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Archive for the ‘politica’ Category

Nodi gordiani. Culture annodate. Formarsi al nodo.

Tra rischi e incertezze

E’ difficile descrivere il momento attuale con distacco ed autoironia. E’ troppo facile, al contrario, dilettarsi nella ricerca di coincidenze cabalistiche post-profezia Maya: oltre ad esserci ritrovati nel 13° anno di inizio millennio, siamo da poco entrati nell’anno del Serpente (che secondo il calendario cinese rappresenta un momento di grande trasformazione), da pochi giorni la tradizione ebraica ha ricordato nella festività di Purim il “digiuno di Ester” e siamo in Quaresima.

Le stelle e la tradizione vogliono ricordarci qualcosa? No. Ci pensa l’attualità a sublimare un momento catartico mai visto, dove iniziano a traballare contemporaneamente ruoli istituzionali e simboli religiosi, certezze e incertezze iniziano a mescolarsi freneticamente in una centrifuga di momenti storici e delicati cambiamenti. Sta iniziando il futuro? O comunque un futuro diverso?

Uncertainty diventa sinonimo di normalità in un quadro socio-cultural-politico come quello attuale. Credo però sia utile fare riferimento ad una distinzione ben precisa tra rischio e incertezza “knightiana”, ovvero quell’incertezza definita dalll’economista Frank Knight (“Risk, Uncertainty, and Profit, 1921), rapportata ad un rischio il cui significato riguarda, in certi casi, una quantità suscettibile di misurazione, mentre altre volte si tratta di qualcosa che non è palesemente misurabile: un’ incertezza misurabile è molto differente da una non misurabile, poiché che in effetti non si tratta affatto di un’incertezza 🙂

Laddove il rischio è calcolabile, è possibile affrontare un momento di difficoltà e di incertezza, in quanto siamo in grado di immaginare quale sia la direzione che sta prendendo il nostro incedere.

 

In questo periodo si spendono le metafore nautiche come fossero nichelini e (siccome non costa niente) decido di spenderne un pò anch’io…

La crisi, metaforizzata in una tempesta degna di rappresentazione alla Herman Melville, non può che essere affrontata prendendo le onde “al mascone” (ultimamente Gramellini si è dilettato citando questa simbologia in tv): in un’imbarcazione il mascone è una parte dello scafo, a metà strada tra la prua (la “punta”)  e il traverso (la “metà”, il centro), dove si tende a prendere le onde in caso di mare formato a prua, per mitigare gli effetti di “beccheggio” e “rollio” che compromettono la stabilità dell’imbarcazione, oltre a generare pericolosi effetti della nausea nell’equipaggio.. Ma in navigazione si sa bene che “prendere le onde al mascone” non è che un compromesso per limitare i danni e non per risolvere il problema (il mare grosso). La nautica prescrive di prevedere le condizioni meteorologiche e di evitare di affrontare situazioni “burrascose”. Siamo quindi nel campo del rischio (più o meno calcolato se vogliamo) e non in quello dell’incertezza.

La domanda che si fa l’equipaggio di questo Paese (che invece vive un momento di incertezza) è sapere se chi è, è stato, e sarà al comando ha la più pallida idea di quale sia il modo per fuggire la tempesta, avendola o meno prevista.

Provare a leggere l’intricata situazione socio-politica attuale appare sempre più un nodo gordiano. La leggenda racconta che nella città di Gordio, in Anatolia, Re Mida dedicò il sacro carro del padre Gordio (diventato re precedentemente perché entrato in città secondo una profezia su un carro trainato da buoi) agli dei, e questo fu legato ad un palo con un intricato nodo di corniolo, rappresentando simbolicamente la ferma solidità del potere regale e politico. La profezia dell’oracolo a quel punto definiva che chi fosse stato in grado di scioglierlo sarebbe diventato imperatore dell’Asia Minore. Alessandro Magno, quando arrivò da quelle parti decise di “darci un taglio”, senza troppe perifrasi. Questo momento sembra quasi fautore di una “soluzione alessandrina”, alla contorta situazione socio-politica: netta, semplice, rapida e decisa.


Per una logica della gassa d’amante.

Tornando alla metafora nautica e ai nodi, in assenza di soluzioni decise e nette, bisognerebbe passare da una “logica del nodo gordiano” ad una “logica della gassa d’amante”.

La cultura “annodata” di un cambiamento che sembra sempre posticipare il suo avvento, deve passare per l’abbandono della logica della conservazione di una tradizione sempre più aggrovigliata da cui è difficilissimo raccapezzarsi. Sciogliere un nodo è un lavoro di pazienza e attenzione che in taluni casi non sempre sono disponibili, magari per ragioni di tempo e di sicurezza.

La tradizione nautica tramanda da sempre (forse millenni, stando al ritrovamento della barca solare di Cheope) di premunirsi con un “bowling knot” ovvero la “gassa d’amante”, un nodo semplice e sicuro che rappresenta simbolicamente la prevenzione e l’acutezza nel risolvere situazioni “intricate”… La prima menzione della gassa in uno scritto ufficiale risale alla “Grammatica del Marinaio” di J.Smith del ‘600, dove viene definito come un nodo “forte e sicuro, così ben fatto e fissato dalle briglie nell’occhiello delle vele che queste si rompono o si dividono prima che il nodo possa sciogliersi”.

Passare ad una logica della gassa d’amante significa utilizzare metodi sicuri ed efficaci per diversificate situazioni; significa imparare ad utilizzare uno strumento semplice e multi-funzione, di estrema efficacia, soprattutto in situazioni di incertezza o di tempesta.

L’approccio formativo alla “logica della gassa d’amante” passa per una capacità predittiva che assicuri di trarre giovamento dal cambiamento. Sul piano manageriale lo spunto che sembra emergere è quello della Marketing Myopia di Theodore Levitt, dove il suggerimento dato alle imprese è quello di concentrare le proprie riunioni sulle esigenze dei clienti piuttosto che sulle strategie di vendita dei prodotti. Convinzioni e compiacenza di essere in una “campana di vetro” di crescita può far perdere di vista ciò che realmente i clienti vogliono. E i clienti sono i cittadini del mondo e i cittadini di un Paese fortemente dimenticato dai manager che operano nel, e per, il patrio suolo.

Una delle ragioni per cui la miopia è così comune è che le persone sentono di non poter predire con precisione il futuro, che è una preoccupazione legittima. Ma si tratta (tornando all’inizio del discorso) di un rischio, non di un’ incertezza, laddove sia possibile utilizzare delle tecniche di predizione commerciale e un ascolto del mercato di riferimento per stimare le circostanze future nel miglior modo possibile.


Nodi autoformativi

Morale conclusiva: imparare a fare i nodi. Annodare l’apprendimento saldamente al proprio futuro, consapevoli che la prevenzione sia sempre uno scarto di rischio e un’incertezza in meno. Darci un taglio, se serve, e prepararsi al cambiamento: prima o poi arriva.

EDUCARE TERRITORI: dalla “capacitazione” al capitale sociale degli oratori

“Il concetto di libertà individuale comprende, da un lato, tutte quelle caratteristiche positive e funzionali che ci mettono in grado di vivere da individui responsabili e attivi, dall’assistenza sanitaria all’istruzione, alla liberazione dalla fame e dalla miseria e così via. Dall’altro lato, comprende anche nostre libertà e autonomie fondamentali quali la possibilità di partecipare ai processi politici e sociali che influenzano le nostre vite. La libertà in questo contesto viene valutata sia nel suo senso positivo (libertà di ) sia nel suo senso negativo (libertà da)”

(A.K. Sen, La libertà individuale come impegno sociale, Roma-Bari, Laterza, 2003, p.55)

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Nel tempo dell’individualità e della libertà (soprattutto politica) le parole di Sen sembrano essere ineccepibili, granitiche. Nel tempo del globale e del locale in libero neo-capitalismo ripensare alla “conduzione-fuori” (e-duco) della cittadinanza inserita in un contesto territoriale specifico e omogeneo allo stesso tempo sembra una sfida complessa oltre misura..

educter2Quando parliamo di sviluppo locale (in modo forse abusato) dovremmo intendere un “aumento qualitativo delle capacità del territorio di agire, reagire, programmare e gestire situazioni complesse” di tipo economico, politico e allo stesso tempo di sviluppo individuale.  Secondo l’impostazione di Sen, a livello di popolazione locale lo sviluppo si individua in un aumento delle libertà personali dato dall’aumento della “capacitazione“, traducibile in una sorta di “abilità di fare cose”. Attraverso la cooperazione fra diversi attori e la creazione di networks stabili nel tempo aumenta la capacità di visione e azione del singolo e della comunità di riferimento.

Mi sono imbattuto in un chiaro documento (http://www.eblacenter.unito.it/WP/2006/2_WP_Ebla.pdf) che spiega in pochi passaggi questa incidenza dell’apparentemente intangibile in una variabile estremamente importante da considerare nello sviluppo completo di attori e territori:

“Il punto centrale dell’analisi di Sen ruota intorno all’assegnazione di valore che viene data alla capacità di fare o di essere certe cose. Dal concetto di capitale umano, si passa al concetto della “capacitazione umana”. Se, secondo l’approccio del capitale umano, l’istruzione rende l’individuo più efficiente in una logica produttiva, portando a far aumentare il valore economico della produzione della persona che è stata istruita, e quindi il suo reddito, anche a reddito invariato possono essere rilevati dei benefici diretti per l’individuo e per la società. L’essere istruiti è importante perché permette attività quali leggere, comunicare, discutere, che mettono l’individuo in condizione di scegliere con maggiore cognizione di causa, sviluppando cioè l’aspetto di quella che viene definita da Sen, appunto, capacitazione umana.

Con questo termine l’autore supera il concetto delle capacità umane (in inglese abilities), introducendo l’idea delle capabilities, le capacità che la società può dare o negare all’individuo. Per spiegare il tema della capacitazione, che va ben oltre il semplice ruolo formativo dell’istruzione, Sen fa riferimento a due tipologie di libertà individuale: la libertà “negativa” e la libertà “positiva”. La libertà negativa indica la libertà derivante dall’assenza di vincoli, che rende l’individuo libero perché nessuno gli impedisce di fare qualcosa. La libertà positiva, invece, viene definita come la capacità di autorealizzare il proprio potenziale di sviluppo umano. Appare quindi chiaro come un individuo si possa trovare con relativa facilità in una situazione di apparente libertà complessiva, nella quale non trova impedimenti a fare ciò che desidera (come avviene per esempio in tutti i paesi industrializzati dove nessuno proibisce di fare alcunché, purché nell’ambito della legalità), ma non per questo vive una condizione di piena libertà. Il paradosso delle nostre società è, infatti, che apparentemente gli individui vengono lasciati largamente liberi di scegliere, ma in realtà essi versano in una condizione di estrema sprovvedutezza circa la propria capacità di partecipare e di controllare il processo di definizione del senso e dell’esperienza che, in ultima analisi, è il vero responsabile del fatto che una persona compia delle scelte piuttosto che delle altre. Al centro dell’approccio della capacitazione si trovano, accanto alle funzioni che vengono realizzate dall’individuo, ossia ciò che una persona è effettivamente in grado di fare, l’insieme che Sen definisce “capacitante”, ossia l’insieme di tutte le alternative che una persona ha veramente davanti a sé, compreso tutto ciò che è in potenza oltre che in atto. Viene data notevole importanza, per esempio, al fatto di avere occasioni che non vengono colte: avere a disposizione il bene o il servizio X in assenza di alternative è ben diverso dallo scegliere X in presenza di alternative…

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…La possibilità di vivere esperienze culturali capacitanti, che per essere tali richiedono la presenza di una adeguata dotazione di capitale culturale, simbolico e identitario, permette di attivare un meccanismo di sostegno sia alla domanda sia all’offerta verso nuove dimensioni di consumo e di produzione, attraverso un processo di acquisizione di competenze. Il punto centrale dell’analisi si riferisce al passaggio che dall’esperienza culturale porta allo sviluppo di nuove competenze e mette in moto quello che abbiamo definito il circolo virtuoso delle competenze”

Sacco P.L., Segre G., Creativity and new patterns of consumption in the experience economy, WORKING PAPER SERIES, Università di Torino -Dip. Economia, International Centre for Research on the Economics of Culture, Institutions, and Creativity, (EBLA) N. 02/2006

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L’ “esperienza culturale capacitante” può far generare circoli virtuosi produttivi e di sviluppo “individual-locale”. Ma come attivare tale processo arricchettente in termini di azioni sulla cittadinanza? Il passo indietro da fare è anche rispetto alle potenzialità che un territorio può avere e da quell’ “intangibile” che spesso emerge dalle reti di relazione degli individui. Sembra quasi essere un’eco al concetto di capitale sociale che raccoglie l’insieme di queste risorse potenziali incorporate nelle reti di attori territoriali. Il termine, usato in sociologia per indicare l’insieme delle relazioni interpersonali formali ed informali essenziali anche per il funzionamento di società complesse ed altamente organizzate, implica quindi un’altra esigenza per lo sviluppo “individual-locale”:

“Se l’importanza dei legami interpersonali per muoversi nel mercato del lavoro è ormai un fatto consolidato, negli ultimi anni si è affacciata nel dibattito un’ipotesi ulteriore: quella secondo cui il capitale sociale ha un’influenza positiva sulla competitività di un sistema economico o di un’impresa…

Nel corso degli ultimi anni è aumentato l’interesse per il ruolo delle reti e delle aggregazioni tra imprese, anche sul piano dello sviluppo dell’innovazione e dello scambio di conoscenze (Porter, 2000). La conoscenza, si sa, è una “merce” estremamente fragile: chi la vende ha poche possibilità di tutelarsi da eventuali comportamenti scorretti, o opportunistici.. Per questo gli scambi di conoscenze avvengono in misura ben inferiore a quella che sarebbe ottimale per il successo delle imprese

(cfr. Field J., Il capitale sociale, un’introduzione, Trento, Erickson, 2004, pp.70 e ss.)

Dalla breve analisi emergono due esigenze importanti: stimolare l’offerta creativa e sinergica di un territorio sfruttando le leve di sviluppo individuali strutturando un’interazione sociale produttiva e collaborativa e indirizzare le potenzialità del capitale sociale territoriale verso un modello di capitale sociale che Putnam (vd. Putnam R.D., Bowling alone, the collapse and “revival of American community, New York, Simon & Schuster, 2000) chiama “inclusivo”, “che collega”, rispetto al modello “esclusivo” che “unisce”. Il secondo, basato sulla famiglia, gli amici intimi e i parenti prossimi, verte su relazioni interne a questa rete di prossimità e abbraccia persone simili tra loro per estrazione sociale, mentre il primo prende la forma di legami con persone che si conoscono più “a distanza“, o si frequentano di meno; tende a generare  identità più ampie, innescando nuovi meccanismi di reciprocità, anziché rafforzare una specifica identità di gruppo.

Per esperienza personale, ma anche confrontandomi con alcune evidenze attuali che provengono dal mondo istituzionale e dei media – mi riferisco in particolare ad alcune  tematiche emerse al Convegno nazionale “Oratori in Italia – puzzle di vita, una sfida da raccogliere Roma, 25 settembre 2009, promosso dalla Regione Lazio e organizzato dal FOI (Forum Oratori Italiani, in accordo con il Servizio Nazionale Pastorale Giovanile, con Famiglia Cristiana (che ha dedicato agli Oratori in Italia un cospicuo dossier http://www.stpauls.it/fc/0939fc/0939fc56.htmhttp://www.romasette.it/modules/news/article.php?storyid=5170)- riscontro importanti peculiarità dell’ “agenzia educativa” Oratorio, dei prerequisiti per un progresso positivo e bilanciato dello sviluppo “individual-locale”.

A differenza del “marchingegno” Scuola, spesso arenato su molti fronti rispetto alle interazioni territoriali e alla possibilità di veicolare dei processi di sviluppo “glocale”, il gruppo organizzato dell’Oratorio (che risponde certo, ad una realtà religiosa e non espressamente civile) attua, attraverso strutturazioni molto eterogenee, soprattutto nello Stivale, iniziative di spessore su un piano pedagogico-sociale, morale e, perché no, economico: la ricchezza delle reti di relazioni che possono essere coltivate in un ambiente informale e poco soggiogato dalle logiche politiche e mediatiche, strettamente coeso con le problematiche del tessuto locale, è una possibilità di sviluppo per l’individuo e per la collettività se tali potenzialità vengono valorizzate adeguatamente.

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Lo sviluppo della persona, corredato di principi morali (post-conciliari, sottolineerei) come strumento di confronto contro l’atarssia giovanile e la spudoratezza civile e mediatica di oggi, apporta significative soluzioni, spesso inosservate, per il benessere di oggi.

Non parliamo della soluzione a tutti i mali, ma di una realtà italiana di oltre 6mila strutture che coinvolgono 1 milione e 500mila ragazzi e oltre 200mila animatori.. Forse un volano da tenere in considerazione per lo sviluppo di progettualità di carattere economico e sociale?

La politica dell’educazione e il Sisifo travolto

Raccontare la storia della politica dell’educazione attuale oltre a generare preoccupazioni e/o frustrazioni deve permettere comunque di individuare i margini di miglioramento e le “vie d’uscita” per modellare, adattare le istituzioni formative (la scuola, l’università,…) allo scenario “oscurantistico” che si profila per i prossimi anni per il sistema di istruzione e formazione.

Le intenzioni e le linee guida della politica educativa di questo governo sono ormai chiare da tempo e non smettono mai di confermare l’atteggiamento soffocante nei confronti di alcune caratteristiche fondanti del sistema educativo italiano (http://www.corriere.it/politica/09_marzo_19/gelmini_corsi_pensionamenti_dc0d4a44-1475-11de-9dd5-00144f02aabc.shtml?fr=box_primopiano).

Limitare l’accesso all’istruzione, chiudere Corsi Universitari per puntare ad intere Facoltà (?!) sono piccole azioni strategiche che mirano a travolgere una pubblica istruzione (già per costituzione costretta ad essere un “Sisifo” costretto a spingere il macigno di problemi intrinseci alla sua complessità) che preoccupa in quanto “sfida gli déi” con la diffusione della cultura e della conoscenza personale e autonoma, di contro a quella televisiva di orwelliana memoria che viene fortemente praticata in questo periodo storico. Lo scenario non deve legare i polsi a chi si occupa di formazione, ma deve stimolare contro-strategie e occasioni di sviluppo nuove.

Docenti, esperti, studenti di ogni grado e genere devono puntare all’innovazione pedagogica, metodologica: in perfetto contrasto con l’ideale gentiliano («il metodo è il maestro») che viene perseguito attualmente a colpi di dichiarazioni sui giornali e decreti-legge. Questa discussione vuole essere un punto di partenza per ragionare di come alcuni metodi innovativi, quali il complex learning, la personalizzazione degli apprendimenti, l’autovalutazione, l’autoformazione, possano essere declinati per affrontare le difficoltà che incontrano gli attori della formazione in questo periodo storico così sensibile per le scienze della formazione.

Categorie:Educazione, politica, scuola