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Archive for the ‘Riflessione’ Category

Le cadavre exquis boira le vin nouveau. Appunti surrealisti per un’autoformazione inconscia

Al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale e senza il controllo della ragione “Il cadavere squisito berrà il vino novello”. Il gioco surrealista detto anche dei “cadaveri eccellenti” è lo spunto per riflettere sulla potenza dell’astrazione e del distacco psico-pedagogico da sé stessi.

Ragionare su sè stessi e su ciò che si sta imparando è un’operazione autovalutativa che può diventare fortemente efficace attraverso degli esercizi di “allontanamento” dal Sé.

In questo le caratteristiche e i principi del surrealismo, a partire proprio dai consigli stilati nel Manifesto di André Breton del 1924 sembrano racchiudere la forza espressiva necessari all’autoformazione dell’anima e dell’ingegno:

“Fatevi portare di che scrivere, dopo esservi sistemato nel luogo che vi sembra più favorevole alla concentrazione del vostro spirito in sé stesso. Ponetevi nello stato più passivo, o ricettivo, che potete […] Scrivete rapidamente senza un soggetto prestabilito, tanto in fretta da non trattenervi, da non avere la tentazione di rileggere. La prima frase verrà da sola”
Con un pò di azzardo pseudo-artistico proverei quindi a parafrasare il procedimento dadaista di creazione di una poesia, parafrasando Ttristan Tzara:

“Per fare autoformazione dadaista

Prendete voi stessi.
Prendete un paio di pensieri sul vostro apprendimento..
Scegliete un’idea che abbia l’importanza che voi desiderate dare al vostro nuovo apprendimento.
Ritagliatevi un momento per voi.
“Tagliare” ancora con cura ogni frammento che forma tale ideae mettere tutte le impressioni in uno spazio mentale.
Agitate dolcemente.
Tirate fuori le parole che definiscono quello che avete appreso una dopo l’altra, disponendole nell’ordine con cui le pensate.
Ripetetele coscienziosamente.
L’autovalutazione vi rassomiglierà.
Ed eccovi diventato individuo in apprendimento infinitamente originale e fornito di una sensibilità incantevole, benché, s’intende, incompresa dalla gente volgare”

Quando il presente intorno a noi diventa ignobile, tanto più dobbiamo guardare le stelle”
(Joan Mirò)

E’ plausibile che in questo momento della lettura vi troviate dispersi nel non-sense..

 

Ma l’onnipotenza dell’onirico e il “gioco disinteressato del pensiero” possono veicolare la risoluzione dei principali problemi della vita, liquidando altri meccanismi psichici, espressione ansiogena di comportamenti “de-apprenditivi”.

Senza sconfinare nel patologico, credo sia (seppur stranamente) molto efficace optare per un’autovalutazione che in qualche modo si avvicini alla “depersonalizzazione”.

Probabilmente quasi a tutti è capitato di provare dei sentimenti di “estraneità da sé” ed un senso di irrealtà, come la sensazione di guardarsi dall’esterno, di essere fuori dal proprio corpo, o meglio dell’incapacità di riconoscersi allo specchio.

La sensazione di essere scissi in una parte “osservante” ed una “partecipante” (Steinberg, Schnall, 2001) permette infatti un senso di distacco dalle proprie emozioni ed un giudizio più oggettivo su sè stessi che può essere canalizzato nella valutazione autoformativa [senza ovviamente cadere in un vero e proprio “Disturbo da Depersonalizzazione” di tipo dissociativo 😉 ]

 

Ho già esplorato precedentemente il senso del distacco da sé attraverso il tema del solipsismo, ma in questo caso è utile ragionare sulla forma dell’astrazione da sé stessi che, oltre che attraverso un buon bicchiere di vino (novello?) :-), può avvenire con una forma di “stream of consciousness” sperimentato ampiamente nella letteratura di primo novecento, come da Joyce.

Ecco che attraverso il gioco e le parole si possono elaborare pensieri “portmanteau”, in prima battuta apparentemente surreali ma al contempo estremamente profondi e genuini. Piacevoli.

Giusto per un esempio è il caso di citare quindi Fosco Maraini e il suo “Lonfo” che “non vaterca né gluisce/e molto raramente barigatta/ma quando soffia il bego a bisce bisce/sdilenca un poco e gnagio s’archipatta”  piuttosto che il suo antenato “Jabberwocky” di Lewis Carroll pubblicato nel quasi intraducibile Through the Looking-Glass, and What Alice Found There del 1871:

 

'Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.
Beware the Jabberwock, my son!
The jaws that bite, the claws that catch!
Beware the Jubjub bird, and shun
The frumious Bandersnatch!
He took his vorpal sword in hand:
Long time the manxome foe he sought
So rested he by the Tumtum tree,
And stood awhile in thought.
And as in uffish thought he stood,
The Jabberwock, with eyes of flame,
Came whiffling through the tulgey wood,
And burbled as it came!
One, two! One, two! And through and through
The vorpal blade went snicker-snack!
He left it dead, and with its head
He went galumphing back.
And hast thou slain the Jabberwock?
Come to my arms, my beamish boy!
O frabjous day! Callooh! Callay!
He chortled in his joy.
'Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.

 

Oltre la metasemantica, tornando al principio autoapprenditivo, mi preme definire un modello di autovalutazione “surrealista”, a partire dal presupposto onirico & psico-analitico, certo del fatto che

 

“I sogni non vogliono farvi dormire; al contrario, vi vogliono svegliare.” (René Magritte)

L’elaborazione che segue, in accordo con questo esperimento è pertanto del tutto surreale, istintiva e de-personalizzata.

Distinguiamo 3 passaggi successivi all’esercizio di “distacco dal sè apprenditivo”, attivato per guardare con un occhio diverso, ma con la stessa “anima”:

1) scire

SAPERE

Ovvero conoscere gli aspetti di apprendimento su cui focalizzare la propria attenzione autoformativa. L’oggetto della propria autovalutazione.

 

2) intelligere

CAPIRE

Comprendere la semantica apprenditiva. Le associazioni di parole e giudizio sul tema di apprendimento prescelto assumono una forma comprensibile, grazie al ragionamento distaccato e scevro di pregiudizi

 

3) discere

IMPARARE

Acquisire appieno il tema prescelto e padroneggiarne forma, senso e significato. Tradurre l’apprendimento “inconscio” verso la coscienza e la replicazione.

Detto questo, se non avete capito, probabilmente avete capito. Solo un ultimo suggerimento:

 

38 stratagemmi per darsi ragione

25 settembre 2010 Lascia un commento

Il gustoso saggio di Schopenhauer Die Kunst, Recht zu Behalten, riportato nella versione italiana come L’arte di ottenere ragione è una lettura che ritorna sempre utile e che impressiona sempre per il dettaglio con cui vengono raccontate le strategie di “dialettica eristica”, sempre attuali a livello di dibattito e disputa che quotidinamente è possibile visionare: dai luoghi di lavoro, al viaggio nei mezzi pubblici, alle querelle politiche trasmesse in Tv, e via dicendo.

La retorica, l’arte del “parlar bene” (come dice Roland Barthes), affascina sia per la sua complessità, sia per la sua ricaduta sui vantaggi personali che si possono avere nella comunicazione con i nostri “coinquilini di vita”, nelle relazioni che stabiliamo con essi.  Non appare utile soffermarsi a commentare le 38 strategie del filosofo di Danzica, sebbene realmente utili allo sviluppo di uno stile comunicativo assertivo, se utilizzate correttamente, se non per rivisitarne la lettura, ancora una volta, in un’ottica di autoformazione.

In particolare leggere e intellegere il prontuario della discussione nell’ottica della “disputa con sé stessi”, significa rapportare tali tattiche nei rapporti allo specchio, in quelle fasi di riflessione e auto-motivazione che necessariamente affrontiamo tutti (con tempi e modalità molto differenti).

Per quanto apparentemente sulla scia delle ”istruzioni per rendersi infelici” su cui mi sono soffermato precedentemente, è possibile ricavare numerosi consigli per affrontare sé stessi in una sorta di dibattito interiore fortemente collegato a momenti di decision making, ovvero scelte dicotomiche e necessarie.

Parafrasando Schopenhauer, pertanto, raccogliamo le seguenti indicazioni:

1.    Ampliamento: interpretare le proprie affermazioni nel modo più generale possibile, restringendo quelle in opposizione.

2.    Omonimia: estendere le proprie affermazioni presentate a se stessi a qualcosa che, oltre al nome uguale, non ha nulla in comune con l’argomento in questione.

3.    Generalizzazione: trattare le proprie affermazioni con valore relativo come se avesse un valore assoluto.

4.    Occultamento: presentare le premesse alla propria conclusione una alla volta, in modo che il sé le ammetta senza accorgersene.

5.    False proposizioni: usare tesi false ma vere ad hominem, sfruttando i preconcetti e i propri pregiudizi.

6.    Dissimulazione di petitio principii: postulare ciò che si dovrebbe dimostrare.

7.    Metodo socratico o erotematico: porre domande adeguate a se stessi e ricavare la verità dell’affermazione dalle proprie stesse ammissioni.

8.    Provocazione: autosuscitare la propria ira per confondersi.

9.    Confusione: porsi domande in un ordine diverso da quello nel quale ci si sarebbe aspettato in un primo momento.

10. Ritorsione delle proprie negazioni: se intenzionalmente ci si risponde in modo negativo a tutte le domande, chiedersi il contrario della tesi di cui ci si vuole servire.

11. Generalizzazione dell’inferenza: se si accetta la verità di fatti particolari dare per scontato che si abbia accettato anche l’universale relativo.

12. Metaforizzare: scegliere sempre metafore e similitudini favorevoli alla propria affermazione, introducendo nella definizione ciò che si vuole provare in seguito.

13. Presentare l’ opposto della propria tesi: presentare l’opposto delle proprie tesi in modo denigratorio, per far sì che si sia costretti a rifiutarlo.

14. Dichiararsi la vittoria: dopo che  si ha risposto a molte domande senza peraltro giungere alla conclusione desiderata, dichiararsi vittoria con una buona dose di faccia tosta.

15. Usare tesi apparentemente assurde: se la propria tesi è paradossale e non la si riesce a dimostrare, proporsi una tesi giusta ma non evidente; se si rifiuta pensare ad absurdum e trionfare.

16. Argomenti Ad Hominem: cercare contraddizioni nelle proprie affermazioni.

17. Usare sottili distinzioni: se si incalza con un controprova, occorre trovare una sottile distinzione se la cosa consente un doppio significato.

18. Mutatio controversiae: se c’è il rischio che si possa avere ragione, spostare l’argomento di riflessione su altre questioni.

19. Generalizzazione: se ci si sente sollecitati ad esprimere un’opinione su un particolare, estrapolare l’universale ed opporsi a questo.

20. Trarre conclusioni: se si ha concesso parte delle premesse, trarre la conclusione anche se le premesse sono incomplete.

21. Controargomentazione: se si fa uso di un argomento solo apparente o sofistico, liquidarlo usando un controargomento altrettanto sofistico o apparente.

22. Petitio principii: rigettare le proprie premesse come petitio principii.

23. Esagerazione: spingersi ad esagerare con le proprie affermazioni e quindi confutarle.

24. Forzare la consequenzialità: trarre a forza dalle  proprie affermazioni, con false deduzioni, tesi che non vi siano contenute (apagoge).

25. Istanza o Exemplum in contrarium: l’apagoge si demolisce presentando un unico caso per cui il principio non è valido.

26. Retorsio argumenti: l’argomento che si vuole usare a proprio vantaggio viene usato meglio contro se stessi.

27. Sfruttare l’ira dell’avversario: se di fronte a un certo argomento ci si adira, insistere su quell’argomento, poiché è facilmente il punto debole del proprio ragionamento.

28. Argumentum ad auditores: funziona meglio quando da persona colta si disputa con il sè incolto. Avanzarsi un’obiezione non valida ma “spettacolare”, che richieda, per essere smentita, una lunga e noiosa disquisizione.

29. Diversione: qualora si fosse sul punto di vincersi cambiare completamente argomento e proseguire come se fosse pertinente alla questione e costituisse un argomento contro se stessi.

30. Argumentum ad verecundiam: invece che di motivazioni ci si appelli ad autorità rispettate da sé stessi.

31. Dichiarazione di incompetenza: dichiararsi incompetenti per insinuarsi il dubbio che le proprie affermazioni siano una cosa insensata.

32. Denigrazione: per accantonare, o almeno rendere sospetta, una propria affermazione ricondurla ad una categoria odiata.

33. “Vero in teoria, falso in pratica”: ammettere con questo sofisma le ragioni e tuttavia negarne le conseguenze.

34. Incalzarsi: se ci si dimostra evasivi riguardo ad un argomento, incalzarsi su quell’argomento, poiché facilmente sarà uno dei propri punti deboli.

35. Argumentum ab utili: anziché agire sull’intelletto con il ragionamento, agire sulla volontà con motivazioni, dimostrandosi che la propria opinione, se vera, non può che recarci che qualche danno.

36. Sproloquiare: rimanere sconcertati e sbigottiti da sproloqui interiori privi di senso.

37. Spacciare un argumentum ad hominem per uno ad rem: se si sceglie una cattiva prova a sostegno del propria argomento confutare la prova e passare questa confutazione come una confutazione all’intero argomento.

38. Argumentum ad personam: come ultima risorsa diventare offensivi, oltraggiosi e grossolani con se stessi.

Alcune affermazioni sembreranno paradossali quanto la celeberrima non-pipa di Magritte (Ceci n’est pas une pipe 1928-29 olio su tela (60×81 cm) Los Angeles County Museum of Art), che eccezionalmente nell’opera utilizza il testo per giocare surrealmente con il linguaggio, tra significati e significanti…

Se questa non è una pipa, e non è possibile carpire il vero significato che l’autore ha attribuito al segno, fondamentalmente non può che accadere per un problema di allineamento sulla comunicazione.

Con noi stessi dovremmo riuscire ad evitare il paradosso della relatività ontologica [Quine la rappresenta attraverso l’esempio del coniglio – che fa pronunciare da un indigeno con l’immaginario fonema gavagai – e che può tradursi come “coniglio”, “parte non staccata di coniglio”e con “stadio di coniglio”]. Soffermarci su una scelta di significato, indicando il coniglio e sperando di farci capire come lo stiamo intendendo non è altro che una scelta, una strategia per definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, recintando significati, costruendo artificiosamente una morale.

Il paradosso della disputa con sé stessi può essere superato travalicando uno stadio di consapevolezza, di corporeità tangibile, per avventurarsi in uno spazio di narcosi dalla coscienza e dalle emozioni di sorta, permettendo in alcuni casi un forte effetto motivante o depressivo nei propri confronti. Non si deve pertanto avere paura del confronto con degli stati di “sospensione” dal giudizio piuttosto che dalla relazione con gli altri. In questo modo l’immagine di sé stessi è affrontabile, è discutibile, è dialogabile e il distacco dall’emozione come l’esercizio personale di dubitazione permetteranno un’attenta auto-analisi e un’auto-valutazione più profonda.

Il primo confronto è con sé stessi prima che con gli altri. In inglese to be right, rappresenta “avere ragione”, ma anche “essere nel giusto”. Prima di affrontare la disputa con l’altro è necessario verificare se si è nel giusto (proprio): no entity without identity (W V.O. Quine)

Sulla buona solitudine e sul buon relativismo

Sebbene solitudine e relativismo siano considerati a prima vista elementi negativi, è possibile provare a riflettere su questi “topics” da una prospettiva differente. Di certo sono due termini ascrivibili come condizioni fortemente pervasive per la cultura e il clima sociale di oggi.

“La solitudine è indipendenza: l’avevo desiderata e me l’ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri”

(H. Hesse – “Il lupo della steppa”)

La solitudine abbassa la temperatura della passione? Il silenzio, l’introspezione, il distacco dal mondo e dal proprio Sé, probabilmente possono generare la sensazione di aridità e di un animo “scolorito”… La relazione con l’altro, nel bene e nel male, “dipinge” la nostra emotività a tinte forti. L’interdipendenza con le nostre comunità di riferimento (famiglia, amici, istruzione, lavoro..) è il vincolo del nostro progresso personale di cambiamento e di crescita, ma non bisogna dimenticare che la dimensione individuale e collettiva dei nostri “cammini auto formativi” deve mantenere un equilibrio significativo. Si parla di interdipendenza e non di “dipendenza”, così come di soliloquio e non di solipsismo…

Jung rispondeva a una persona che voleva assolutamente parlare con lui che la solitudine è una “fonte di guarigione che rende la vita personale degna di essere vissuta” e ancora che “ il parlare è spesso un tormento”. In molte occasioni forse ognuno di noi può confessare di aver bisogno di molti giorni di silenzio per ricoverarsi dalla “futilità delle parole”…

Dialogare con sé stessi permette di scoprire senz’altro lati sconosciuti e sopiti della nostra personalità, così come può far efficacemente riscoprire lati ben conosciuti e ben presenti alla nostra coscienza, ma che a volte vengono accantonati per seguire necessità, contingenze e urgenze del mondo, che ci “tira la giacca” fuori da noi.

La lente dell’autoformazione ci aiuta così a guardare alla solitudine come la condizione di partenza per l’attivazione di un percorso trasformativo personale genuino. Il momento con sé stessi è un passo imprescindibile per la configurazione di un qualsiasi percorso che abbia come destinatario la propria persona, la propria identità, poiché alla base della costruzione vi sono le fondamenta del Sé, i valori dell’infanzia e dell’adolescenza, i gusti, i piaceri e i sogni intimamente nostri.

Senza sconfinare nel più puro stoicismo (un modello valoriale fortemente anacronistico per i giorni nostri) è utile ricordare che Seneca definiva la solitudine “cibo per lo spirito”, e pertanto la ricerca interiore volta all’apprendimento intellettuale, fisico e spirituale non può che giovare allo sviluppo di ognuno.

Non tutti sono strutturati caratterialmente per affrontare una prova di solitudine, più o meno intensa. Viviamo fin da sempre immersi (e oggi ancora di più) in un mondo di contatti, di reti, di relazioni, di parole, di episodi con Altri e, giustamente, cercare o vivere l’isolamento non è certo una pratica alla moda. Questo è un bene per lo sviluppo sociale dell’individuo ma forse meno per il proprio sviluppo interno. La solitudine “formativa” va ricercata nel lato buono e produttivo della riflessione, della valutazione con se stessi e nella spinta all’auto-realizzazione personale.

Una tappa determinante per poter a concentrare le proprie energie verso un cammino di solitudine auto-formativa risiede nel “buon relativismo”, ovvero una modalità di pensiero che non si traduca necessariamente in atteggiamenti qualunquistici o nichilistici nella persona.

Senza approfondire un concetto largamente abusato nell’ultimo periodo, è utile individuare la dinamica che esiste in questo macro-tema filosofico, tra il passaggio dalla sostanza “oggettiva” a quella “soggettiva”.

Termini come “certo”, “sicuro”, “assoluto”, “oggettivo”, “mai”, “sempre”, etc. sono pericolosi da utilizzare, nel tempo della post-modernità. In riferimento a tutto ciò che concerne l’essere umano, che come tale è strumento di “errore”, vittima della casualità e della causalità, in un folle gioco di interdipendenze e contingenze.

Assumere questo punto di vista prepara e allerta l’individuo a molti imprevisti e stabilisce, sul piano auto-formativo, la necessità di iniziare il cammino di riflessione su sé stessi e sul mondo con un approccio critico e positivo. L’importante è vivere questa posizione con un atteggiamento costruttivo e volto al miglioramento di se stessi. Non potendo dare nulla per scontato, l’essere umano deve compiere un esercizio di proiezione verso il “bene” e il “meglio”.

“Io penso relativo”, ma l’obiettivo di crescita e miglioramento deve permanere vivo. Il relativismo può difendere dagli imprevisti e dalle delusioni del mondo, ma senz’altro può portare al “raffreddamento” di cui sopra.

Questa è la grande scommessa dell’equilibrio auto-formativo: trovare l’elemento che “relativizzi” il relativo e renda lo sguardo critico e nichilistico circoscritto ad un insieme, ad un micro-mondo.

In questo, ciò che è trascendente, la “legge morale fuori di noi” permette l’ingresso di “un cielo stellato” dentro di noi… Un esempio? La fede è senz’altro un “escamotage” importante e da tenere in considerazione…

Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?»

(Gv 18, 37-38)

Sun Tzu e l’arte della guerra interiore

Sunzi (孫子) dice:

“Un terreno può essere transitabile, insidioso, svantaggioso, angusto, scosceso o con ampie distanze”(§ X).

Come ricorda il collettivo Wu Ming nella Prefazione all’edizione Newton Compton (2010), il Bingfa, “L’arte della guerra”, è uno dei libri più citati e allo stesso tempo fraintesi, soprattutto nella letteratura manageriale di oggi. La sino-filia commista alla sino-fobia politico-economica degli ultimi tempi, crea delle strane mode in tal senso.

Citare questa opera bimillenaria può però essere interessante, se letta con la lente dell’autoapprendimento e dello sviluppo personale: in fondo, nei percorsi di vita, lavorativi, apprenditivi, relazionali e via dicendo, affrontiamo diversi terreni di self-management, più o meno scoscesi, angusti o insidiosi…

Le “nove variabili” (§ VIII)  da affrontare nella guerra interiore diventano così metafore suggestive delle lotte con sé stessi nel terreno dell’auto-sviluppo:

Non ci si accampa  in luoghi sfavorevoli.

La riflessione interiore, primo livello del percorso auto formativo, non può essere compiuta in contesti nocivi o avversi alla concentrazione e alla meditazione interiore.

Ci si congiunge con gli alleati dove le rispettive vie si incrociano.

Le fasi di osservazione e confronto sono imprescindibili nel “movimento” autoformativo.

Non si sosta in luoghi troppo isolati.

Il permanere in soste di riflessione e “deserto” interiore deve essere un tempo limitato.

Se la zona è accerchiata, si elaborano trame; di fronte alla morte, si combatte.

Di fronte agli ostacoli si deve utilizzare la progettualità e operare con responsabilità per il proprio agire apprenditivo.

Vi sono cammini che non vanno seguiti.

Gli errori vanno commessi ma anche evitati, soprattutto se gli stadi di autoderminazione del proprio percorso formativo sono stati correttamente definiti.

Vi sono eserciti che non vanno assaliti.

Si deve evitare il contrasto con l’ “Altro” che può nuocere al nostro percorso apprenditivo.

Vi sono città che non vanno attaccate.

Si deve mantenere equilibrio e moderazione nell’intraprendenza apprenditiva.

Vi sono terreni su cui non ci si affronta.

Gli ambienti (le situazioni) nocivi per la riflessione, la motivazione, la progettazione e l’autonomia apprenditiva sono da evitare.

Vi sono ordini del proprio signore che non vanno seguiti.

Per riuscire nel percorso bisogna anche sapere quando non rispettare le regole e dare spazio a creatività, intuizione e fortuna.

Ognuno di noi raccoglie le proprie forze ogni giorno, lottando con le avversità e gli ostacoli del mondo, in un esercizio auto formativo perenne. Ogni giorno, denso di difficoltà, di avversità e di tranelli inaspettati può diventare un’insostituibile occasione di crescita e di apprendimento personale.

Un generale corre cinque rischi:

se pensa di dover morire, può essere ucciso;

se è sicuro di sopravvivere, può essere catturato;

se è facile all’ira, può essere provocato;

se ha troppo senso dell’onore, può essere disonorato;

se ama troppo i suoi uomini, può essere messo in difficoltà

(§ VIII)

I rischi del “comandante di noi stessi” sono fortemente correlati con l’insicurezza o la mancata volontà di apprendere, di mettersi in gioco, di operare una “messa in discussione” delle proprie convinzioni adulte.

Il fine unico di una battaglia è la vittoria, sembra ricordare il Maestro Sun, sebbene un’interpretazione più autentica va ricercata nella profondità della cultura cinese, che va oltre l’elemento materiale dello scontro che, anzi, il perfetto guerriero cerca sempre di evitare.

Per questo mi piace immaginare il fine unico della lotta interiore come il sollievo. L’equilibrio, la perfezione della forma, la stabilità del procedere apprenditivo risiede quindi nell’appagamento, nel fabbisogno colmato, nell’auto-gratificazione per lo sforzo compiuto.

Con franchezza è giusto evidenziare, infine, che ogni processo di apprendimento non può essere regolato esclusivamente da un percorso logico, definito:

In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro, e quelle imprevedibili alla vittoria (§ VIII).

La maggiore soddisfazione viene raccolta quando il nostro ardore teso all’imparare, all’acquisire nuove conoscenze e competenze ottiene risultati inaspettati fatte con azioni rapide, silenziose ma precise.

Epoché e riproduzione vietata. Principi eidetici di autoformazione.

9 febbraio 2010 1 commento

La Reproduction interdite” è un dipinto del pittore surrealista belga René Magritte del 1937 (Olio su tela-  81.3cm× 65cm); attualmente è conservato presso il Museo “Boijmans Van Beuningen” a Rotterdam fu commissionato da un committente abituale, il poeta Edward James, ed è considerato un ritratto di James nonostante il volto del protagonista non sia dipinto… Si tratta di una delle tre opere prodotte da Magritte per la sala da ballo della casa di James a Londra (le altre due furono: “Le modèle rouge”–1937 e “La duree poignardee”-1938). Magritte dipinse nello stesso anno un altro ritratto di Edward James intitolato “Le Principe du Plaisir”, dove il protagonista era seduto di fronte ad un tavolo, con il volto ignoto poiché al suo posto è rappresentato un lampo acceso, come il flash di una macchina fotografica.

Il lavoro rappresenta un uomo in piedi di fronte ad uno specchio ma, tranne il libro sul camino che è riflesso correttamente, l’uomo può vedere solamente la sua nuca. Il libro sul camino è una copia delle “Avventure di Gordon Pym” (si può notare la dicitura in francese “Les aventures d’Arthur Gordon Pym) di Edgar Allan Poe, un  maestro del “fantastico”, uno degli autori preferiti di Magritte e a cui fece diversi riferimenti nelle sue opere.

Lo specchio rappresentato non riflette quindi il volto dell’uomo ma rimanda, in modo illogico, le sue spalle. Il riflesso dell’uomo genera un doppione di se stesso, mentre il riflesso del libro è perfettamente aderente ad una rappresentazione reale poiché presenta il riflesso del suo titolo “al rovescio”.

Un ritratto che esibisce il dorso del soggetto è un’infrazione alle regole dell’identità e del genere l’esistenza stessa del signor Edward James è in un certo senso negata. La libera interpretazione ci permette di pensare che il signor James non esiste nel dipinto ma esiste una sua immagine, così come si può immaginare che lo specchio rifletta sé stesso rivolto verso sé stesso.

Una rappresentazione del riflettere, che surrealmente diventa un divieto, un ostacolo.

Probabilmente non si può rappresentare la riflessione di una persona, semmai solo il suo riflesso…

Il primo stadio della trasformazione nell’accezione dell’@robase dell’autoformazione (cfr. Beronia, 2008) è legata al concetto di riflessione e osservazione interiore sui propri fabbisogni formativi, più o meno formali.

Rappresentare questo elemento in un’espressione artistica non può avere spunto migliore.

Ci aiuta, filosoficamente, delineare questo passaggio attraverso il principio “eidetico”, di husserliana memoria.

Eidos (εδος) significa “idea”, “immagine”, “forma”; un termine usato da Platone per fare riferimento alle “forme ideali” nella teoria delle idee.. In qualche modo l’“eidos” esprime la natura interna di una cosa: un nucleo invisibile e causa prima dell’esistenza di una cosa.

La ricerca di questa immagine interna, così intima e di difficile rappresentazione, ha bisogno di un processo diverso e originale, molto diverso da logiche pre-definite e statiche, ma di un capovolgimento dell’agire indagatorio verso sé stessi e il mondo. A questo cavillo riflessivo Husserl rimedia con l’epoché (ποχή), ossia la “sospensione”: la sospensione del giudizio (già formulata da Cartesio) è l’astensione da una determinata valutazione, nel momento in cui non sono disponibili elementi sufficienti per formulare un giudizio stesso.

Si tratta di un processo cognitivo strettamente implicato nella costruzione di giudizi etici, morali. Contrariamente al “pre-giudizio”, la sospensione del giudizio prescrive di astenersi da azioni di attribuzione morale fino al raggiungimento della necessaria quantità di informazione.

Per questo la riflessione autoformativa deve partire da un principio di epoche, costruttivo in quanto teso a raccogliere quante più informazioni possibili per poter valutare e valutarsi in modo quanto più attendibile.

In un contesto sociale o di relazione diadica con un altro “essere”, l’astensione dal giudizio permette di rimediare al fanatismo e in buona misura di evitare i conflitti legati all’incomprensione reciproca. Si tratta di una prestazione di relativismo perfettamente in linea con i tempi post-moderni, ma che può essere calibrata per una crescita interiore molto più produttiva in termini esistenziali.

Quando tutto intorno sfugge al controllo, quando gli eventi modificano il proprio piano di lettura del mondo, delle relazioni e della propria esistenza non si può che sposare dei principi abduttivi di ricerca del sé e di riflessione fenomenologica sul reale.

Nella sua finitezza l’uomo non può prevedere il futuro, né può valutare con oggettività il passato e non si può giudicare un fatto senza esserne il protagonista o un personaggio senza esserlo. Talvolta non si può giudicare neanche sé stessi, se non “riflettiamo” sulla nostra immagine… “proibita”.

Il miglioratore del mondo

Le difficoltà, i “traviamenti”, le inquietudini, gli slanci e le ombrosità dei tormentati anni della giovinezza rivivono splendidamente descritti in un significativo racconto della produzione giovanile hessiana. Nel “miglioratore del mondo” Hesse riflette con ironia partecipata e particolare finezza psicologica sul travaglio della gioventù nell’impatto con il mondo “adulto”…

Ogni periodo della vita che comporta trasformazioni e cambiamenti sembra riproporre le tensioni, i tormenti e le contraddizioni della vita giovanile, anche se i cambiamenti avvengono avanti negli anni. Gli atteggiamenti estremi e “anarchici” di Berthold, il protagonista del racconto di Hesse, che decide di lasciare il turpe mondo cittadino per seguire naturiste e pacifiste del suo periodo andando a vivere come un eremita in campagna, sono la raffigurazione esplicita delle nostre tensioni interne votate al cambiamento.

“Solo il mattino seguente, svegliandosi in un letto nuovo insolitamente morbido e ricordandosi della sera prima, si rese conto che la sua insoddisfazione per la semplice stanzetta e la sua esigenza di una maggiore comodità andavano in effetti contro la sua coscienza. Solo che non se la prese, si alzò ben riposato dal letto e pensò con eccitazione alla giornata che lo aspettava…”

Migliorare il mondo” significa, su un piano squisitamente soggettivo, migliorare la propria prospettiva e cambiare il proprio mondo: un azione che senz’altro influenza positivamente chi sta intorno, attraverso la diffusione pervasiva di buone pratiche di trasformazione.

A volte il cambiamento avviene diversamente, poiché si insinua dolcemente tra le pieghe dei nostri atteggiamenti e permette le modificazioni del nostro essere in forma incosciente, salvo poi emergere con forza tutto insieme:

“Per prima cosa si recò da un barbiere per farsi accorciare i capelli e tagliare la barba, e quando si guardò allo specchio e poi uscì in strada e sentì nel vento leggero la freschezza delle guancie rase, gli cadde completamente di dosso ogni eremitica timidezza. In fretta si recò in un grande negozio di abbigliamento, comprò un vestito alla moda e lo fece adattare il più accuratamente possibile alla sua figura, lì accanto acquistò della biancheria, cravatta, cappello, e scarpe, vide finire il suo denaro e andò in banca a prelevarne dell’altro, aggiunse al vestito un cappotto e alle scarpe delle soprascarpe di gomma, e la sera, quando tornò a casa piacevolmente stanco, trovò già tutto lì, in scatole e pacchetti ad aspettarlo.”

Mezirow delinea scientificamente le “fasi della trasformazione”, ricorrenti in ogni individuo, sebbene queste avvengano con tempi e modi differenti per ognuno di noi (Mezirow, 1991):

1)  dilemma disorientante;

2)  autoesame, sensi di colpa e di vergogna;

3)  valutazione critica degli assunti epistemologici, socioculturali e psichici;

4)  scoperta della scontentezza come processo comune ad altri;

5)  esplorazione delle opzioni che prospettano nuovi ruoli, relazioni e azioni;

6)  pianificazione di un corso d’azione;

7)  acquisizione di conoscenze e competenze utili all’implementazione dei propri piani;

8)  sperimentazione provvisoria di nuovi ruoli;

9)  familiarizzazione con i nuovi ruoli e relazioni;

10) reintegrazione nella propria vita, sulla base delle condizioni imposte dalla nuova prospettiva.

Dopo questo faticoso percorso, che associa momenti drammatici e intensi ad episodi di riflessione e sperimentazione meno emotiva, si torna forse, “piacevolmente stanchi”, ad osservare i frutti della propria evoluzione interiore e a compiacersi, per auto-gratificazione, del lavoro svolto.

Il cambiamento è un’eterna battaglia di ottimismo e speranza autogenerata. Attraverso le agitazioni utopiche e le lotte interiori si combatte verso l’equilibrismo tra la “sindrome di Pollyanna” e il “pessimismo cosmico”, tentando strade più o meno adeguate al proprio atteggiamento intrinseco.

Il “Bullish Feeling”(il toro è uno dei due animali-simbolo della finanza, il termine bullish definisce un mercato in rialzo, in opposizione al mercato bearish che tende invece al ribasso), che dalla terminologia giornalistica sta prendendo piede, rappresenta una chiave di volta importante per impostare lo “standing” interiore. Non si deve scadere nell’ottimismo delle favole, distaccato completamente dalla realtà: lo sguardo alla storia e all’esperienza personale deve essere sensatamente connesso al contesto di riferimento, evitando però di ritrovarsi in situazioni di rimpianto o di melanconia per il “tempo che fu”.

Le date, le ricorrenze hanno un valore se tali sentimenti ed espressioni comportamentali vengono fatte rivivere con una tensione “giovanile” verso il futuro. Futurismo d’azione e di contemplazione, obiettivi “raggiungibili e misurabili”, ma comunque alti.

Ritrovare la fiducia in sé stessi significa anche attribuire un po’ di fiducia nell’intangibile (non dico negli uomini, potrebbe diventare un passaggio “illusivo”), nella compensazione del Fato, o nella Provvidenza (fate voi..). È un po’ la regola che tutti gli imprenditori di successo sembrano raccontare, dove anche di fronte alle difficoltà l’unica cosa che conta è la “fede” nelle proprie capacità, la “speranza” nella buona sorte e la “carità” del lavoro umile e costante di tutti i giorni.

Non basta. A guidare la trasformazione in positivo dei malumori interni in un momento di cambiamento serve anche il supporto degli affetti, la condivisione di speranze e di obiettivi comuni verso un futuro preciso e piacevole. Un sogno lucido e una persona accanto.

“«È venuto il dottor Reichardt», disse Agnes alla madre, che porse alla mano il visitatore. Ma lei, nella luce mattutina della stanza chiara, guardò l’uomo, lesse sul viso smagrito la miseria di un anno sbagliato e difficile, e nei suoi occhi la volontà di un amore ormai chiarito. Non lasciò più il suo sguardo e, silenziosamente attratti l’uno dall’altro, si diedero ancora la mano.”

tra l’intenzionale e l’accidentale

i cambiamenti possono prevedere un trasferimento nella propria vita anche privata di ciò che si è acquisito senza una crescita ulteriore di carattere intellettuale, di carattere mentale, per cui a mio parere la vera, più profonda e più sofisticata autoformazione si ha quando si intrecciano questi due motivi: un cambiamento di natura esistenziale ma anche una disponibilità allo sviluppo di sé, lo sviluppo personale, con una capacità di dominio, di autocontrollo e di disciplina da parte del soggetto” – Duccio Demetrio in G.Beronia, Autoformazione, Roma, Learning Community, 2008, pp.147-148

Rileggere alcune pagine di un’intervista fatta a Duccio Demetrio un paio d’anni fa ha sublimato sul  piano scientifico-pedagogico la lettura degli eventi che mi hanno riguardato personalmente in questo ultimo periodo. La riflessione autobiografica (anche se rimarrà intima e non esplicitata pubblicamente in questa sede) mi ha permesso di acquisire molto dal reale che mi circonda ultimamente.

Gli eventi della vita (accidentali e non…) sono senza ombra di dubbio molto più “formativi” di molti percorsi formalizzati di apprendimento. Il pensiero pedagogico attuale appare infatti molto focalizzato sull’importanza dell’apprendimento “per scoperta” e dell’apprendimento “significativo”, in generale sulla “costruzione” dell’individuo in base all’esperienza di deweyiana memoria. Vivere quindi eventi inaspettati, esperire sensazioni forti e risolvere problemi complessi sono un incentivo all’autoformazione, all’ “educazione interiore” in termini di competenze strategiche di apprendimento.

Concordemente con il pensiero di Demetrio non posso far altro che riconoscere l’importanza di una preparazione cognitiva e affettiva alle dinamiche del cambiamento, che può risultare devastante in termini motivazionali e apprenditivi se non supportati da un bagaglio di strumenti interni di autoriflessione e autoapprendimento.

Guidare il proprio destino formativo (oltre che personale… Anche se in questa prospettiva tenderei a farli coincidere…) significa quindi equilibrare le considerazioni sulla determinazione del proprio cammino apprenditivo e di vita tra un aspetto umanistico e uno trascendentale.  L’uomo, allo stesso tempo bricoleur del proprio destino (il  “faber est suae quisque fortunae” di Sallustio e l’ “homo faber ipsius fortunae” di Pico della Mirandola) e ricettore degli eventi (contingenti o provvidenziali, divini o casuali) può munirsi della forza di affrontarli attraverso il doppio binario della probabilità accidentale e  dell’intenzione apprenditiva.