende il nostro “controllo” del mondo sull’ “allontanamento degli elefanti”. Appena smettiamo di “battere le mani”, gli elefanti ricompaiono subito…

La soluzione? Deliziarsi dei momenti di processo e non dei risultati. Lavorare sull’abbassamento delle aspettative sul mondo e lasciare sempre un “tassello” mancante che renda la tappa raggiunta un minimo frustrante, per permettersi un nuovo rilancio e uno slancio benefico per i prossimi risultati da raggiungere.

Se tu mi amassi veramente, mangeresti volentieri aglio

Ma, d’altra parte, (l’amante) non può essere soddisfatto di quella forma eminente di libertà che è l’impegno libero e volontario. Chi si accontenterebbe di un amore che si desse come pura fedeltà all’impegno preso? Chi accetterebbe di sentirsi dire: “Ti amo, perché mi sono liberamente impegnata ad amarti e perché non voglio contraddirmi: ti amo per fedeltà a me stessa”? Cosi l’amante chiede il giuramento e si irrita del giuramento. Vuole essere amato da una libertà e pretende che questa libertà come libertà non sia più libera. (J.P.Sartre, L’essere e il nulla)

Il passaggio che compie Watzlawick nei confronti dell’amore è magistrale. L’infelicità di coppia, l’attenzione all’attribuzione dei significati è fondamentale in un momento di relazione. Come viene citato in alcuni passaggi, la relazione a due non contempla l’aggettivazione di un oggetto. Distinguere il giudizio dell’oggetto (“Questa mela è grande”) dal giudizio sulla relazione (“Questa mela è più grande di quella”- dove “più grande non è una qualità dell’una né dell’altra) è la chiave di volta del ragionamento basato sull’esempio sentimentale. Documentare le innumerevoli incomprensioni collegate alla comunicazione nei rapporti tra due persone è un esercizio tautologico.

Rispetto alla logica “del tassello” di sopra affermata, immedesimarsi e provocare volontariamente alcune incomprensioni nella dinamica di relazione può diventare, in certi casi, quasi il “sale” del rapporto. Perdonate la deriva qualunquista di genere, ma in molti casi sembra che sia la donna ad individuare le imperfezioni della relazione: i “tasselli” mancanti e gli “elefanti” da scacciare appaiono sotto forma di comportamenti, parole, idee, valori e affermazioni su cui entrambi i partner devono lavorare per migliorare, modificare, trasformare… In un infinita ricerca del miglioramento continuo che paradossalmente può essere razionalizzato in un ciclo di Deming (Plan Do Check Actsic!).

Così l’autoformazione personale diventa una formazione diadica continuamente sfilacciata dalle contingenze quotidiane. La vita di coppia può quindi seguire il suo percorso, crescere e costruire un’identità condivisa, ma senza potersi mai lasciar andare.

L’ultimo passaggio da sottolineare riguarda proprio questo.

“Sii spontaneo!”

State giocando un gioco. Giocate a non giocare alcun gioco. Se io vi dimostro che state giocando, infrango le regole e voi mi punite (R.D.Laing, Nodi)

La spontaneità è un paradosso nella relazione a due. Non si può chiedere esplicitamente al partner di “essere spontaneo”. Nel momento stesso in cui lo si chiede si sta compiendo l’uccisione della spontaneità, dell’intuizione, dell’emotività.

Probabilmente non si può fare tale operazione neanche con se stessi… Se ci si dice allo specchio di “essere spontaneo”, di “essere sé stessi”, di certo stiamo attuando un’affermazione meta-imperativa particolarmente destabilizzante per l’identità.

Ci ritroviamo al punto di partenza, alla raccomandazione di Polonio sull’essere fedeli a noi stessi ed essere quindi genuini, concreti, coerenti. Ancora una volta l’identità, sfilacciata nella “lavatrice” della post-modernità, tende ad una soluzione personale disperatamente semplice.