Nodi gordiani. Culture annodate. Formarsi al nodo.

Tra rischi e incertezze

E’ difficile descrivere il momento attuale con distacco ed autoironia. E’ troppo facile, al contrario, dilettarsi nella ricerca di coincidenze cabalistiche post-profezia Maya: oltre ad esserci ritrovati nel 13° anno di inizio millennio, siamo da poco entrati nell’anno del Serpente (che secondo il calendario cinese rappresenta un momento di grande trasformazione), da pochi giorni la tradizione ebraica ha ricordato nella festività di Purim il “digiuno di Ester” e siamo in Quaresima.

Le stelle e la tradizione vogliono ricordarci qualcosa? No. Ci pensa l’attualità a sublimare un momento catartico mai visto, dove iniziano a traballare contemporaneamente ruoli istituzionali e simboli religiosi, certezze e incertezze iniziano a mescolarsi freneticamente in una centrifuga di momenti storici e delicati cambiamenti. Sta iniziando il futuro? O comunque un futuro diverso?

Uncertainty diventa sinonimo di normalità in un quadro socio-cultural-politico come quello attuale. Credo però sia utile fare riferimento ad una distinzione ben precisa tra rischio e incertezza “knightiana”, ovvero quell’incertezza definita dalll’economista Frank Knight (“Risk, Uncertainty, and Profit, 1921), rapportata ad un rischio il cui significato riguarda, in certi casi, una quantità suscettibile di misurazione, mentre altre volte si tratta di qualcosa che non è palesemente misurabile: un’ incertezza misurabile è molto differente da una non misurabile, poiché che in effetti non si tratta affatto di un’incertezza🙂

Laddove il rischio è calcolabile, è possibile affrontare un momento di difficoltà e di incertezza, in quanto siamo in grado di immaginare quale sia la direzione che sta prendendo il nostro incedere.

 

In questo periodo si spendono le metafore nautiche come fossero nichelini e (siccome non costa niente) decido di spenderne un pò anch’io…

La crisi, metaforizzata in una tempesta degna di rappresentazione alla Herman Melville, non può che essere affrontata prendendo le onde “al mascone” (ultimamente Gramellini si è dilettato citando questa simbologia in tv): in un’imbarcazione il mascone è una parte dello scafo, a metà strada tra la prua (la “punta”)  e il traverso (la “metà”, il centro), dove si tende a prendere le onde in caso di mare formato a prua, per mitigare gli effetti di “beccheggio” e “rollio” che compromettono la stabilità dell’imbarcazione, oltre a generare pericolosi effetti della nausea nell’equipaggio.. Ma in navigazione si sa bene che “prendere le onde al mascone” non è che un compromesso per limitare i danni e non per risolvere il problema (il mare grosso). La nautica prescrive di prevedere le condizioni meteorologiche e di evitare di affrontare situazioni “burrascose”. Siamo quindi nel campo del rischio (più o meno calcolato se vogliamo) e non in quello dell’incertezza.

La domanda che si fa l’equipaggio di questo Paese (che invece vive un momento di incertezza) è sapere se chi è, è stato, e sarà al comando ha la più pallida idea di quale sia il modo per fuggire la tempesta, avendola o meno prevista.

Provare a leggere l’intricata situazione socio-politica attuale appare sempre più un nodo gordiano. La leggenda racconta che nella città di Gordio, in Anatolia, Re Mida dedicò il sacro carro del padre Gordio (diventato re precedentemente perché entrato in città secondo una profezia su un carro trainato da buoi) agli dei, e questo fu legato ad un palo con un intricato nodo di corniolo, rappresentando simbolicamente la ferma solidità del potere regale e politico. La profezia dell’oracolo a quel punto definiva che chi fosse stato in grado di scioglierlo sarebbe diventato imperatore dell’Asia Minore. Alessandro Magno, quando arrivò da quelle parti decise di “darci un taglio”, senza troppe perifrasi. Questo momento sembra quasi fautore di una “soluzione alessandrina”, alla contorta situazione socio-politica: netta, semplice, rapida e decisa.


Per una logica della gassa d’amante.

Tornando alla metafora nautica e ai nodi, in assenza di soluzioni decise e nette, bisognerebbe passare da una “logica del nodo gordiano” ad una “logica della gassa d’amante”.

La cultura “annodata” di un cambiamento che sembra sempre posticipare il suo avvento, deve passare per l’abbandono della logica della conservazione di una tradizione sempre più aggrovigliata da cui è difficilissimo raccapezzarsi. Sciogliere un nodo è un lavoro di pazienza e attenzione che in taluni casi non sempre sono disponibili, magari per ragioni di tempo e di sicurezza.

La tradizione nautica tramanda da sempre (forse millenni, stando al ritrovamento della barca solare di Cheope) di premunirsi con un “bowling knot” ovvero la “gassa d’amante”, un nodo semplice e sicuro che rappresenta simbolicamente la prevenzione e l’acutezza nel risolvere situazioni “intricate”… La prima menzione della gassa in uno scritto ufficiale risale alla “Grammatica del Marinaio” di J.Smith del ‘600, dove viene definito come un nodo “forte e sicuro, così ben fatto e fissato dalle briglie nell’occhiello delle vele che queste si rompono o si dividono prima che il nodo possa sciogliersi”.

Passare ad una logica della gassa d’amante significa utilizzare metodi sicuri ed efficaci per diversificate situazioni; significa imparare ad utilizzare uno strumento semplice e multi-funzione, di estrema efficacia, soprattutto in situazioni di incertezza o di tempesta.

L’approccio formativo alla “logica della gassa d’amante” passa per una capacità predittiva che assicuri di trarre giovamento dal cambiamento. Sul piano manageriale lo spunto che sembra emergere è quello della Marketing Myopia di Theodore Levitt, dove il suggerimento dato alle imprese è quello di concentrare le proprie riunioni sulle esigenze dei clienti piuttosto che sulle strategie di vendita dei prodotti. Convinzioni e compiacenza di essere in una “campana di vetro” di crescita può far perdere di vista ciò che realmente i clienti vogliono. E i clienti sono i cittadini del mondo e i cittadini di un Paese fortemente dimenticato dai manager che operano nel, e per, il patrio suolo.

Una delle ragioni per cui la miopia è così comune è che le persone sentono di non poter predire con precisione il futuro, che è una preoccupazione legittima. Ma si tratta (tornando all’inizio del discorso) di un rischio, non di un’ incertezza, laddove sia possibile utilizzare delle tecniche di predizione commerciale e un ascolto del mercato di riferimento per stimare le circostanze future nel miglior modo possibile.


Nodi autoformativi

Morale conclusiva: imparare a fare i nodi. Annodare l’apprendimento saldamente al proprio futuro, consapevoli che la prevenzione sia sempre uno scarto di rischio e un’incertezza in meno. Darci un taglio, se serve, e prepararsi al cambiamento: prima o poi arriva.

Design “Made in Myself”

Mi imbatto nel Design. Perché utilizzato in certi contesti sembra avere un vero “cool effect”. Perché il termine è associato inconsciamente al “bello” oltre che al “ben fatto”. Forse perché è un concetto che richiama tanto quello che oggi rimane di “Eccellenza Made in Italy” (vd.http://www.academia.edu/1313023/Design_tra_invenzione_e_innovazione_Design_between_Invention_and_Innovation)

Non solo il “significante”, ma anche il significato in fondo ha una derivazione italica, in quanto il termine è latino: Designare; de-signum, ovvero “dal segno”,  “di segno”, “fuori dal segno”. Il richiamo interessante è all’uso del “segno” utilizzato per rappresentare, ideare, progettare.

Il “Design” sembra però racchiuso in una diatriba tutta odierna tra l’essere e l’apparire:

People think it’s this veneer – that the designers are handed this box and told, ‘Make it look good!’ That’s not what we think design is. It’s not just what it looks like and feels like. Design is how it works”. Steve Jobs

Apple del Design, inteso sia in senso estetico (ostentatamente user friendly) sia in senso razionale (effettivamente user friendly), ha fatto la sua bandiera e verificare che uno Steve Jobs privilegi l’importanza della componente pragmatica mi può far pensare che l’accezione “californiana” del significato sia probabilmente meno “mediterranea” di quanto pensassi.

La differenza vera forse la fa solo l’intenzione (stavolta ci torna utile l’etimologia francese desseign, ovvero “scopo”, “progetto”, “disegno”) con cui vengono rappresentate e progettate le cose.

L’INTENZIONE

A tal riguardo mi ha colpito molto questo video delle convention “TED”, connotate fortemente da uno stile “stelle e strisce”, ma comunque intriganti [probabilmente perché sono ben “disegnate”]:

John Hockenberry: “Siamo tutti designer”

http://www.ted.com/talks/lang/it/john_hockenberry_we_are_all_designers.html

Dalle frasi a effetto del giornalista sottolineo un paio di passaggi:

“C’era progettazione in tutto quel che mio padre faceva. Aveva un gruppo jazz stile Dixieland quando eravamo piccoli, ed interpretava sempre le cover di Louis Armstrong. Ogni tanto gli chiedevo, “Papà, vuoi che assomigli al disco?” Avevamo un sacco di vecchi dischi jazz in giro per casa. E lui diceva, “No, mai, John, mai. La canzone è solo un dato di fatto, è così che devi vederla. Devi renderla tua. Devi progettarla. Mostrare a tutti a cos’hai in mente“.

“La differenza è l’intenzione…L’intenzione cambia del tutto l’immagine. Scelgo di valorizzare quest’esperienza rotolante (la sedia a rotelle, ndr) con un semplice elemento di design. Agendo con un’intenzione. Trasmette la paternità di un’idea. Suggerisce che c’è qualcuno alla guida. È rassicurante; le persone ne sono attratte. A volte fanno propria quell’esperienza. Facendo una cover della melodia tragica con qualcosa di diverso, qualcosa di radicalmente diverso”.

Potremmo ripensare al mestiere di progettista come un bel connubio di tensione al “bello” e al “funzionante”, a partire dall’intenzione con cui sviluppiamo idee e rappresentiamo concetti. Un sincretismo importante di razionalità e passione, ingegneria e arte. Il progettare implica pertanto l’utilizzo dei “segni”, o proprio dei “disegni”, spesso al fine di condensare l’astrazione nell’applicazione.

L’esempio più efficace in questa esplorazione è proprio quello dell’architetto.

L’ARCHITETTURA

L’architetto è il “primo motore immobile” di un progetto, colui che il “disegno” ce l’ha in mente e conseguentemente lo rappresenta, definendone tutti gli aspetti per renderlo successivamente applicato alla realtà.

Il termine Arché come “principio apparso cronologicamente/ontologicamente per primo” è racchiuso nel significato di architettura, lo strumento che dà origine alle cose.

Potrebbe essere utile a questo punto condensare la dissertazione senza scomodare ulteriormente filosofi greci, stoici, idealisti e via dicendo, focalizzando l’importanza autoformativa che racchiude il concetto di Design, in quanto se “tutti siamo designer”, ognuno è “architetto” del proprio “design formativo”.architetto

L’architettura dell’auto-apprendimento si configura in maniera del tutto particolare attraverso il concetto di Design.

Pensare al proprio sviluppo formativo in termini di un’esperienza che sia allo stesso tempo “bella” e “ben fatta” infatti, riporta ad una progettazione analitica, puntuale ma anche piuttosto smart, come si usa dire in ambito aziendale.

Il divertimento ad auto-apprendere, il gusto di pianificare le proprie risorse personali fa riferimento ad una vera e propria scelta di stile di progettazione.

LO STILE

Tutti i grandi architetti, i grandi artisti hanno uno “stile”, o comunque sono richiamati ad un gruppo di riferimento. Fatto sta che il distinctive manner, l’elemento riconoscibile, il segno distintivo, deve essere sviluppato in ogni opera di progettazione.

Lo stesso può valere per il proprio progetto autoformativo, indipendentemente se si è fabbri, artisti o semplicemente architetti di sé stessi. Al proprio progetto di autosviluppo si può dare il “tocco” in più, la propria firma, il gusto estetico e, perché no, artistico dell’apprendere.

Questo significa generare il principio di apprendere con intenzione, disegnando il proprio progetto fatto di scopi, di obiettivi, di passi, di tempi e di responsabilità personali, senza tralasciare l’importanza del gusto e della distintività del proprio imparare.

Parafrasando nuovamente una delle riflessioni condotte finora: “L’apprendimento è probabilmente un dato di fatto. Ma devi renderlo tuo. Devi progettarlo. Mostrare a te stesso cos’hai in mente

Le cadavre exquis boira le vin nouveau. Appunti surrealisti per un’autoformazione inconscia

Al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale e senza il controllo della ragione “Il cadavere squisito berrà il vino novello”. Il gioco surrealista detto anche dei “cadaveri eccellenti” è lo spunto per riflettere sulla potenza dell’astrazione e del distacco psico-pedagogico da sé stessi.

Ragionare su sè stessi e su ciò che si sta imparando è un’operazione autovalutativa che può diventare fortemente efficace attraverso degli esercizi di “allontanamento” dal Sé.

In questo le caratteristiche e i principi del surrealismo, a partire proprio dai consigli stilati nel Manifesto di André Breton del 1924 sembrano racchiudere la forza espressiva necessari all’autoformazione dell’anima e dell’ingegno:

“Fatevi portare di che scrivere, dopo esservi sistemato nel luogo che vi sembra più favorevole alla concentrazione del vostro spirito in sé stesso. Ponetevi nello stato più passivo, o ricettivo, che potete […] Scrivete rapidamente senza un soggetto prestabilito, tanto in fretta da non trattenervi, da non avere la tentazione di rileggere. La prima frase verrà da sola”
Con un pò di azzardo pseudo-artistico proverei quindi a parafrasare il procedimento dadaista di creazione di una poesia, parafrasando Ttristan Tzara:

“Per fare autoformazione dadaista

Prendete voi stessi.
Prendete un paio di pensieri sul vostro apprendimento..
Scegliete un’idea che abbia l’importanza che voi desiderate dare al vostro nuovo apprendimento.
Ritagliatevi un momento per voi.
“Tagliare” ancora con cura ogni frammento che forma tale ideae mettere tutte le impressioni in uno spazio mentale.
Agitate dolcemente.
Tirate fuori le parole che definiscono quello che avete appreso una dopo l’altra, disponendole nell’ordine con cui le pensate.
Ripetetele coscienziosamente.
L’autovalutazione vi rassomiglierà.
Ed eccovi diventato individuo in apprendimento infinitamente originale e fornito di una sensibilità incantevole, benché, s’intende, incompresa dalla gente volgare”

Quando il presente intorno a noi diventa ignobile, tanto più dobbiamo guardare le stelle”
(Joan Mirò)

E’ plausibile che in questo momento della lettura vi troviate dispersi nel non-sense..

 

Ma l’onnipotenza dell’onirico e il “gioco disinteressato del pensiero” possono veicolare la risoluzione dei principali problemi della vita, liquidando altri meccanismi psichici, espressione ansiogena di comportamenti “de-apprenditivi”.

Senza sconfinare nel patologico, credo sia (seppur stranamente) molto efficace optare per un’autovalutazione che in qualche modo si avvicini alla “depersonalizzazione”.

Probabilmente quasi a tutti è capitato di provare dei sentimenti di “estraneità da sé” ed un senso di irrealtà, come la sensazione di guardarsi dall’esterno, di essere fuori dal proprio corpo, o meglio dell’incapacità di riconoscersi allo specchio.

La sensazione di essere scissi in una parte “osservante” ed una “partecipante” (Steinberg, Schnall, 2001) permette infatti un senso di distacco dalle proprie emozioni ed un giudizio più oggettivo su sè stessi che può essere canalizzato nella valutazione autoformativa [senza ovviamente cadere in un vero e proprio “Disturbo da Depersonalizzazione” di tipo dissociativo😉 ]

 

Ho già esplorato precedentemente il senso del distacco da sé attraverso il tema del solipsismo, ma in questo caso è utile ragionare sulla forma dell’astrazione da sé stessi che, oltre che attraverso un buon bicchiere di vino (novello?)🙂, può avvenire con una forma di “stream of consciousness” sperimentato ampiamente nella letteratura di primo novecento, come da Joyce.

Ecco che attraverso il gioco e le parole si possono elaborare pensieri “portmanteau”, in prima battuta apparentemente surreali ma al contempo estremamente profondi e genuini. Piacevoli.

Giusto per un esempio è il caso di citare quindi Fosco Maraini e il suo “Lonfo” che “non vaterca né gluisce/e molto raramente barigatta/ma quando soffia il bego a bisce bisce/sdilenca un poco e gnagio s’archipatta”  piuttosto che il suo antenato “Jabberwocky” di Lewis Carroll pubblicato nel quasi intraducibile Through the Looking-Glass, and What Alice Found There del 1871:

 

'Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.
Beware the Jabberwock, my son!
The jaws that bite, the claws that catch!
Beware the Jubjub bird, and shun
The frumious Bandersnatch!
He took his vorpal sword in hand:
Long time the manxome foe he sought
So rested he by the Tumtum tree,
And stood awhile in thought.
And as in uffish thought he stood,
The Jabberwock, with eyes of flame,
Came whiffling through the tulgey wood,
And burbled as it came!
One, two! One, two! And through and through
The vorpal blade went snicker-snack!
He left it dead, and with its head
He went galumphing back.
And hast thou slain the Jabberwock?
Come to my arms, my beamish boy!
O frabjous day! Callooh! Callay!
He chortled in his joy.
'Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.

 

Oltre la metasemantica, tornando al principio autoapprenditivo, mi preme definire un modello di autovalutazione “surrealista”, a partire dal presupposto onirico & psico-analitico, certo del fatto che

 

“I sogni non vogliono farvi dormire; al contrario, vi vogliono svegliare.” (René Magritte)

L’elaborazione che segue, in accordo con questo esperimento è pertanto del tutto surreale, istintiva e de-personalizzata.

Distinguiamo 3 passaggi successivi all’esercizio di “distacco dal sè apprenditivo”, attivato per guardare con un occhio diverso, ma con la stessa “anima”:

1) scire

SAPERE

Ovvero conoscere gli aspetti di apprendimento su cui focalizzare la propria attenzione autoformativa. L’oggetto della propria autovalutazione.

 

2) intelligere

CAPIRE

Comprendere la semantica apprenditiva. Le associazioni di parole e giudizio sul tema di apprendimento prescelto assumono una forma comprensibile, grazie al ragionamento distaccato e scevro di pregiudizi

 

3) discere

IMPARARE

Acquisire appieno il tema prescelto e padroneggiarne forma, senso e significato. Tradurre l’apprendimento “inconscio” verso la coscienza e la replicazione.

Detto questo, se non avete capito, probabilmente avete capito. Solo un ultimo suggerimento:

 

Per un’economia educativa

Prima del nuovo discorso (o meglio pro-neologo)

Due anni di silenzio autorfilessivo sembrano tanti, ma la trascrizione del proprio apprendere non annovera uno scadenzario e delle deadline imposte. Un pò come la malattia parodontale (come diceva la mia igienista dentale): ci sono periodi della vita in cui l’attacco batterico diventa più intenso in contrapposizione ad anni di assoluta mancanza di problemi al tessuto gengivale, indipendentemente dalla noncuranza nel trattamento di pulizia quotidiana.

Tentando di ripartire da un nuovo ciclo di autoapprendimento, stavolta l’attenzione si rivolge verso il rapporto stringente che esiste tra l’universo formativo e quello economico.

E’ a partire da qualche pagina, sfogliata piuttosto distrattamente, dei grandi nomi dell’universo di studio economico  che si inscrive la nuova riflessione pedagogica personale di questo Cahier de Bord autoformativo.
Due prime suggestioni:

“Fondamento dell’economia politica ed in generale di ogni scienza sociale è evidentemente la psicologia” (Vilfredo Pareto)

Giusto un pò di ricarica all’autostima, per immaginare che anni di studio sulle scienze “soft” in fondo abbia un senso, proprio in un momento in cui sembrano avere successo solo i numeri e coloro che li sanno gestire.

“L’economista è il fiduciario di una civiltà possibile e se gli interessi costituiti prevalgono sulle idee, tuttavia l’economista deve stare attento alle idee”. (Federico Caffè)

Forse il giusto compromesso è proprio questo. Il legame che avvicina indissolubilmente l’impostazione economica alla filosofia non può essere messo in discussione. Se idee e interessi convergono verso obiettivi comuni, possono certamente nascere progresso e sviluppo: sociale e personale.

L’ECONOMIA x L’EDUCAZIONE = FORMAZIONE / ETICA + DEMOCRAZIA

L’economia educativa, tra etica del progresso, “asimettria formativa” e “democrazia corinthiana”

“Sembra a chi scrive che lo scopo principale del progresso sociale dovrebbe essere quello di preparare, attraverso l’educazione, l’umanità ad uno stato sociale che unisca, alla massima libertà personale, quella giusta ed equa distribuzione dei prodotti del lavoro che le attuali leggi sulla proprietà sembrano trascurare del tutto”

J.S. Mill, “Principi di economia politica”

L’ermeneutica del mondo aziendale costringe spesso a fare i conti con la questione del valore aggiunto: economico e/o di progresso-sviluppo della persona. E/O, perché spesso l’uno esclude l’altro, sebbene il primo esista in funzione del secondo. L’ οἱκονομία, ovvero il “governo della casa” e pertanto l’amministrazione dei beni di un soggetto, di un’impresa, di una comunità, di uno Stato dovrebbe racchiudere in sé un principio che tende al benessere e al progresso dell’oggetto per cui opera: senza scomodare eccessivamente le riflessioni contenute in Etica ed economia di Amartya Sen e le imprerscrutabili “misurazioni della felicità”, è utile soffermarsi a considerare il potente valore educativo che racchiude l’impostazione economica nei diversi contesti sociali.
Ci si può soffermare su un documento di Antonio Fiscarelli depositato in rete (http://www.edscuola.it/archivio/ped/educazione_ed_economia.pdf) che rappresenta piuttosto bene il legame che da sempre vincola la costruzione della politica educativa a partire dal modello economico più in auge, piuttosto che l’importanza che rappresenta l’istruzione economica ed in particolare la dinamica “Educazione e Lavoro”, soprattutto in riferimento ai paradigmi di Democrazia Educativa del buon Dewey. Questo spunto permette un’ulteriore citazione:

“Tradotta in scopi specifici, l’efficienza sociale implica il possesso di una «coscienza» dei frutti del l’industria umana e ne denuncia l’importanza. La gente non può vivere senza i mezzi di sussistenza; i modi in cui  questi sono impiegati e consumati hanno una profonda influenza sulle relazioni delle persone fra loro […] Nessun piano di educazione può trascurare queste considerazioni fondamentali [ …] Col trasmutarsi della società da oligarchica in democratica appare naturale che risultato valido dell’educazione debba essere considerata la capacità di farsi economicamente strada nel mondo e di amministrare utilmente le risorse economiche invece che adoperarle solo per sfarzo e lusso” (J.Dewey, Democrazia e Educazione)

Un termine condiviso collegato alla bontà di un sistema economico è la cosidetta presenza di simmetria informativa. Lo stato contrario rappresenta una condizione in cui l’informazione non è partecipata tra gli individui facenti parte del processo, quindi una parte degli attori interessati possiede informazioni maggiori  rispetto agli altri, traendono vantaggi personali.

L’architettura economica odierna si basa (ma forse si è sempre basata così) sulla capacità di pochi di possedere informazioni strategiche legate all’investimento economico o alla speculazione finanziaria.

Rappresentare un’idea di democrazia reale in campo economico sembra una favola. Un pò come la bellissima storia della “Democrazia Corinthiana” attuata da Socrates e i suoi compagni trent’anni fa:

Nel 1982 ebbe inizio il periodo della cosiddetta Democrazia Corinthiana. Nell’aprile di quell’anno termina il mandato del presidente Vicente Matheus e lo sostituisce Waldemar Pires. I calciatori Sócrates, Wladimir e Casagrande si ergono a leader dello spogliatoio e di fatto iniziano una autogestione del club, dirigendo la squadra affiancati dall’allenatore Mário Travaglini. La formazione è decisa dai giocatori, che votano su ogni questione posta, di fatto ricalcando il sistema democratico: nel 1982 e nel 1983 la squadra vince il Campionato Paulista. I membri della rosa e della dirigenza avevano eguale diritto di voto, e le loro opinioni avevano lo stesso peso: inoltre, i calciatori avevano il potere di utilizzare la maglia a fini pubblicitari o propagandistici.Nel 1984 Sócrates e Casagrande lasciano il club, e la Democrazia Corinthiana termina: il breve periodo contribuisce, tra le altre cose, a risanare le casse del club, che erano piene di debiti ereditati dalla precedente gestione (cfr. Wikipedia)
Un micro-caso di democrazia reale, dove le informazioni sono conosciute da tutti e condivise sulla base di una ledership saggia e orientata sugli obiettivi.

La storia economica e politica di oggi forse ci rappresenta che certi episodi rimangono tali, e soprattutto si sviluppano in contesti circoscritti, in microcosmi di piccole dimensioni e poche persone (basti pensare alla democrazia ateniese e all’isopsefia (“stesso sassolino” – ovverso stesso “peso” per ogni individuo).
Allora non ci illudiamo che il sistema economico globale e l’economia del terzo millennio si basino su un sistema millenario di rappresentanza omogenea dell’informazione.
Il problema è sempre la consapevolezza reale che i diversi attori della democrazia possono avere rispetto ad un tavolo di votazione. Se la conoscenza è asimetrica non è possibile avere un “sassolino” dello stesso per votare.

L’EDUCAZIONE x L’ ECONOMIA =  CONSAPEVOLEZZA > x

“Le tecniche sono importanti, e vi è un solo modo per impararle. Osservare quelli che hanno avuto successo. Una volta mi resi conto che quelli che pure esercitano la stessa attivita, alcuni impoveriscono del tutto e altri si arricchiscono notevolmente: io me ne meravigliai e mi parve che valesse la pena di indagare questo fenomeno. Osservando bene trovai che in ciò non v’era nulla di strano, dato che chi esercitava le sue attività a casaccio ne aveva delle perdite, e chi invece si dava da fare con intelligenza e giudizio compiva la sua attività più rapidamente, più facilmente e con maggiori guadagni. Io penso che anche tu, se vuoi, e se gli dei non lo impediscono, imparando da loro, diventerai abile gestore dei loro affari”. Senofonte, “Oeconomicus”

Ecco che in questa riflessione l’importanza dell’educazione come condizione concreta di sviluppo personale e sociale (in senso economico) prende piede. Ripensare ad una pedagogia “economica” oggi può permettere di sperare in un futuro più civile e onesto.

E’ forse pportuno valorizzare i tentativi di financial literacy che alcuni organismi internazionali provano a sviluppare, a partire dall’OECD o dal Council for Economic Education (http://www.councilforeconed.org) e mutuarli nei nostri sistemi di istruzione, formazione, orientamento e inserimento professionale.

Pare che attualmente il pensiero di un’educazione finanziaria sia stato esplorato

(www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-04-13/profumo-intervista-154752.shtml?uuid=Abj05WNF), sebbene spesso tutto questo rimanga solo un esercizio di stile.

Eppure di materiali e spunti ce ne sono davvero tanti: la pragmatica anglosassone è così ricca da fare invidia; e sono certo che molti professionisti del campo della formazione potrebbero davvero divertirsi ad applicare certe esercitazioni e certi moduli formativi per tutte le età… http://economicsnetwork.ac.uk/themes/games.htm

Eppure anche solo spiegare ad un giovane in fase di scolarizzazione cosa significhi FTSE MIB, Dow Jones, Margine Operativo Lordo, Break Even Point o anche solo “come si fa una fattura” dovrebbe portare sicuramente ad una consapevolezza diffusa di come va il mondo. Magari anche solo spiegando che finiti gli studi si può perpetrare un’attività imprenditoriale autonoma (senza dover per forza puntare sul cavallo delle lauree magistrali o dei concorsi), o anche solo per prepararsi ad un impiego da precario “a partita IVA”, imparando però già a scaricare un pò di spese😉

 

Il Management orziero e poggiero. Ennesime metafore veliche per l’autoformazione del manager

L’abusata metafora della vela nel mondo del management rischia di far perdere spessore ad un ambito ricco di simboli e significati che può far leva sulla riflessione personale e la possibilità di raffrontarsi con stimoli cognitivi ed esperienziali importanti.

 

Il termine Management deriva dal francese antico Manège, in quanto arte del “maneggio” termine proprio dell’equitazione probabilmente derivante dall’italiano “maneggiare” e quindi dal latino “manus”, “mano”. La “guida”, la “conduzione” del nobile animale è quindi paragonata attualmente alla conduzione di qualsiasi mezzo di trasporto, così come, metaforicamente, di un’organizzazione.

È pacifico considerare che la guida implichi il comando per indicare il percorso da seguire, la meta da raggiungere e gli obiettivi da condividere con i propri compagni di viaggio. Applicando la metafora del comando nautico, è pertanto possibile giocare facilmente con tutte le espressioni figurate che riguardano il movimento, l’andatura, il confronto con i mezzi tecnici, il linguaggio specifico, gli imprevisti, piuttosto che la divisione di ruoli e compiti nella situazione dell’ “andar per mare”.

Vorrei soffermarmi solo su un paio di essi che riguardano la “rotta”, che riassumono, sul piano teorico, la figura del manager come conduttore di un gruppo di lavoro o di un’azienda in un contesto turbolento e articolato come quello del mercato attuale.

A causa della conformazione geoide del pianeta Terra che complica non poco il carteggio nautico, le rotte nella navigazione possono essere costruite nella forma ortodromica o lossodromica. L’ortodromia è il percorso più breve ma che non può essere seguito con la bussola, mentre la lossodromia è il percorso più facile perché può essere seguito con la bussola di bordo, sebbene sia più lungo rispetto alla rotta ortodromica tra due punti (la navigazione infatti si svolge per lossodromia per percorsi inferiori alle 500-600 miglia).

Il management che cerca pertanto percorsi e obiettivi a lungo termine (come una traversata atlantica) tendono ad essere poco efficaci, in quanto costretti a ragionare “lossodromicamente” attraverso gli strumenti che possiedono (la bussola di bordo) e poco adatti a vision troppo lontane nel tempo e nello spazio.

La scelta di una rotta, inoltre, è un aspetto delicato nella pianificazione della navigazione che, nella pratica nautica, viene stabilita secondo dei criteri essenziali: la sicurezza, la brevità e la facilità.

Sicurezza

La sicurezza impone di passare lontano dai pericoli distribuiti in mare o sulla costa e si tratta di un criterio determinante per la scelta di una rotta rispetto alle altre possibili.

Il manager che non applica processi sicuri nella pratica organizzativa non è probabilmente un buon manager. La propensione al rischio è pur sempre un’azione calcolata, confortata da dati e manifestazioni tangibili delle idee perseguite.

Brevità.

La brevità è importante in quanto la rotta più breve è anche la più economica. Inutile soffermarsi sull’importanza del fattore tempo nella pratica organizzativa, così come il valore intrinseco in termini economici che esso possiede. È giusto perseguire decisioni rapide e soluzioni immediate nel management, fatto salvo però il principio precedente, legato alle scelte equilibrate e dotate di senso.

Facilità.

Il criterio della facilità indica che la rotta più facile è quella che può essere seguita con la bussola, attraverso un percorso lossodromico. Ottimizzare le proprie forze e sfruttare gli strumenti a disposizione deve essere una predisposizione naturale del manager che, sebbene abbia scelto obiettivi organizzativi sicuri e redditizi, deve misurarsi con le risorse a disposizione per raggiungerli.

Il Manager può e deve raccogliere sfide importanti soprattutto con sé stesso, per comunicare all’ “equipaggio” le giuste indicazioni e scegliere il “vento” migliore. Un manager “orziero” tenderà a cercare l’ “abbrivio” migliore, inseguendo il vento per una “portanza” di maggiore effetto, cercando di mantenere il più possibile la prora verso la meta di arrivo, mentre un manager “poggiero” tenderà ad allontanarsi dal “vento”, senza contrastarlo, magari cercando vie alternative e nuove per raggiungere il punto di arrivo.

Non ci sono soluzioni univoche, del resto chi va per mare sa bene quante variabili entrino in gioco nella dinamica nautica. L’istinto e il buon senso sembrano allinearsi, in “acque” basate su considerazioni relative, imprevedibilità delle condizioni “meteo” e irresponsabilità degli altri naviganti…

Ancora una volta la pratica autoformativa genererà effetti determinanti, basati sulla riflessione iniziale (la scelta della rotta), sulla motivazione propria e del proprio equipaggio (indispensabile il clima positivo in barca), sulla direzione (definizione del viaggio, verifica delle attrezzature, monitoraggio e tempi di percorrenza, etc.) fino all’autonomia e alla padronanza del comando dell’imbarcazione.

L’insostenibile leggerezza dello Zen

Verso la fine del XIX secolo lo scambio culturale che i Paesi occidentali hanno avuto con l’Oriente si è fatto particolarmente ricco, generando mode e tormentoni nell’intellighenzia e spesso influenzando il pensiero filosofico. Lo Zen (禅) assume una posizione di riguardo in tal senso, rafforzando la sua presenza in particolare durante il movimento beat americano negli anni ’60. La tradizione Zen nasce nella religione induista per sfociare durante i secoli nel buddhismo con diverse forme e scuole, differenziandosi in particolare tra il ceppo cinese e quello giapponese.

Non sono mai stato particolarmente attratto dal fascino esotico di queste dottrine, né soprattutto dai seguaci occidentali che spesso ne traviano i significati o vi speculano sopra.

Come spesso accade, le traduzioni culturali di continenti lontani rischiano lo scimmiottamento da parte degli occidentali, che non hanno gli strumenti per comprenderne il vero senso.

È risaputo che l’obiettivo e il contenuto delle dottrine Zen è comunque la realizzazione del Satori(悟), che diversamente dal nirvana (rimasto particolarmente impresso, ad esempio, nel pensiero di Schopenhauer) si prospetta come una partecipazione attiva e consapevole al mondo piuttosto che una rinuncia completa al mondo attraverso il distacco da esso.

« Satori, in termini psicologici, è un oltre i confini dell’Io. Da un punto di vista logico è scorgere la sintesi dell’affermazione e della negazione, in termini metafisici è afferrare intuitivamente che l’essere è il divenire e il divenire è l’essere. » (Daisetz T. Suzuki, dall’introduzione del libro Lo zen e il tiro con l’arco)

Il termine deriva dal giapponese “rendersi conto” e sottintende un risveglio spirituale, dove non si coglie più la differenza tra il soggetto che prende consapevolezza e l’oggetto di osservazione. Come descrive Herrigel (in un saggio su sé stesso come ennesimo occidentale folgorato dalla cultura orientale) nel volume appena citato il soggetto “Si” mira, “Si” colpisce e “Si” estranea mescolandosi con l’obiettivo dell’arciere nel suo tiro. Il pensiero che si distacca dalle operazioni e permette un’efficacia potente nell’attività che si conduce è davvero tipica nel pensiero orientale. La ripetitività (mantra) e la riduzione dell’emotività permettono una crescita determinante nell’arte insegnata da un maestro (di vita più che di tecnica).

Seppur con un po’ di riluttanza sono costretto a scorgere delle metafore intriganti nella cultura orientale. Il distacco, la solitudine con sé stessi, la riflessione interiore, la costruzione di un percorso di crescita sono tutte parole chiave dell’accezione auto-formativa dell’apprendimento.

Ciò che mi discosta è la stridente dissonanza con la pratica quotidiana e il tumulto delle ansie occidentali legate al materiale, al capitale, all’individuale. Temo che anche il più caparbio shōgun non saprebbe resistere ai ritmi di vita forsennati e psicopatici della vita occidentale postmoderna.

Per questo mi sento di definire questo rapporto con l’approccio zen come non sostenibile sebbene leggero. Come il classico di Kundera, il concetto paradossale è espresso tra il contrasto dell’evanescenza della vita, fatta di scelte spesso sfuggenti e superficiali e la chiara necessità di trovare nella vita stessa delle risposte sul senso dell’esistenza. Ciò che si verifica una volta sola è come se non fosse mai accaduto – Ein Mal ist kein Mal – una volta è nessuna volta e, come direbbe Sartre, se mi è dato scegliere, il fatto di non poter discernere si traduce in una non scelta – e perseguire un apprendimento zen nella vita occidentale non può che rimanere una breve, seppur piacevole, parentesi all’interno di un periodo complesso e articolato di parafrasi dell’esistenza.

Inoltre, il presupposto dell’apprendere rimane comunque l’insufficienza di una capacità oltre che la tensione ad acquisirla. Si apprende tanto più quanto siamo motivati estrinsecamente ed intrinsecamente allo stesso tempo. Possiamo pertanto essere molto motivati ad imparare l’antica arte del tiro con l’arco se non siamo motivati a fare il “vuoto” dentro di noi per raccogliere il mistero dello zen, direbbe Herrigel, ma tantomeno non acquisiremo come effettuare il tiro correttamente se non abbiamo un obiettivo a cui tendere. L’obiettivo esterno deve tramutarsi in interno e non il contrario. Altrimenti la logica diventa assolutamente occidentale: esternare le tensioni interiori, possibilmente piegando gli eventi e le persone a proprio favore è una logica tremendamente “coloniale” dell’esistenza.

Tali presupposti ricordano il paradosso del barbiere di Russell, raccontato magistralmente in questo passo da Quine:

Per alcune decadi invero, gli studi sui fondamenti della matematica sono stati turbati e notevolmente stimolati dalla considerazione di due paradossi, uno proposto da Bertrand Russell nel 1901, e l’altro da Kurt Gödel nel 1931. Come primo passo su questo terreno accidentato consideriamo un altro paradosso: quello del barbiere del villaggio. […] In un certo villaggio c’è un uomo, così dice il paradosso, che è un barbiere; questo barbiere sbarba tutti, e soltanto, quegli uomini che non si sanno sbarbare da soli. Quesito: il barbiere sbarba se stesso? Ogni uomo in questo villaggio è sbarbato dal barbiere se, e solo se, non si sa sbarbare da solo. In particolare, quindi, il barbiere sbarba se stesso se, e solo se, non sa sbarbarsi. Siamo in difficoltà se affermiamo che il barbiere si sbarba, e altrettanto se affermiamo il contrario. (W. V. O. Quine, I paradossi, in A. Pasquinelli (a cura), Il neopositivismo, Torino, UTET, 1969)

In entrambi i casi abbiamo vi sono due contraddizioni che non permettono lo scioglimento del paradosso. L’insostenibile leggerezza dello zen sarà sempre in contrasto con la sete di sapere di mediterranea memoria: “né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre, né ‘l debito amore /lo qual dovea Penelopé far lieta,/ vincer potero dentro a me l’ardore /ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, / e de li vizi umani e del valore” (Dante, Inferno, Canto XXVI, v. 94-99).

38 stratagemmi per darsi ragione

25 settembre 2010 Lascia un commento

Il gustoso saggio di Schopenhauer Die Kunst, Recht zu Behalten, riportato nella versione italiana come L’arte di ottenere ragione è una lettura che ritorna sempre utile e che impressiona sempre per il dettaglio con cui vengono raccontate le strategie di “dialettica eristica”, sempre attuali a livello di dibattito e disputa che quotidinamente è possibile visionare: dai luoghi di lavoro, al viaggio nei mezzi pubblici, alle querelle politiche trasmesse in Tv, e via dicendo.

La retorica, l’arte del “parlar bene” (come dice Roland Barthes), affascina sia per la sua complessità, sia per la sua ricaduta sui vantaggi personali che si possono avere nella comunicazione con i nostri “coinquilini di vita”, nelle relazioni che stabiliamo con essi.  Non appare utile soffermarsi a commentare le 38 strategie del filosofo di Danzica, sebbene realmente utili allo sviluppo di uno stile comunicativo assertivo, se utilizzate correttamente, se non per rivisitarne la lettura, ancora una volta, in un’ottica di autoformazione.

In particolare leggere e intellegere il prontuario della discussione nell’ottica della “disputa con sé stessi”, significa rapportare tali tattiche nei rapporti allo specchio, in quelle fasi di riflessione e auto-motivazione che necessariamente affrontiamo tutti (con tempi e modalità molto differenti).

Per quanto apparentemente sulla scia delle ”istruzioni per rendersi infelici” su cui mi sono soffermato precedentemente, è possibile ricavare numerosi consigli per affrontare sé stessi in una sorta di dibattito interiore fortemente collegato a momenti di decision making, ovvero scelte dicotomiche e necessarie.

Parafrasando Schopenhauer, pertanto, raccogliamo le seguenti indicazioni:

1.    Ampliamento: interpretare le proprie affermazioni nel modo più generale possibile, restringendo quelle in opposizione.

2.    Omonimia: estendere le proprie affermazioni presentate a se stessi a qualcosa che, oltre al nome uguale, non ha nulla in comune con l’argomento in questione.

3.    Generalizzazione: trattare le proprie affermazioni con valore relativo come se avesse un valore assoluto.

4.    Occultamento: presentare le premesse alla propria conclusione una alla volta, in modo che il sé le ammetta senza accorgersene.

5.    False proposizioni: usare tesi false ma vere ad hominem, sfruttando i preconcetti e i propri pregiudizi.

6.    Dissimulazione di petitio principii: postulare ciò che si dovrebbe dimostrare.

7.    Metodo socratico o erotematico: porre domande adeguate a se stessi e ricavare la verità dell’affermazione dalle proprie stesse ammissioni.

8.    Provocazione: autosuscitare la propria ira per confondersi.

9.    Confusione: porsi domande in un ordine diverso da quello nel quale ci si sarebbe aspettato in un primo momento.

10. Ritorsione delle proprie negazioni: se intenzionalmente ci si risponde in modo negativo a tutte le domande, chiedersi il contrario della tesi di cui ci si vuole servire.

11. Generalizzazione dell’inferenza: se si accetta la verità di fatti particolari dare per scontato che si abbia accettato anche l’universale relativo.

12. Metaforizzare: scegliere sempre metafore e similitudini favorevoli alla propria affermazione, introducendo nella definizione ciò che si vuole provare in seguito.

13. Presentare l’ opposto della propria tesi: presentare l’opposto delle proprie tesi in modo denigratorio, per far sì che si sia costretti a rifiutarlo.

14. Dichiararsi la vittoria: dopo che  si ha risposto a molte domande senza peraltro giungere alla conclusione desiderata, dichiararsi vittoria con una buona dose di faccia tosta.

15. Usare tesi apparentemente assurde: se la propria tesi è paradossale e non la si riesce a dimostrare, proporsi una tesi giusta ma non evidente; se si rifiuta pensare ad absurdum e trionfare.

16. Argomenti Ad Hominem: cercare contraddizioni nelle proprie affermazioni.

17. Usare sottili distinzioni: se si incalza con un controprova, occorre trovare una sottile distinzione se la cosa consente un doppio significato.

18. Mutatio controversiae: se c’è il rischio che si possa avere ragione, spostare l’argomento di riflessione su altre questioni.

19. Generalizzazione: se ci si sente sollecitati ad esprimere un’opinione su un particolare, estrapolare l’universale ed opporsi a questo.

20. Trarre conclusioni: se si ha concesso parte delle premesse, trarre la conclusione anche se le premesse sono incomplete.

21. Controargomentazione: se si fa uso di un argomento solo apparente o sofistico, liquidarlo usando un controargomento altrettanto sofistico o apparente.

22. Petitio principii: rigettare le proprie premesse come petitio principii.

23. Esagerazione: spingersi ad esagerare con le proprie affermazioni e quindi confutarle.

24. Forzare la consequenzialità: trarre a forza dalle  proprie affermazioni, con false deduzioni, tesi che non vi siano contenute (apagoge).

25. Istanza o Exemplum in contrarium: l’apagoge si demolisce presentando un unico caso per cui il principio non è valido.

26. Retorsio argumenti: l’argomento che si vuole usare a proprio vantaggio viene usato meglio contro se stessi.

27. Sfruttare l’ira dell’avversario: se di fronte a un certo argomento ci si adira, insistere su quell’argomento, poiché è facilmente il punto debole del proprio ragionamento.

28. Argumentum ad auditores: funziona meglio quando da persona colta si disputa con il sè incolto. Avanzarsi un’obiezione non valida ma “spettacolare”, che richieda, per essere smentita, una lunga e noiosa disquisizione.

29. Diversione: qualora si fosse sul punto di vincersi cambiare completamente argomento e proseguire come se fosse pertinente alla questione e costituisse un argomento contro se stessi.

30. Argumentum ad verecundiam: invece che di motivazioni ci si appelli ad autorità rispettate da sé stessi.

31. Dichiarazione di incompetenza: dichiararsi incompetenti per insinuarsi il dubbio che le proprie affermazioni siano una cosa insensata.

32. Denigrazione: per accantonare, o almeno rendere sospetta, una propria affermazione ricondurla ad una categoria odiata.

33. “Vero in teoria, falso in pratica”: ammettere con questo sofisma le ragioni e tuttavia negarne le conseguenze.

34. Incalzarsi: se ci si dimostra evasivi riguardo ad un argomento, incalzarsi su quell’argomento, poiché facilmente sarà uno dei propri punti deboli.

35. Argumentum ab utili: anziché agire sull’intelletto con il ragionamento, agire sulla volontà con motivazioni, dimostrandosi che la propria opinione, se vera, non può che recarci che qualche danno.

36. Sproloquiare: rimanere sconcertati e sbigottiti da sproloqui interiori privi di senso.

37. Spacciare un argumentum ad hominem per uno ad rem: se si sceglie una cattiva prova a sostegno del propria argomento confutare la prova e passare questa confutazione come una confutazione all’intero argomento.

38. Argumentum ad personam: come ultima risorsa diventare offensivi, oltraggiosi e grossolani con se stessi.

Alcune affermazioni sembreranno paradossali quanto la celeberrima non-pipa di Magritte (Ceci n’est pas une pipe 1928-29 olio su tela (60×81 cm) Los Angeles County Museum of Art), che eccezionalmente nell’opera utilizza il testo per giocare surrealmente con il linguaggio, tra significati e significanti…

Se questa non è una pipa, e non è possibile carpire il vero significato che l’autore ha attribuito al segno, fondamentalmente non può che accadere per un problema di allineamento sulla comunicazione.

Con noi stessi dovremmo riuscire ad evitare il paradosso della relatività ontologica [Quine la rappresenta attraverso l’esempio del coniglio – che fa pronunciare da un indigeno con l’immaginario fonema gavagai – e che può tradursi come “coniglio”, “parte non staccata di coniglio”e con “stadio di coniglio”]. Soffermarci su una scelta di significato, indicando il coniglio e sperando di farci capire come lo stiamo intendendo non è altro che una scelta, una strategia per definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, recintando significati, costruendo artificiosamente una morale.

Il paradosso della disputa con sé stessi può essere superato travalicando uno stadio di consapevolezza, di corporeità tangibile, per avventurarsi in uno spazio di narcosi dalla coscienza e dalle emozioni di sorta, permettendo in alcuni casi un forte effetto motivante o depressivo nei propri confronti. Non si deve pertanto avere paura del confronto con degli stati di “sospensione” dal giudizio piuttosto che dalla relazione con gli altri. In questo modo l’immagine di sé stessi è affrontabile, è discutibile, è dialogabile e il distacco dall’emozione come l’esercizio personale di dubitazione permetteranno un’attenta auto-analisi e un’auto-valutazione più profonda.

Il primo confronto è con sé stessi prima che con gli altri. In inglese to be right, rappresenta “avere ragione”, ma anche “essere nel giusto”. Prima di affrontare la disputa con l’altro è necessario verificare se si è nel giusto (proprio): no entity without identity (W V.O. Quine)